I ricoveri di minori in dieci anni sono quintuplicati

L’impennata dei casi è impressionante. In dieci anni, il numero dei ricoveri di minorenni nei reparti di psichiatria in Ticino è quintuplicato, passando da 24 casi nel 2014 a 122 nel 2024. L’aumento di oltre il 400% ha avuto il suo picco nel 2023 con 141 casi. Più in generale, la crescita ha conosciuto una forte accelerazione dal 2021 in poi. Stessa evoluzione per le giornate di ricovero, cresciute da 644 nel 2014 a 4.905 nel 2024, pari a un incremento del 660% con un picco nel 2023 di 6.764 giornate.
A rilanciare il tema in questi giorni è stato il co-presidente del PS Fabrizio Sirica, il quale - con un post sui social - ha ricordato l’evoluzione dei numeri nell’ultimo decennio: «È una questione che mi interroga innanzitutto come padre ancora prima che come politico». Sirica parla di un aumento «allarmante», in riferimento sia al numero dei casi, sia al numero delle ore trascorse nelle strutture cantonali. Risposte pronte per l’uso non esistono, dice, prima di porre la domanda: «Che cosa possiamo fare per migliorare questa situazione?».
La paura di decidere
A confermare al Corriere del Ticino l’evoluzione è Nicholas Sacchi, già presidente dell’Associazione ticinese degli psicologi, al quale abbiamo chiesto una lettura del fenomeno. «Non credo che i giovani di oggi siano semplicemente “più fragili” in senso generale. Il punto è piuttosto che i singoli casi sono diventati molto più complessi e richiedono quindi maggiore attenzione e più risorse». La complessità, prosegue, è il riflesso di una società nella quale è diventato più difficile orientarsi. La dimensione pedopsichiatrica negli ultimi anni si è chiaramente aggravata, spiega: «Sintomi come il consumo di sostanze e l’autolesionismo sono diventati molto più frequenti e visibili. In alcuni casi si parla perfino di forme ripetute di autolesionismo che, pur non essendo veri e propri tentativi di suicidio, finiscono per compromettere profondamente il rapporto tra mente e corpo».
Sulle cause, Sacchi individua una serie di fattori: dall’allentamento della presenza delle figure genitoriali, che può incidere sul senso di sicurezza dei ragazzi, fino all’ampiezza delle opportunità e delle scelte che si offrono ai giovani: «Da un lato il nostro contesto offre molte opportunità ed è molto inclusivo: ci sono percorsi scolastici e formativi diversificati, passerelle, apprendistati, possibilità di arrivare all’università anche attraverso strade non lineari. Dall’altro lato, però, questa ampiezza di scelta incontra una fragilità psicologica crescente: molti giovani fanno fatica a crescere, ad assumersi responsabilità adulte, a uscire davvero dall’infanzia». Sacchi cita quella che alcuni studiosi definiscono la «dilatazione dell’adolescenza». «È una sorta di ritardo nell’ingresso simbolico nell’età adulta. Se un tempo la crescita era vissuta come conquista di libertà, oggi molti ragazzi sperimentano già da adolescenti ampi margini di libertà, ma senza quel passaggio verso una libertà più responsabilizzata. E questo può generare smarrimento».
Famiglia e rete sociale
Rispetto al passato, continua l’esperto, i sintomi esplodono più spesso in forma urgente, e insieme a loro, spesso, va in crisi anche il sistema che circonda il minore, come la scuola, la famiglia e la rete sociale. «Ci sono ragazzi che smettono di andare a scuola, famiglie disgregate». Tuttavia, questo non significa che l’intera generazione sia più debole. Anzi. «Molti giovani hanno oggi un accesso alle informazioni molto più ampio, competenze sociali sviluppate, grande apertura verso il mondo, disponibilità a fare esperienze internazionali, volontariato, percorsi autonomi. Il problema è che sta crescendo la quota di coloro che non riescono a reggere questa complessità, e che arrivano ai servizi con domande molto più pesanti, sia in termini clinici sia in termini di tempo e risorse richieste».
