Flotilla, parla la sorella di Anek: «Non abbiamo più sue notizie e il DFAE ci ha abbandonati»

«È dallo scorso lunedì mattina che non ho più notizie di mio fratello. La situazione è diventata insostenibile: tutta la nostra famiglia è molto preoccupata ed è da due giorni che nessuno di noi riesce più a dormire». A parlare è Jamila, la sorella di Anek Speranza, il ticinese a bordo dell'imbarcazione Zio Faster, abbordata dai soldati israeliani nelle acque di Cipro insieme ad altre navi della Global Sumud Flotilla. «Abbiamo chiamato il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) e il Consolato svizzero, ma al momento non sono stati in grado di fornirci informazioni».
A regnare è un senso di impotenza. «Siamo disperati perché abbiamo l'impressione di non venire ascoltati. Le abbiamo provate tutte: siamo passati per i canali ufficiali e abbiamo organizzato, lo scorso lunedì, un presidio Pro-Pal in piazza Dante a Lugano, ma queste azioni non sono servite a nulla. Vorremmo riuscire ad instaurare un canale di comunicazione con il Governo».
«Non importa quanto dovremo pagare: riportate a casa Anek»
Jamila tiene a sottolineare una cosa: «Non ci importa se ci arriverà a casa la fattura per far rimpatriare Anek, in qualche modo pagheremo. Quello che ci interessa è sapere che è vivo e sta bene».
È infatti dal momento dell'arresto, avvenuto lunedì, che la famiglia non ha più modo di mettersi in contatto con Anek: tutti i canali di comunicazione sono stati tagliati. «Le sole informazioni che abbiamo ricevuto ci sono arrivate dagli avvocati della Global Sumud Flotilla. Alcuni di loro sono nel frattempo riusciti ad arrivare in Israele, ma ci hanno detto che ci vorranno ancora diverse ore prima che possano informarci sull'identità e sulle condizioni degli attivisti che sono stati rapiti», spiega Jamila. Anek, come tutti gli altri attivisti, può infatti godere della protezione legale offerta dalla Global Sumud Flotilla.
A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: come ha fatto il giovane a girare e pubblicare il video in cui dice di essere stato rapito? «Questi filmati sono stati registrati prima della partenza in modo tale che se le forze israeliane avessero fermato le imbarcazioni, come in effetti è avvenuto, il personale che lavora per la Global Sumud Flotilla avrebbe potuto pubblicarli per denunciare l'accaduto», spiega Patrizia, la mamma di Anek. «È un protocollo standard».
«Modalità comunicative da rivedere»
A lasciare perplesse e amareggiate Jamila e Patrizia anche le modalità comunicative adottate dal DFAE. «Da Berna ci hanno risposto, con tono arrogante, che agli attivisti era stato sconsigliato di recarsi nella regione e che se avessero comunque deciso di intraprendere il viaggio, lo avrebbero fatto a proprio rischio e pericolo. Capisco che saranno sommersi dalle telefonate, però l'atteggiamento nei confronti di chi chiama è sbagliato: a Berna devono rendersi conto che stanno interagendo con famiglie che stanno soffrendo enormemente in questo momento», conclude Patrizia.


