In aumento i bambini diabetici, e sono sempre più piccoli

«Fino a vent’anni fa, i casi di diabete venivano diagnosticati principalmente a bambini tra gli 8 e i 13 anni. Oggi, invece, assistiamo a un aumento esponenziale tra i bambini sotto i 5 anni». Il dottor Piero Balice, specialista in endocrinologia e diabetologia pediatrica, racconta l’accelerazione subita dalla malattia autoimmune negli ultimi anni. Il diabete di tipo 1, a differenza del passato, colpisce oggi molti più bambini, soprattutto piccoli. «L’età media in cui l’incidenza è aumentata in modo importante è di 3-4 anni. Tuttavia, tra i miei pazienti ci sono anche bebè di 11 e di 18 mesi», spiega il medico dell’EOC. Negli ultimi dieci anni, racconta, il numero delle diagnosi è cresciuto. In Ticino, come nel resto del mondo. «Subito dopo la pandemia, avevamo avuto l’impressione che la crescita dei casi avesse subito un’impennata. Dal 2022 al 2023, infatti, eravamo sopra la media. Quest’anno, invece, siamo leggermente al di sotto. Il trend, comunque, è chiaro: i casi stanno aumentando». Ma se la tendenza appare chiara, più difficile è identificarne la ragione. «Con ogni probabilità, stiamo assistendo a una sorta di selezione immunitaria, così come a un’attenzione accresciuta alla diagnosi». I fattori, insomma, sembrano essere molteplici. «Dopo la pandemia si è fatta largo l’ipotesi che potesse esserci una correlazione diretta tra l’infezione causata dal COVID e l’insorgenza del diabete di tipo 1. Al momento, però, non ci sono studi che lo attestano».
Diagnosi difficile
Il fatto che ad ammalarsi siano sempre più spesso bambini molto piccoli, rende la diagnosi particolarmente complessa. «Normalmente, nei casi di diabete 1 il bambino inizia a bere molto e a fare tanta pipì. A questo si accompagna poi un maggiore appetito, ma anche una perdita di peso. Gli step successivi sono l’acidosi, con il bambino che comincia a respirare male e in maniera accelerata, a vomitare e infine il coma. Noi speriamo sempre di riuscire ad arrivare alla diagnosi alle primissime avvisaglie, quando cioè il bambino inizia a bere molto». Il problema, però, è che se nei bambini più grandi i genitori possono accorgersi velocemente del cambiamento in atto, nei piccoli è più complicato, visto che portano ancora il pannolino. Fondamentale, in questo caso, è l’occhio attento del pediatra, anche perché spesso il diabete di tipo 1 si manifesta in concomitanza con altre malattie: «Se un bambino tossisce e presenta raffreddore, la difficoltà nella respirazione può essere associata al malessere generale. Per questo cerchiamo di sensibilizzare i pediatri, in modo da renderli attenti a cogliere i primissimi segnali della malattia».
I numeri in Ticino
In Ticino, il dottor Balice segue 110 tra bambini e ragazzi fino ai 20 anni. «In media, contiamo tra i 10 e i 15 nuovi casi ogni anno. Numeri in linea con gli altri cantoni». Ma come si cura un bambino con diabete? «Più andiamo avanti con gli anni e più il progresso scientifico ci viene incontro con tecniche moderne. Oggi, ad esempio, disponiamo di pompe ad insulina ibride, collegate con sensori transcutanei capaci di leggere la glicemia in modo praticamente continuo», premette il medico. «La cura si basa su tre punti principali: la cognizione di cosa si mangia, valutando quindi l’apporto di carboidrati; il controllo del livello di glicemia e la somministrazione dell’insulina». La terapia viene però modulata sulla base del singolo paziente, «cucita addosso a lui», in base ai suoi bisogni e a quelli della famiglia.
In mancanza di una cura che permetta di guarire, ancora oggi si è costretti a convivere con il diabete. «Negli ultimi vent’anni, però, la qualità di vita per il paziente è cambiata radicalmente. Oggi, chi ha il diabete di tipo 1 può fare praticamente tutto. In più, gli ultimi studi hanno dimostrato che la speranza di vita, nei pazienti diabetici, è più alta. E questo perché imparano a condurre una vita molto più sana rispetto agli altri». Le difficoltà, tuttavia, non mancano, specialmente nel momento in cui viene diagnosticata la malattia o durante le diverse fasi di crescita del paziente. «Il momento più delicato - racconta il dottor Balice - è l’adolescenza, perché è una fase di transizione in cui il ragazzo deve essere accompagnato passo per passo». Altrettanto impegnative, però, sono le primissime fasi: «Curare il diabete è un lavoro di squadra. Oltre a me, ci sono anche una psicologa, una dietista e una infermiera in diabetologia. È importante che tutto il personale sia disponibile per supportare i pazienti. Le famiglie devono sapere che noi ci siamo per loro. Che non sono sole in caso di bisogno».
Alla ricerca di autonomia
Quando si scopre che il proprio figlio ha il diabete, ripete ancora Balice, il contatto con il personale è fondamentale, come lo è l’accompagnamento. «Al contempo, però, bisogna fare in modo che i genitori non sviluppino un’eccessiva dipendenza da noi. Per questo cerchiamo di impegnarci per assicurare un ricovero breve, per fornire istruzioni precise e mantenere i contatti a domicilio». In Canada, racconta sempre Balice, dove i pazienti diabetici sono numerosi e dove hanno sede gli ospedali più all’avanguardia, al momento della diagnosi i bambini rimangono in ospedale solo tre giorni. «Da noi i tempi sono superiori, si va dai 5 ai 7 giorni. Ma dobbiamo anche pensare che fino a vent’anni fa il ricovero durava un mese. Il nostro compito è quello di sensibilizzare le famiglie, istruirle, ma anche permettere che possano tornare a casa loro, alla loro vita nel più breve tempo possibile. Altrimenti c’è il rischio che si sviluppi un’eccessiva dipendenza dai curanti». Una volta rese autonome nel percorso di cura quotidiana, però, le famiglie vanno comunque sostenute nel tempo. «Per questa ragione, racconta il medico, abbiamo deciso di organizzare consulti che vanno al di là dell’aspetto medico. Incontriamo le famiglie per stare al loro fianco e organizziamo per i bambini colonie estive, affinché possano vivere questa esperienza di gruppo pur restando sotto controllo medico». Nonostante la progressione dei casi di diabete di tipo 1 - e la mole di lavoro accresciuta - il dottor Piero Balice non si dice preoccupato. «Per fortuna, proprio considerando le cifre in aumento, negli ultimi anni non siamo rimasti fermi. Siamo riusciti ad ampliare la nostra équipe, in modo da non farci travolgere e riuscire a seguire tutti i pazienti».