Semplificando molto, se aumenta il ventaglio delle scelte e delle pressioni, aumentano anche la complessità dei casi e la loro urgenza quando si manifestano. «La libertà è un valore positivo, ma comporta anche una responsabilità enorme. E molti giovani fanno fatica a sostenerne il peso». Non da ultimo, osserva ancora l’esperto, l’incremento dei casi dal 2021 in poi non va ricondotto tanto alla pandemia quanto all’esplosione della connettività permanente dei social e dell’isolamento digitale. «Secondo diversi studiosi, questo ha ridotto in molti ragazzi le occasioni di sviluppare competenze sociali concrete e la capacità di stare in relazione con il mondo reale».
Quadro in evoluzione
L’aumento dei ricoveri, tuttavia, si spiega solo in parte con questo quadro. «Un ricovero non è la semplice somma di questi fattori. Il ricovero psichiatrico resta una misura d’urgenza, usata quando un quadro clinico non può più essere contenuto o stabilizzato in altro modo. Tuttavia, oggi, il ricovero non serve più soltanto ad attenuare i sintomi acuti: in certi casi diventa anche un passaggio necessario per costruire una presa a carico successiva più strutturata, ad esempio un inserimento in un centro educativo per minorenni o un percorso ambulatoriale integrato».
Per quanto riguarda le strutture cantonali, il quadro è in evoluzione, ammette Sacchi. «La risposta del Governo all’interrogazione dice chiaramente che il sistema deve continuare ad attrezzarsi per rispondere alla domanda crescente. I centri educativi per minorenni (CEM, ndr) – alternativa alla permanenza in famiglia quando le condizioni familiari non lo permettono – hanno già avviato da tempo una loro trasformazione interna. Diverse fondazioni e realtà del territorio stanno cercando di adattarsi ai nuovi bisogni». Secondo Sacchi, oggi non c’è ancora una piena risposta a tutta la domanda, ma c’è un impegno concreto per non limitarsi a rincorrere l’emergenza, cercando invece di sviluppare anche strumenti più preventivi.
«Sempre più spesso nei CEM ci sono ragazzi che avrebbero bisogno di contesti più medicalizzati, perché le diagnosi, le prescrizioni psicoterapeutiche e farmacologiche e la componente clinica sono in aumento».
Strutture insufficienti in Ticino
«L’aumento in questi ultimi anni di situazioni di minorenni in grave sofferenza si osserva sia nella popolazione generale, sia nei giovani che provengono da famiglie vulnerabili e quindi bisognosi di sostegno o protezione», commenta dal canto suo Marco Galli, responsabile dell’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani del DSS. «Le due comunità appositamente costituite per minori a valenza terapeutica (Arco e Archetto), nonostante l’aumento di posti della nuova sede di Arco, non sono sufficienti a prendersi carico di tutta l’utenza, ciò che rende necessario il ricorso a comunità terapeutiche nella vicina Italia, che offrono un servizio altamente specializzato», spiega Galli.
Lo stesso fenomeno, precisa Galli, riguarda anche i centri educativi: «Ciò ha reso necessario il potenziamento di alcune équipe, l’introduzione di consulenti familiari, la concessione di supporti mirati, lo sviluppo di formazioni ad hoc, la collaborazione sempre più intensa con i servizi socio-sanitari, la creazione di una Cellula d’urgenza (attiva nel fuori orario e con 2 posti di time-out), la creazione di un centro (il progetto TOP) per prese in carico individualizzate».
Non solo. Come rileva ancora il responsabile del DSS, il Cantone ha attivato anche due gruppi di lavoro interdisciplinari per affrontare la tematica dei casi complessi: «Il primo di approfondimento, il secondo per la risoluzione dei casi più gravi. Consapevole del momento di forte pressione, la Conferenza dei direttori dei Centri educativi per minorenni (CEM), con il nostro sostegno, ha commissionato una ricerca all’Università di Ginevra, mentre da parte cantonale abbiamo avviato la pianificazione del settore, al fine di monitorare la situazione e, finanze permettendo, di rafforzare il settore colmando le lacune che verranno rilevate».

