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Groenlandia: emergono i dettagli dei sospetti legami con l’entourage di Trump

Dopo la convocazione del diplomatico Usa, trapelano dettagli su emissari legati a Trump attivi nell’isola: contatti politici, liste di alleati e pressioni mediatiche
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Ats
27.08.2025 19:38

Irritazione a Copenhagen per le manovre di Washington sulla Groenlandia, vasta distesa di ghiacci, terre rare e ambizioni geopolitiche.

Il ministero degli Esteri della Danimarca ha convocato l'incaricato d'affari Usa, il più alto diplomatico statunitense nel Paese, dopo le rivelazioni della tv pubblica danese DR su «operazioni d'influenza» condotte nel territorio autonomo da almeno tre cittadini americani, legati all'entourage di Donald Trump.

Il sospetto è di una campagna per mutare il clima politico e il consenso nell'isola, spingendola alla secessione e al passaggio agli Stati Uniti. «Qualsiasi tentativo di ingerenza negli affari interni del Regno sarà ovviamente inaccettabile», ha affermato il ministro degli Esteri danese Lars Rasmussen nell'annunciare la convocazione.

Stando a DR, sarebbero stati i servizi segreti danesi ad individuare la presenza di «almeno tre» persone impegnate in Groenlandia per lavorare a una frattura con la Danimarca. L'emittente ha anche affermato di conoscere i nomi dei tre, sottolineandone la vicinanza a Trump. Non ha però chiarito se agiscano su mandato diretto della Casa Bianca o di propria iniziativa.

Uno di loro si sarebbe recato sull'isola per incontri e per redigere un elenco di potenziali alleati delle mire Usa, esortando a «segnalare casi che possano mettere in cattiva luce la Danimarca sui media americani». Gli altri due sarebbero stati impegnati a creare reti di contatti con politici e imprenditori.

A maggio il Wall Street Journal aveva riferito che l'amministrazione Trump avrebbe chiesto ai servizi di intelligence di intensificare la raccolta di informazioni su Groenlandia, indipendentismo e stati d'animo nell'isola rispetto a una possibile presenza economica americana. «Non si spia un alleato», aveva ribattuto stizzita Copenhagen.

Non è la prima volta che la Groenlandia entra nell'agenda di Trump. Già nel 2019 aveva lanciato l'idea - definita «assurda» dalla premier Mette Frederiksen - di «comprare» l'isola. Tornato alla Casa Bianca, ha riacceso i riflettori sulla regione, rivendicandone il valore strategico e la «necessità» per la sicurezza nazionale Usa. Sia Nuuk, la capitale inuit, e sia Copenhagen hanno però chiarito più volte che l'isola non è in vendita.

La Groenlandia gode di un'ampia autonomia, lasciando a Copenhagen solo le decisioni su politica estera, monetaria e di sicurezza. Si può staccare dalla Danimarca per referendum, ma un recente sondaggio (dell'istituto Verian per Berlingske e Sermitsiaq) ha evidenziato come l'85% degli abitanti non voglia esser parte degli Stati Uniti. Distesa sconfinata di ghiacci, 2,1 milioni di chilometri quadrati di superficie (oltre 50 volte la Svizzera), è abitata da appena 56 mila persone e custodisce ricchi giacimenti di terre rare e minerali critici decisivi nella transizione energetica e l'industria high-tech.

Ospita la base aerea americana di Pituffik/Thule, cruciale per il sistema di difesa missilistica e di sorveglianza nello scacchiere artico. Ed è tanto più strategica considerando che anche la Russia di Vladimir Putin ha intensificato la presenza militare nell'Artico, rafforzando basi e rompighiaccio, e rivendicando porzioni crescenti di piattaforma continentale.

Pochi giorni fa l'amministrazione Trump ha bloccato un progetto da 1,5 miliardi di dollari per il parco eolico Revolution Wind, realizzato con il gruppo danese rsted e ormai vicino al completamento, in una mossa che è stata letta come una ritorsione nelle sempre più crescenti tensioni con Copenhagen.