«Il mio progetto Urbania è fermo da anni, una causa civile potrebbe farlo ripartire»

Angelo Renzetti, imprenditore immobiliare 72.enne, racconta al Corriere del Ticino di voler presto concludere il passaggio generazionale dell’attività al figlio, Luca. «Poi vorrei dedicarmi a ciò che mi piace: viaggiare, coltivare amicizie, godermi il tempo della pensione». Sogna, però, di aprire il cantiere di «Urbania», il progetto di riqualificazione alla stazione fermo da anni, e valuta una causa civile, sperando «di smuovere le acque».
Signor Renzetti, qual è il suo rapporto con Locarno, anche a livello familiare?
«Sono arrivato a Locarno nel 1964, dopo le prime tre classi a Bellinzona. Da allora ho fatto tutto qui. Scuola, lavoro, sport. Mi sento locarnese a tutti gli effetti. Anche la mia famiglia è sempre stata legata a Locarno. La mia prima moglie era locarnese, mio figlio è nato qui, le mie prime esperienze imprenditoriali sono state nel Locarnese. E poi c’è il calcio: dai Pulcini fino alla prima squadra del Locarno».
Com’è cambiata?
«È una città che offre ciò che nessun’altra in Ticino ha. Un lago importante, valli splendide, la possibilità di muoversi a piedi ovunque. Nel tempo sono cresciute anche le infrastrutture e oggi, con il treno da Milano ogni mezz’ora, è più vicina che mai. Certo, ci sono stati periodi di stasi, soprattutto a livello edilizio. E la mentalità non aiuta. Ogni Comune difende il proprio orticello. Ma la “Grande Locarno” è inevitabile. E necessaria».
È attrattiva? Si può migliorare?
«Si può sempre migliorare, ma è una città vivibile, con un clima unico e un territorio che non ha eguali. Negli ultimi anni vedo un fermento positivo. Dopo un periodo di immobilismo edilizio, ora si costruisce di più. Artioli sta facendo tanto, con il rinnovo dell’ex Globus o il Grand Hotel Locarno. E poi ci sono elementi che fanno la differenza: il Porto, il Lido di che è la struttura più grande nel suo genere nel Cantone, le passeggiate lungo la Maggia».
Cosa ci può dire dello sviluppo immobiliare? Che progetti avete?
«Abbiamo un terreno importante nella zona della Rotonda (al vecchio saponificio, ndr), un punto strategico che richiede investimenti significativi. L’idea è svilupparlo a tappe, con una visione moderna. Parliamo di un potenziale di circa 250/300 alloggi in 15-20 anni. Sarà mio figlio a portare avanti il progetto. Abbiamo anche altri interventi più piccoli, ma il vero nodo è Urbania».
Il progetto Urbania alla stazione di Locarno, appunto: perché è fermo da anni?
«Già. È l’esempio perfetto di come certe cose siano gestite male. Abbiamo promosso un piano particolareggiato che ha superato l’esame di 18 uffici cantonali, una serata pubblica, ha recepito le osservazioni delle associazioni ambientaliste e ha persino vinto un premio nazionale come miglior piano dell’anno. Nonostante questo, dopo aver ottenuto il permesso municipale, la STAN (Società ticinese per l’arte e la natura, ndr) ha fatto ricorso per mantenere i portici esistenti, che tra l’altro sono irregolari e già destinati a essere sostituiti, come la stessa STAN aveva convenuto».
E il risultato è...
«... che da due anni è tutto bloccato! Nessuno decide, i negozi restano sfitti, i danni economici sono enormi e la zona della stazione, già delicata, sta vivendo un ulteriore deterioramento. Se non si sblocca nulla, dovrò procedere tramite una causa civile contro chi ha fatto opposizione. Non è normale restare anni in attesa, con investimenti fermi e nessuna risposta».
Che ne pensa dei progetti pubblici come la Rotonda o La Nouvelle Belle Époque?
«Sono favorevole a tutto ciò che valorizza il Locarnese. È una regione ideale per il turismo. Arrivi in treno, attraversi la città a piedi, hai lago, valli, clima. E poi c’è un elemento fondamentale. L’irriproducibilità del territorio. Il problema, ancora una volta, è la frammentazione politica. Tutti vogliono fare la sala congressi: Locarno, Muralto, Ascona... quando ne basterebbe una sola, fatta bene, per tutta la regione. Ma ognuno vuole il proprio monumento. È l’emblema di ciò che frena lo sviluppo».
Dove sarà Locarno tra dieci o vent’anni?
«La vedo come un salotto. Quando arriverà finalmente il collegamento autostradale e si farà la Grande Locarno, potrà competere con chiunque. Anzi, di più: soppianterà chiunque. La qualità di vita è il vero valore. Sicurezza, tranquillità, servizi, natura. In un mondo instabile, con guerre e problemi di sicurezza, chi ha possibilità economiche cerca luoghi sereni. E il Locarnese ha tutto. Non serve avere l’università o il palazzo di giustizia, serve vivere bene».
Se avesse carta bianca, cosa farebbe?
«La prima cosa sarebbe sistemare la stazione. Non con il progetto bocciato, che i locarnesi hanno rifiutato, ma con una soluzione seria. Lì, a nord della stazione, c’è spazio per creare un nodo moderno, funzionale, sicuro. Un sottopassaggio, poi, è indispensabile. Oggi è pericoloso attraversare quella strada. Occorre, inoltre, una sala congressi all’altezza. Come dicevo in precedenza è ora di finirla con i progetti faraonici e con le competizioni tra Comuni, serve una visione unitaria».
Parliamo di un’altra sua passione, il calcio. Come vive la situazione del Locarno e del Bellinzona?
«Con molta tristezza. In Ticino potrebbe e dovrebbe esserci una squadra faro e, al massimo, una seconda realtà solida in serie B nella quale inserire i giovani non ancora pronti al salto in Super League. Ma per arrivare a ciò bisogna unirsi, collaborare e lasciare da parte i personalismi sterili. Invece ogni presidente vuole emergere, vincere il proprio campionato. E si disperdono energie».
Ai tempi di Gabriele Giulini lei era interessato a uno stadio a Castione. È un rimpianto?
«No, era una provocazione. Volevo smuovere Lugano, che non si decideva a fare il nuovo stadio».
Vedrebbe bene un Team Sopraceneri, un’unione tra ACB e FC Locarno?
«Oggi, se il Bellinzona dovesse fallire, partirei da un punto fermo. Mantenere almeno la Promotion League. Chi ha il titolo? Il Paradiso. È una società che fa fatica, ma ha quel diritto sportivo alla categoria. Una fusione Paradiso-Bellinzona avrebbe senso. Il Bellinzona ha infrastrutture, il Paradiso il titolo e c’è un allenatore che conosce entrambe le realtà. Il problema, come sempre, è: chi fa il presidente?».
Se l’ACB fallisse, darebbe una mano per il rilancio?
«No, non rientrerei. Ho fatto undici anni di calcio e so cosa comporta, a tutti i livelli. Posso dare idee, consigli, una visione, quello sì, fa parte del mio carattere imprenditoriale. Ma non posso più prendermi certi rischi. La passione c’è ancora, ma l’età e l’esperienza mi dicono che è tempo di fare altro».




