I Giovani Verdi chiedono il boicottaggio dell’Eurovision 2026

I Giovani Verdi chiedono il boicottaggio dell’Eurovision Song Contest 2026 a causa della partecipazione di Israele alla manifestazione. Anche il partito svizzero del lavoro avanza una richiesta simile. La presa di posizione arriva dopo il mancato ritiro della SSR dal concorso. Nel dicembre 2025 i Giovani Verdi avevano infatti lanciato una petizione chiedendo all’emittente pubblica di non partecipare all’evento qualora l’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU) avesse confermato la presenza di Israele all’edizione 2026. La raccolta firme, spiegano in un comunicato, ha ottenuto 2'678 adesioni. Ma la SSR ha deciso di partecipare comunque, una decisione che «ritengono inaccettabile».
L'Eurovision a fini di propaganda
Il movimento accusa Israele di commettere «crimini di guerra» e parla di «genocidio del popolo palestinese», citando una commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite. Secondo i Giovani Verdi, permettere alla televisione pubblica israeliana KAN di partecipare all’Eurovision è «inaccettabile». «Israele si serve dell’Eurovision a fini di propaganda per migliorare la propria immagine e proseguire il genocidio in tutta discrezione», afferma Sheldon Masseraz, copresidente dei Giovani Verdi Svizzera, citato nella nota. Il movimento sostiene che gli eventi culturali internazionali abbiano una forte valenza simbolica e che gli Stati che violano il diritto internazionale dovrebbero essere esclusi da manifestazioni di questo tipo. Da qui l'appello a boicottare la competizione canora. Durante la serata della finale, in programma sabato 16 maggio, i Giovani Verdi hanno inoltre deciso di organizzare una serata cinematografica alternativa, durante la quale verranno proiettati cortometraggi realizzati da artisti palestinesi.
Un'edizione che perde pezzi
L'edizione 2026 è una delle più controverse degli ultimi anni, con cinque emittenti pubbliche europee che hanno deciso di non partecipare alla competizione in segno di protesta contro la presenza di Israele (sono le emittenti aderenti all'EBU e non gli Stati a partecipare formalmente all'edizione canora). Si tratta della spagnola RTVE, l'irlandese RTÉ, la neerlandese AVROTROS/NOS, la slovena RTV Slovenija e l’islandese RÚV. Le motivazioni cambiano leggermente da paese a paese, ma convergono tutte sulla stessa posizione, ossia che l'EBU non abbia affrontato in modo sufficiente la questione della partecipazione israeliana e le sue azioni militari nella Striscia di Gaza.
L'EBU aveva inizialmente previsto di chiarire la situazione in una riunione a dicembre. Si era anche parlato di una possibile votazione sulla partecipazione di Israele. Tuttavia, il cessate il fuoco negoziato a Gaza in autunno e il rilascio degli ostaggi israeliani hanno disinnescato la situazione, almeno per l'EBU. Per alcune emittenti non è stato evidentemente sufficiente e, oltre al boicottaggio, hanno deciso di non trasmettere l'evento. Così faranno Spagna, Irlanda e Slovenia. La RTV slovena ha per esempio deciso di mandare in onda tra il 10 e il 20 maggio un ciclo di programmi sulla Palestina intitolato «Voices of Palestine», composta da documentari e film palestinesi per offrire «diverse prospettive». L'Olanda e l'Islanda trasmetteranno invece come di consueto la manifestazione ai propri telespettatori.
La posizione di ORF
L'emittente pubblica austriaca ORF, organizzatrice dell’Eurovision Song Contest 2026, ha dichiarato che non vieterà alcuna bandiera ufficiale e che non utilizzerà «applausi artificiali» per coprire eventuali fischi, come avvenuto durante l’esibizione di Israele nel 2025 sullo sfondo delle polemiche legate alla guerra a Gaza. Michael Krön, produttore esecutivo, ha dichiarato che non verrà edulcorato nulla. Saranno ammesse tutte le bandiere ufficiali esistenti, inclusa quella palestinese, purché rispettino le norme di sicurezza e le dimensioni consentite.
Le conseguenze del boicottaggio
Secondo il produttore di lunga data dell'Eurovision, Christer Björkman, il boicottaggio non resterà senza conseguenze. «Si tratta di un grande contraccolpo finanziario per l’EBU. E poiché riguarda l’EBU, riguarda anche noi. Noi siamo tutti l’EBU e questo significa che i costi di partecipazione il prossimo anno saranno molto, molto più elevati», ha dichiarato al programma «Melodifestivalklubben» dell’emittente svedese SVT. Il direttore dell’ESC Martin Green ha invece affermato di essere in contatto con le nazioni assenti. «Rispettiamo la loro decisione, ma ci mancano», ha dichiarato all’emittente olandese NOS.
