Il caso

I post in vendita a 100 mila dollari costano a Trump una denuncia

Il discusso accesso prioritario offerto dal presidente americano su «Truth», in cambio di consistenti somme di denaro, ha portato a una citazione in giudizio – Vengono messe in vendita informazioni in grado di influenzare le fluttuazioni dei mercati internazionali – Per chi denuncia «si tratta di una pratica corrotta e anticostituzionale»
© Jacquelyn Martin
Red. Online
14.08.2026 19:46

L’idea di mettere in vendita «in anteprima» i propri post su Truth a «soli» 100 mila dollari al mese non ha giovato a Donald Trump. Il presidente americano è infatti stato citato in giudizio per quella che è stata ritenuta una pratica «corrotta e anticostituzionale». Ma facciamo un passo indietro per capire bene quello che è successo.

Leggere in anticipo i mercati

Una decina di giorni fa, a inizio agosto, Trump aveva deciso di introdurre una novità per quanto riguarda il suo social media «Truth»: uno speciale servizio in abbonamento - «Truth Api» - che permette l'accesso prioritario a quanto pubblicato dal presidente americano, prima che venga reso noto a tutti: «Un flusso diretto, autorizzato e in tempo reale della piattaforma in grado di influenzare maggiormente il mercato». E la questione non è da poco. Negli ultimi mesi è capitato, infatti, più volte che i post del presidente americano avessero una forte eco sui mercati americani e internazionali. Il Tycoon è infatti solito anticipare le proprie mosse tramite i post pubblicati su «Truth». Basti pensare anche solo alla questione dei dazi e altre politiche «in grado di influenzare i mercati finanziari». Per non parlare degli annunci relativi alla guerra in Iran.

«È insider trading»

E l'operazione non è di certo passata sotto silenzio. Tutt’altro. Molte le voci critiche che si sono sollevate negli Stati Uniti una volta svelata la novità. Voci che non hanno esitato a descrivere il nuovo servizio come «un esempio di corruzione, di manipolazione del mercato e di insider trading». In tal senso, i senatori democratici Adam Schiff e Elizabeth Warren avevano chiesto alla Securities and Exchange Commission (SEC), l’ente federale americano preposto alla vigilanza delle borse valori, «di esaminare il servizio e verificare se sia in violazione della legge». Detto, fatto.

Un sistema «incostituzionale»

Ora, come detto, Donald Trump è stato citato in giudizio proprio per la controversa vendita delle notifiche ai suoi post. «È un sistema corrotto e incostituzionale», sono le parole contenute nell'atto depositato presso un tribunale federale di New York dall'organizzazione giornalistica The Intercept Media e dal gruppo no-profit Freedom of the Press Association. «Si tratta di un sistema profondamente corrotto», si legge ancora nella causa. «Il presidente trae vantaggio economico fornendo informazioni governative in grado di ''muovere il mercato'' a soggetti disposti e in grado di pagare la sua società privata». Soggetti che, a quanto pare, non si sono mancati come ha reso noto Kevin McGurn, l'amministratore delegato di Trump Media, che ha dichiarato di aver già siglato oltre dieci contratti per le notifiche su Truth «per un importo compreso tra i 60.000 e i 100.000 dollari al mese».

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