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L'editoriale

La cadrega libera risveglia gli appetiti

Le uscite dell’UDC di Piero Marchesi e del co-presidente del PS Fabrizio Sirica all’indomani della decisione di Christian Vitta di non ricandidarsi al Consiglio di Stato tradiscono un nervosismo latente
Gianni Righinetti
02.06.2026 06:00

Appena in Ticino si libera una poltrona politica parte la corsa, finanche scomposta e incoerente, alla cadrega. Il malvezzo è stato confermato all’indomani della decisione di Christian Vitta di non ricandidarsi al Consiglio di Stato, e di riflesso alla direzione del Dipartimento delle finanze e dell’economia nell’aprile del 2027. In un batter d’occhio si è fatta avanti l’UDC di Piero Marchesi con fare famelico, poco più tardi si è lanciato pure il co-presidente del PS Fabrizio Sirica in missione solitaria formato social, precisando trattarsi di una sua iniziativa personale. Come dire che la collega Laura Riget e la consigliera di Stato Marina Carobbio non c’entrano. E viene da chiederci cosa ne pensino. Ma questa è un’altra storia. Sta di fatto che queste due uscite tradiscono un nervosismo latente: da una parte di chi coglie ogni occasione per mandare un messaggio alla Lega (e a Claudio Zali), dall’altra il 50% della conduzione socialista che giocoforza deve iniziare a cogliere i punti deboli e i tanti interrogativi dell’alleanza per una sinistra ampia che domani sarà al vaglio del parlamentino del PS. E che non fa certamente l’unanimità.

Ma con questa uscita velleitaria i due opposti della politica cantonale si mostrano maldestri. Ma come, ci raccontano sempre la storiella che «i Dipartimenti sono competenza del Governo», che «si vedrà una volta eletti», che in fondo «tutti e cinque i Dipartimenti sono importanti per il bene dei cittadini» e poi, voilà, scivolano sulla prima buccia di banana che trovano lungo il tragitto verso l’appuntamento con le urne. Se quella di Sirica si può considerare un’esternazione fin troppo leggera, con un format da social, con una spinta scenografica molto marcata, quasi si trattasse di un gioco, l’uscita dell’UDC è più importante. Un lungo e dettagliato comunicato nel quale viene spiegato il perché con i democentristi alle finanze e all’economia i tormenti di una lunga stagione politica finirebbero grazie a una promessa di quelle importanti: «Risanare in modo definitivo le finanze cantonali, frenare l’esplosione della spesa pubblica, contenere il debito e impedire nuovi aggravi per cittadini, famiglie e imprese». Suona come un manifesto elettorale molto impegnativo. Poi, per carità, l’UDC potrebbe prendere in mano il DFE, ma non lo farebbe di certo mostrandosi ai blocchi di partenza con umiltà, bensì con lo zaino pesante delle promesse facili già sulle spalle. Una possibile lettura di tanta frenesia è dettata dal fatto che le mosse leghiste esigevano una reazione: se Claudio Zali dice «Territorio» e Norman Gobbi si ritroverà con il cerino del Dipartimento delle istituzioni in mano, ecco la contromossa dei cugini ormai sempre più lontani.

La cadrega può essere vista come folklore, mentre è una costante del costume politico ticinese. Poi, se la decliniamo con maggiore serietà, viene da dire che il problema non è di per sé l’ambizione ma quella sceneggiata che fa emergere un disinteresse di fondo e poco rispetto per le Istituzioni. Le Finanze sono certamente un Dipartimento attorno al quale ruota molto, perché è con i soldi che si orientano e implementano le politiche cantonali. È dove si definiscono le priorità, i sacrifici e i margini d’azione. Ma tutto richiede una condivisione. Non si creda che chi siede lì diventa come d’incanto un super ministro. Già nel 2011, quando tramontò la maggioranza relativa del PLR in Governo a vantaggio della Lega, il conducator Giuliano Bignasca esortò i suoi (il confermato Marco Borradori e il neoeletto Norman Gobbi) a sedersi sulla sedia che storicamente è nelle mani dei liberali radicali. Entrambi rifiutarono quella dinamica che aveva una sua logica: assegnare il DFE alla forza politica con due seggi nell’Esecutivo. E chi può dire oggi chi eventualmente si troverà in quella condizione il prossimo 11 aprile?

Potremmo avere un Governo pentapartito, magari con l’entrata in scena della stessa UDC, ma senza la certezza che ci sarà una coalizione a destra con la Lega. Nello scenario descritto tutto dipenderà dall’eletto leghista. Con la fuga in avanti del democentristi ci troviamo ai massimi livelli della speculazione politica, che, per interposto Sirica, vede trascinato in campo anche il PS. Come si fa a pretendere le finanze da parte di una forza che si ritiene sola in un Governo di destra-centrodestra? Tutto questo accade poi in contemporanea alle prime timide dichiarazioni su una possibile revisione dei compiti dei Dipartimenti. È un po’ il teatrino dell’assurdo: da una parte si finge di pensare ed essere disposti a partecipare alla costruzione di qualcosa di diversamente strutturato per guardare al bene del Ticino di domani. Dall’altra parte si fanno solo calcoli di bottega finalizzati a coltivare il proprio orticello. Tutto questo conduce ad un’amara conclusione. Non ci scandalizziamo di certo per la corsa alla poltrona, ma per la pretesa di farci credere che non esista.