Guerra in Ucraina

I colloqui di pace a Ginevra non si fermano, prevale però il pessimismo

Kiev, Mosca e Washington tentano di trovare una via d’uscita dal conflitto più sanguinoso combattuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale - Al tavolo della città svizzera si sono seduti anche la Confederazione e alcuni Paesi dell’UE - Lo sconforto espresso dal segretario di Stato vaticano
Al tavolo del negoziato per mettere fine alla guerra in Ucraina ha partecipato, ieri, anche il vicepresidente del Consiglio federale e direttore del DFAE Ignazio Cassis. ©AP
Dario Campione
17.02.2026 19:26

Mentre dentro le sale dell’InterContinental Hotel di Ginevra, oggi pomeriggio, si cercava una via che potesse portare alla pace, o quantomeno a una tregua, sul terreno il frastuono delle armi continuava ininterrotto a ritmare in modo drammatico ogni istante della vita di decine di migliaia di persone. Soldati costretti a uccidere. E civili innocenti.

A quasi quattro anni dall’invasione decisa dal Cremlino, le delegazioni di Russia e Ucraina si sono nuovamente sedute a un tavolo nel tentativo di mettere fine al conflitto più lungo e sanguinoso combattuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

A fare da mediatori, gli inviati del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: il genero, Jared Kushner, e l’amico miliardario Steve Witkoff. E non soltanto loro. Secondo l’agenzia ANSA, che ha battuto la notizia attorno alle 16, anche l’Europa avrebbe preso parte, pure se non è chiaro in quali forme, ai colloqui a tre USA-Russia-Ucraina. Osservatori o diplomatici di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia avrebbero seguito i lavori della terza sessione negoziale di Ginevra, dopo le prime due tenute ad Abu Dhabi. Sessione, quella di oggi, alla quale ha sicuramente partecipato anche il vicepresidente del Consiglio federale e direttore del DFAE Ignazio Cassis, così come testimoniato dalle fotografie postate online dal capo della delegazione ucraina Rustem Umerov.

La presenza dell’Europa ha un significato solo: un ulteriore sostegno a Kiev. Com’è noto, era stata proprio un’iniziativa di Bruxelles e di alcune cancellerie del Vecchio continente a bloccare, alla fine di novembre dello scorso anno, il “piano in 28 punti” con il quale Donald Trump intendeva forzare l’Ucraina verso una sorta di resa nei confronti di Mosca.

L’ostacolo europeo costrinse gli Stati Uniti a fare marcia indietro e irritò enormemente Vladimir Putin, che da quel momento ha sempre accusato l’UE di voler boicottare ogni possibile accordo di pace e di essere ostile allo stesso Trump.

Parole alle quali Bruxelles ha replicato con i fatti. Proprio oggi, la Commissione europea ha confermato la volontà di adottare il 20. pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia entro il 24 febbraio, giorno del quarto anniversario dell’invasione.

In una conferenza stampa, il portavoce per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE, Anouar El Anouni ha spiegato: «Continuiamo a lavorare su misure per privare la Russia dei fondi, dei beni e delle tecnologie che sostengono la sua guerra contro l’Ucraina. Tutto questo è dentro il 20. pacchetto di sanzioni che intendiamo adottare entro il prossimo 24 febbraio, così come annunciato dall’alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, all’ultimo consiglio. Gli Stati membri stanno discutendo questa eventualità».

Nodi irrisolti

La prima giornata di colloqui politici e diplomatici tra inviati ucraini, russi e americani si è comunque conclusa poco dopo le 18. Lo ha dichiarato una fonte della delegazione ucraina alla CNN, aggiungendo che i funzionari militari hanno invece proseguito la discussione. La stessa fonte citata dalla Tv via cavo americana ha aggiunto che la trattativa riprenderà domani mattina e che le parti negoziali rilasceranno dichiarazioni soltanto dopo la conclusione dei colloqui.

Sul tavolo restano, irrisolti, i nodi principali, ovvero le richieste che il presidente russo Vladimir Putin considera irrinunciabili e che il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky non intende in alcun modo accettare.

Dopo aver tentato invano di prendersi tutto il Paese con un conflitto lampo diventato, nel tempo, una sanguinosissima guerra di trincea, per non naufragare di fronte all’opinione pubblica russa Putin pretende il ritiro ucraino dall’intero Donbass, compreso il 20% circa di territorio ancora controllato dalle truppe di Kiev; non c’è nemmeno accordo sulla gestione della centrale atomica di Zaporizhzhia, occupata dai russi nel marzo 2022: gli ucraini ne rivendicano la gestione. Il Cremlino, poi, rifiuta in maniera categorica le cosiddette «garanzie di sicurezza» offerte all’Ucraina soprattutto dai maggiori Paesi europei. In particolare, Mosca non darà mai il proprio assenso all’ingresso di Kiev prima nell’UE e poi nella NATO. Questo perché, spiegano molti commentatori, Putin continua a immaginare come soluzione di lungo termine il controllo diretto o indiretto della sovranità ucraina, sfruttando in questo senso una certa consonanza di vedute con Donald Trump al quale ha offerto vantaggiosissimi contratti di cooperazione economica nell’àmbito della ricostruzione dei territori devastati dal conflitto.

Un pessimismo condiviso pure dal segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin: «Da entrambe le parti non sembra che ci siano progressi reali per quanto riguarda la pace. Si spera che questi dialoghi possano produrre qualche progresso, ma mi pare che non ci siano molte speranze e molte attese», ha detto oggi ai giornalisti il porporato.