In Ticino un carcere da «tutto esaurito»

È un pienone decisamente poco positivo quello che si vive ormai da tempo in Ticino. A registrare il «tutto esaurito», infatti, non sono le camere di hotel o i ristoranti presi d’assalto dai turisti, ma le strutture carcerarie cantonali. Una situazione che, dice il direttore Stefano Laffranchini, si protrae da almeno due anni, quasi senza sosta. «In quanto territorio di frontiera, a differenza degli altri cantoni ci troviamo a fare i conti con tutta una serie di reati tipici di una zona di confine. Reati collegati alla criminalità transfrontaliera e all’infrazione alla legge sugli stupefacenti». Non è un caso, ad esempio, che quasi un detenuto su due, in Ticino, sia incarcerato per illeciti connessi alla droga. Anche perché, ricorda Laffranchini, «chi viene fermato qui, viene processato qui e sconta anche la pena qui, gravando sulle nostre strutture carcerarie». Penitenziari che, tranne rari momenti di quiete, sono ormai quasi sempre ben oltre il limite. «Attualmente, al carcere giudiziario della Farera ospitiamo due persone in più rispetto alla capienza consentita, che sarebbe di 88 posti. Al carcere penale della Stampa, invece, siamo sempre al cento percento dell’occupazione».
Eppure, sostiene il direttore, «il fatto di aver conosciuto prima, con altri cantoni romandi, il problema del sovraffollamento ci ha portato ad adottare in anticipo una serie di soluzioni utili sia ad aumentare i posti destinati ai detenuti, sia a sgravare i nostri collaboratori». Dal profilo operativo, il direttore delle strutture carcerarie - insieme alla Divisione della giustizia - negli scorsi mesi ha provveduto a recuperare lo spazio necessario per creare cinque posti in più all’interno delle strutture carcerarie, e «altri ancora possono essere ricavati in caso di assoluta emergenza». Fondamentale, però, è stato anche riuscire a sgravare gli agenti di custodia, alleggerendoli di alcuni compiti. «In questo contesto, l’utilizzo della tecnologia ci è venuto incontro, così come molto utile si è rivelata la possibilità di demandare esternamente alcuni compiti di controllo che non presuppongono il contatto diretto con le persone detenute». A tutto ciò, poi, dal profilo procedurale si aggiunge «la collaborazione con la Polizia cantonale che, quando la Farera non ha più disponibilità di posti, trattiene alcune persone fino a un massimo di 72 ore dopo l’arresto, in attesa del trasferimento presso le nostre strutture». Si tratta, sottolinea Laffranchini, di «soluzioni concrete» dettate da una situazione di emergenza continua. Provvedimenti che, tuttavia, non possono prescindere dal contare su un numero sufficiente di collaboratori attivi nelle strutture carcerarie. «E qui, finalmente, intravediamo la luce in fondo al tunnel», evidenzia il direttore. Infatti, «tra non molto termineranno la formazione nove agenti di custodia, e al concorso per la nuova scuola abbiamo ricevuto 170 candidature, il che ci lascia ben sperare». Ma non finisce qui perché, a medio termine potremmo disporre di «moduli detentivi abitativi» che garantiranno alcuni posti supplementari. «Per questo, però, occorrerà avere un via libera politico. Attualmente, la Divisione della giustizia sta allestendo un apposito messaggio all’indirizzo del Dipartimento». Nel prossimo futuro, comunque, rimane l’esigenza di costruire un nuovo carcere, visto che la Stampa ha ormai superato il mezzo secolo di vita, raggiungendo il termine del proprio ciclo di vita infrastrutturale. «Le riflessioni sono in corso. Ci vorrà tempo, ma non si tratta di ripartire da zero perché negli anni sono già stati portati avanti alcuni studi di fattibilità».
«Serve fare di più»
«Il tema del sovraffollamento delle carceri è un problema che conosciamo da tempo», commenta da parte sua Giulia Petralli, presidente della Commissione parlamentare della sorveglianza delle condizioni di detenzione. Una situazione che tempo fa si poteva definire eccezionale, col passare del tempo è diventata la regola. E ciò porta a una serie di problemi a cascata, magari di piccola entità, ma che se vengono sommati assumono una dimensione diversa: lunghe attese per poter parlare con il proprio avvocato o cibo che talvolta arriva freddo, possono infatti incidere sulle condizioni delle persone che si trovano in regime di privazione della libertà. «Si cerca di far fronte al sovraffollamento delle strutture con misure emergenziali, tuttavia questi espedienti non possono durare ancora a lungo», sottolinea ancora Petralli. «Chiediamo dunque al Governo un intervento più forte per cercare di risolvere la situazione, anche perché il personale è sottodotato. È una situazione spiacevole per tutti, anche perché chi lavora nelle carceri cerca di fare sempre il massimo in condizioni talvolta difficili e complesse». Il Consiglio di Stato, per ovviare al problema cronico del sovraffollamento, aveva ipotizzato l’acquisto o l’affitto di container detentivi, seguendo l’esempio di altri Cantoni. «Da due anni ci viene detto che questa soluzione è in arrivo, tuttavia all’orizzonte continua a non vedersi nulla e non c’è neppure un messaggio all’attenzione del Parlamento», chiosa Petralli.


