«La fascia di età più esposta? La pubertà, tra i 12 e i 16 anni»

Negli ultimi dieci anni i ricoveri di minorenni nei reparti di psichiatria del Cantone sono aumentati in modo esponenziale. Ne parliamo con la dottoressa Alexia Aldini, specialista in psichiatria e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza, per capire che cosa sta cambiando e quali risposte il sistema sanitario riesce oggi a offrire.
Dottoressa Aldini, partirei dal dato riguardante l’aumento dei ricoveri di minorenni. Come giudica questo incremento?
«Questo aumento si inserisce in una crescita più ampia della domanda di presa a carico legata alla salute mentale di adolescenti e bambini. È un fenomeno che osserviamo ormai dal 2010, con un andamento graduale continuo, per quanto molto marcato anno dopo anno. I dati lo mostrano con chiarezza».
Riguarda solo il Ticino e la Svizzera?
«No. In molti Paesi si registra un’impennata dei problemi di salute mentale tra gli adolescenti, soprattutto negli accessi in urgenza e nei casi che richiedono ricovero. Per chi lavora nel settore, questi dati non sono sorprendenti, perché il trend era già visibile nel decennio precedente».
Ritiene questa evoluzione preoccupante?
«Sì, è preoccupante soprattutto perché la crescita del disagio supera la nostra capacità di risposta, sia per dimensione sia per velocità. I posti non bastano mai, le strutture fanno fatica a stare dietro alla domanda e spesso non si riesce a intervenire con i tempi e con la frequenza che sarebbero necessari».
Quali sono le cause del disagio giovanile?
«C’è sicuramente un elemento culturale, nel senso che oggi c’è più possibilità di segnalare il disagio e più disponibilità a chiedere aiuto. Questo fa crescere il dato, ma è anche un aspetto positivo, perché consente di intercettare sofferenze che prima magari restavano invisibili. Al contempo, la società contemporanea sembra favorire l’emergere di patologie più di stampo narcisistico, che arrivano più facilmente all’urgenza: penso ai disturbi alimentari, all’autolesionismo e in generale agli attacchi al corpo, oggi molto più frequenti in adolescenza. La centralità dell’immagine corporea, l’esposizione precoce a determinati modelli possono contribuire a questa forma specifica del disagio. Anche l’instabilità dei contesti familiari può rappresentare un fattore importante, instabilità anche dal punto di vista economico e sociale che permea il contesto politico e culturale della nostra epoca».
C’è una fascia d’età maggiormente sotto pressione?
«La fascia più esposta sembra essere quella attorno alla pubertà, quindi indicativamente tra i 12-13 anni e i 16 anni, anche se naturalmente ci sono grandi variazioni individuali. È in questa fase che si osservano più frequentemente esordi anche urgenti di problematiche importanti. Detto questo, nessuna età è davvero risparmiata. Oggi i bambini sono esposti sempre più precocemente a dinamiche complesse, e la pubertà stessa tende a presentarsi prima, soprattutto nelle femmine. Di conseguenza vediamo quadri clinici gravi comparire prima rispetto al passato. Questo vale anche per i disturbi alimentari, che si manifestano sempre più spesso in età molto giovane, già con caratteristiche strutturate».
Una parte dei minori viene presa a carico fuori dal Ticino. Perché? Le strutture presenti sul territorio non sono sufficienti?
«Quando parliamo di collocamenti fuori cantone, ci riferiamo alle comunità terapeutiche, non ai ricoveri ospedalieri acuti, che invece vengono gestiti in Ticino. Il ricorso a strutture comunitarie fuori Ticino è legato all’aumentata complessità dei casi clinici, che richiedono tempi di presa in carico più lunghi e le cui condizioni cliniche non permettono attesa rispetto all’inizio della cura comunitaria. Mi riferisco, per esempio, a gravi disturbi della personalità in formazione, disturbi alimentari severi, quadri psicotici importanti associati anche a disturbi del comportamento o della condotta, per i quali è possibile ritenere più indicata sin dall’inizio una presa in carico maggiormente articolata, anche dal punto di vista medico farmacologico, con ricorso a centri di alta specializzazione come quelli individuati in Italia».
Quindi, la nuova unità pedopsichiatrica nell’ex clinica di San Pietro di Stabio per le degenze acute dei minorenni, con i suoi 13 posti letto, è sufficiente da sola per gestire le ospedalizzazioni?
«Se si guarda all’aumento dei casi clinici negli ultimi anni, i posti sembrano essere non del tutto sufficienti. In realtà i 13 posti rappresentano un’offerta importante, che viene incontro a una domanda di ricovero acuto che s’impone per dimensione e per urgenza di risposta».
Che cosa servirebbe in più?
«Non bisogna pensare che la risposta sia solo aumentare i posti in acuto. È importante anche sostenere tutto ciò che sta prima e accanto al ricovero. Bisogna lavorare, come stiamo facendo, sull’armonizzazione della rete territoriale e promuovere offerte di cura diversificate per intensità e che si stanno già creando grazie all’impegno multidisciplinare nei diversi livelli d’intervento cantonale».

