Città del Vaticano

Il Papa: «No ai deliri d’onnipotenza, si affermi l’artigianato della pace»

Leone XIV ha chiuso la porta santa in San Pietro e, con essa, il giubileo della speranza voluto dal predecessore argentino - «Attorno a noi un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto, il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di ricominciare»
Alle 9.41 di ieri mattina papa Leone XIV ha chiuso la porta santa in San Pietro sancendo la fine del Giulibeo della speranza. ©Epa
Dario Campione
07.01.2026 06:00

Nella notte di Natale del 2024, l’immagine di Francesco che, in carrozzina, risaliva la pedana posta davanti alla porta santa di San Pietro e spingeva non soltanto simbolicamente - con le poche forze rimaste - i pesanti battenti di bronzo per aprire il mondo alla speranza, aveva commosso e colpito tutti. L’anziano e malato pontefice argentino non si era sottratto al secolare rituale di avvio del giubileo. In realtà, non l’avrebbe mai fatto.

Dopo 378 giorni, quella stessa porta è stata chiusa ieri da un altro Papa. Il successore di Bergoglio. Alle 9.41, nell’atrio della basilica vaticana, Leone XIV si è prima genuflesso, in silenzio, con le mani giunte e la mitra sul capo. Poi si è avvicinato all’anta di destra, tirandola verso di sé. Lo stesso ha fatto, qualche secondo dopo, con la sinistra. Un tonfo sordo ha decretato la fine del rito e, con essa, la conclusione del giubileo.

Pochi e rari sono stati i precedenti nella storia di un tempo giubilare avviato da un pontefice e chiuso da un altro. Il disegno di Dio - colui che «sorprende» ancora e sempre, ha detto Prevost nell’omelia della messa per la solennità dell’Epifania celebrata in San Pietro - ha voluto che questo accadesse. E anche per questo è curioso che Leone XIV non abbia citato il suo predecessore né sotto le volte della basilica petrina né all’Angelus, preferendo soffermarsi piuttosto su un richiamo alla Gaudium et Spes, la costituzione pastorale nonché principale documento del Vaticano II - promulgata da Paolo VI il 7 dicembre 1965, l’ultimo giorno del Concilio.

Vite in cammino

Come sempre, le parole del pontefice statunitense sono state inizialmente ancorate alle sacre scritture per poi sfociare in riflessioni sulle complicate e difficili condizioni attuali dell’umanità.

«La porta santa di questa basilica, che ultima, oggi, è stata chiusa, ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova - ha esordito Leone XIV nell’omelia pronunciata in San Pietro - Chi erano e che cosa li muoveva? Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza? Sì, i Magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare».

«Homo viator, dicevano gli antichi - ha aggiunto ancora il pontefice - Siamo vite in cammino. Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita».

Combattere i violenti

Ancora una volta, Leone XIV ha chiesto pace e si è scagliato contro il mondo interessato soltanto al potere, al profitto, al consumo. Le sue parole sono state chiare. Nette. Nessun riferimento diretto, piuttosto una riflessione generale e compiuta.

«“Dai giorni di Giovanni il Battista fino a ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono”. Questa misteriosa espressione di Gesù, riportata nel Vangelo di Matteo (11,12) - ha citato Prevost - non può non farci pensare a tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il nuovo che Dio ha in serbo per tutti. Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato il giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?».

No alle lusinghe dei potenti

In un mondo squassato continuamente da conflitti e scontri armati, in quella che Francesco aveva definito una «Terza guerra mondiale a pezzi», il richiamo di Prevost alla pace è stato ancora una volta fortissimo. In particolare, nella chiusura dell’Angelus, il momento in cui Leone XIV ha scandito: «Gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace. Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada».

Sin qui, sicuramente il pontificato del successore di Bergoglio è stato caratterizzato da un costante appello alla pace. La pace «disarmata e disarmante» che la Chiesa è chiamata a promuovere e incoraggiare senza mai fermarsi.

«Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora - ha detto Leone - Maria, stella del mattino, camminerà sempre davanti a noi! Nel suo Figlio contempleremo e serviremo una magnifica umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si è fatto carne». E chissà se a Washington o a Mosca qualcuno si è sentito chiamare direttamente in causa.