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L'opinione

Un «airbag» per le PMI svizzere orientate all'export

Contro gli effetti del franco forte la proposta di uno «Swiss Export Shield» per proteggere gli esportatori svizzeri dai rischi commerciali e politici
Nabil Francis
20.08.2026 06:00

La Svizzera è una delle economie più aperte al mondo. Una parte significativa della nostra prosperità si fonda sulla capacità di esportare prodotti di alta qualità. Questa forza è tuttavia sottoposta a una pressione crescente a causa del continuo apprezzamento del franco svizzero. La forza del franco è espressione della fiducia nel nostro Paese, ma rappresenta al tempo stesso un onere significativo per le imprese orientate all’esportazione. Le grandi aziende dispongono spesso di strumenti per attutire gli shock valutari, come stabilimenti produttivi in diversi Paesi, uffici finanziari specializzati o operazioni di copertura. Le piccole medie imprese (PMI) industriali, al contrario, hanno possibilità molto più limitate. Producono in Svizzera, impiegano personale in Svizzera, formano apprendisti e sostengono i propri costi in franchi svizzeri. Quando il franco si apprezza fortemente, rimangono poche possibilità: accettare margini più bassi, aumentare i prezzi rischiando così di perdere quote di mercato, rinviare gli investimenti oppure trasferire una parte della produzione all’estero. In gioco vi sono posti di lavoro, formazione professionale, sovranità industriale e, in ultima analisi, la prosperità del nostro Paese.

In questo contesto si potrebbe istituire uno Swiss Export Shield, ispirato alla SERV, l’Assicurazione svizzera contro i rischi delle esportazioni. La SERV protegge gli esportatori svizzeri dai rischi commerciali e politici. Lo Swiss Export Shield applicherebbe la stessa logica al rischio di cambio. La sua funzione sarebbe quella di un «airbag»: non impedirebbe l’impatto, ma ne attenuerebbe le conseguenze. Le normali oscillazioni dei tassi di cambio rimarrebbero a carico delle imprese. Il meccanismo si attiverebbe soltanto in caso di un apprezzamento eccezionalmente forte del franco svizzero, una volta superata una soglia previamente definita. Le imprese industriali che generano una parte significativa del loro valore aggiunto in Svizzera potrebbero, ad esempio, assicurare per dodici mesi il 50–70 per cento dei loro ricavi da esportazione in euro o in dollari, pagando un premio annuale. Una franchigia garantirebbe che venissero coperti soltanto gli shock valutari eccezionali.

La Banca nazionale svizzera (BNS) non dovrebbe né finanziare, né amministrare il sistema. Il suo ruolo potrebbe limitarsi a fornire competenze tecniche e macroeconomiche. Lo strumento sarebbe gestito da un’istituzione pubblica indipendente sul modello della SERV e finanziato principalmente attraverso i premi versati dalle imprese partecipanti e un fondo di riserva. Una garanzia federale limitata verrebbe attivata soltanto in situazioni di crisi eccezionali.

Le banche offrono già strumenti di copertura come contratti a termine e opzioni. Per molte PMI, tuttavia, queste soluzioni sono complesse o non sufficientemente adattate alle loro esigenze. Lo Swiss Export Shield completerebbe quindi il mercato privato con una soluzione semplice, standardizzata e accessibile.

Le PMI sono la spina dorsale dell’economia svizzera. Lo Swiss Export Shield non proteggerebbe le imprese dal mercato, bensì la Svizzera dal progressivo indebolimento della propria base industriale. In un mondo caratterizzato da tensioni geopolitiche, catene di approvvigionamento fragili e una forte concorrenza internazionale, una solida base industriale non è un lusso, ma una necessità strategica. Uno Swiss Export Shield, finanziato dalle imprese, indipendente dalla BNS e destinato alle PMI che producono in Svizzera, sarebbe uno strumento pragmatico, responsabile e profondamente svizzero.

Nabil Francis è presidente esecutivo del Consiglio di amministrazione di FELCO SA.