Un 2026 con mari più calmi, ma mercati molto più agitati

Al giro di boa del nuovo anno considerazioni di segno diverso determinano uno scenario incerto. Per quanto riguarda lo shipping, la minore crescita del PIL 2026 rispetto al 2025 nelle più grandi economie mondiali dovrebbe comportare un deterioramento generale dell’attività marittima, seppur con diverse sfaccettature. Lo rivelano gli analisti del settore, fra cui Fitch Rating in un recente rapporto. Un documento che contiene anche un non trascurabile segnale d’allarme, in quanto forti correzioni dei mercati azionari (leggi: scoppi di bolle speculative) potrebbero determinare un rischio ulteriore per il settore.
Anche la cauta riapertura della rotta Mar Rosso-Suez fra Europa, Oceano Indiano ed Estremo Oriente, seppur attesa dagli armatori, ha aspetti incerti e crea una diminuzione della domanda tonnellate-miglia, riducendo i margini di risparmio per le compagnie, mentre i premi assicurativi rimangono elevati.
Le dispute sulle tariffe, il protezionismo destinato ad acuirsi, le sanzioni e le nuove tasse, quali la famigerata ETS (EU Emissions Trading System, il mercato dei crediti di carbonio) che penalizza gli armatori europei, hanno effetti negativi, compensati in parte dall’apertura di nuove rotte e nuovi flussi, come avvenuto per l’Africa Orientale e Mediterranea, per l’intero scacchiere dell’Oceano Indiano e del Pacifico. Protagonista dell’evoluzione è la Cina con i suoi investimenti miliardari in porti, terminali e infrastrutture.
Armatori sotto pressione
Gli operatori prevedono una contrazione del settore container, una situazione stabile del trasporto dei carichi secchi e uno scenario più positivo per le petroliere, vista la domanda di greggio che si mantiene comunque elevata, la cauta produzione Opec+ ed extra Opec, la richiesta della petrolchimica e degli stessi comparti delle energie alternative, ad esempio nel campo delle reti di elettrificazione e non solo. È prevista stabile l’evoluzione del settore LNG (gas naturale liquefatto).
A far pressione sugli armatori saranno anche le condizioni sulle emissioni «net zero» imposte dall’International Maritime Organization e le procedure di compliance sempre più macchinose, legate alle sanzioni.
Non solo oro e argento
Se si osserva l’andamento dei prezzi delle materie prime nel 2025, la prima cosa che salta all’occhio è la performance relativa fra oro e argento, ambedue situati nell’area dei rispettivi massimi storici. Il metallo giallo sfiora il +64% su dodici mesi e il 136% su tre anni, ma il cugino «meno nobile» lo supera con un +142% sull’anno e 200% su 36 mesi.
Le ragioni di ciò stanno nel prezzo più abbordabile e nell’ampio utilizzo industriale che l’argento riveste, sia nelle tecnologie tradizionali come in quelle innovative.
A favore dell’oro gioca la forte corrente di acquisto da parte delle banche centrali, destinata a continuare anche nel corso del 2026, con operazioni ufficiali e, in molti casi, «over the counter» (fuori Borsa). Supporto ulteriore viene da debiti e deficit pubblici, bassi tassi d’interesse, politiche fiscali disinvolte, immissione abnorme di liquidità e rischi geopolitici. Oro e argento rappresentano strumenti di conservazione del valore e di protezione contro inflazione e svalutazioni monetarie. L’investimento va tuttavia effettuato in strumenti che garantiscano la convertibilità in metallo fisico.
Naturalmente, essendo quasi tutte le materie prime quotate in dollari USA, assume una forte rilevanza l’evoluzione del biglietto verde, che ha visto il Dollar Index perdere lo scorso anno il 9,6% e la cui sorte è tutt’altro che chiara (cfr. anche notizia a lato). Se nel comparto metalli preziosi, che hanno ampi usi industriali in aree tecnologiche avanzate, vanno registrate le performance annuali di platino (+126%) e palladio (+83%), significativo è l’andamento del rame, visto il suo ruolo di indicatore sia nell’area della vecchia che della nuova economia (+40% negli ultimi dodici mesi).
Sempre nel campo dei metalli, gli sviluppi della robotica e degli altri settori avanzati segnalano per il 2026 una forte domanda di metalli delle terre rare, oggetto fra l’altro di imponenti manovre geopolitiche (dal Donbass alla Groenlandia), oltre che di litio, rame e alluminio, la cui offerta potrebbe risultare insufficiente con l’avanzare del 2026.
«Soft commodities»
Ma se metalli preziosi, critici e tecnologicamente rilevanti, stanno assumendo, per ragioni diverse, un’enorme importanza anche all’interno dei portafogli d’investimento, una sottoclasse non trascurabile è quella dei prodotti agricoli-alimentari, la cui domanda è prevista in forte crescita e la cui dipendenza da fattori meteo-climatici e logistici aumenta. Basta citare, a titolo di esempio, due prodotti che, almeno per ora, non troviamo nei caveau delle banche ma nelle nostre case, caffè e cacao. Il primo ha registrato un aumento di circa il 114% in tre anni sul mercato londinese e la sua marcia continua, mentre il cacao, dopo un rally stellare del 128% in 36 mesi, sul mercato USA, grazie soprattutto a condizioni meteo sfavorevoli, si è arrestato.
Vi è da chiedersi quali riflessi una forte correzione dei mercati finanziari tradizionali, oggi innamorati dell’economia virtuale, con l’onnipresente intelligenza artificiale in testa, potrebbe avere sulle materie prime e su quanto serve all’economia «reale».