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L'editoriale

La difficile uscita dall'era Netanyahu

Difficile dire cosa accadrà in Israele nelle prossime settimane e mesi - Un Governo di unità nazionale potrebbe essere la soluzione migliore, ma vista la litigiosità presente nel mondo politico israeliano, trovare un’intesa tra fazioni contrapposte sarà più che mai complesso
Osvaldo Migotto
30.10.2026 06:00

In Israele lo scrutinio dei voti espressi domenica scorsa non ha portato il risultato sperato, né al premier uscente Netanyahu (detto Bibi), né al leader dei partiti d’opposizione Eisenkot. L’attuale coalizione di governo, composta anche da partiti di estrema destra, non raggiunge i 61 seggi necessari per avere la maggioranza alla Knesset (il Parlamento unicamerale dello Stato ebraico). Lo stesso vale per il fronte delle opposizioni che supererebbe la soglia dei 60 seggi solo alleandosi con i partiti arabi che hanno ottenuto 19 rappresentanti nel Legislativo. Durante la campagna elettorale sia Bibi, sia Eisenkot avevano escluso una possibile alleanza con il fronte dei partiti arabi, ma ora che l’unico modo per mettere il premier uscente nell’angolo sarebbe quello di unire le forze con gli odiati arabi, Eisenkot potrebbe ripensarci.

Una scelta di questo tipo non appare però per nulla scontata, considerato che all’interno della coalizione anti-Netanyahu vi sono Naftali Bennett e Avigdor Liberman, uomini di destra, che non vogliono alleanze né con Netanyahu né con i partiti arabi. Bibi tuttavia teme una possibile soluzione di questo tipo per scacciarlo dal potere e per questo ha chiesto all’opposizione ebraica di non patteggiare con l’opposizione araba, appoggiando la tesi secondo cui uno dei partiti della coalizione araba avrebbe ottenuto finanziamenti dal Qatar. La Commissione elettorale ha chiesto ai servizi segreti di indagare su questa presunta ingerenza esterna nel voto, ma per ora non è stata fornita alcuna prova.

Dal canto suo il presidente Isaac Herzog si rende conto della difficile situazione in cui è venuto a trovarsi il Paese dopo il voto, e per questo sta spingendo affinché non vi sia un ritorno alle urne in un momento in cui lo Stato ebraico necessita di stabilità politica per affrontare le cruciali sfide nell’ambito della sicurezza interna e regionale, così come quelle in ambito economico e diplomatico. La tornata elettorale del 25 ottobre è stata la prima dopo i drammatici fatti del 7 ottobre 2023 e il Paese appare ancora traumatizzato e diviso sulle responsabilità di quello spietato massacro compiuto dai terroristi di Hamas. Il leader delle opposizioni Eisenkot si è da tempo dichiarato a favore di una commissione d’inchiesta destinata a scoprire cosa non ha funzionato nel sistema difensivo israeliano in quell’infausto giorno e anche in quelli precedenti. Netanyahu, dal canto suo, ha sempre rifiutato una tale procedura. Un’indagine che potrebbe servire a evitare che simili scorribande sanguinarie si ripetano più in futuro.

Nonostante ciò una percentuale non indifferente della popolazione continua a dare fiducia al suo condottiero che, fino alla conclusione delle consultazioni che a giorni avvierà il presidente Herzog, continuerà a guidare il Paese con pieni poteri. Difficile dire cosa accadrà in Israele nelle prossime settimane e mesi. Un Governo di unità nazionale potrebbe essere la soluzione migliore per dare stabilità allo Stato ebraico, ma vista la litigiosità presente nel mondo politico israeliano e considerate le visioni contrapposte dei due principali leader politici su questioni cruciali, come il controllo dei coloni violenti in Cisgiordania, trovare un’intesa tra fazioni contrapposte sarà più che mai difficile. I condottieri di un Paese, che in teoria dovrebbero rappresentare un faro per l’intera popolazione, a volte possono essere delle guide poco affidabili, soprattutto se al primo posto mettono la loro sopravvivenza politica. Stringere alleanze con partiti estremisti non ha certo giovato al premier uscente che in alcune circostanze ha dovuto cedere alle richieste di partitini per evitare una crisi di governo. In Israele, così come in altri Paesi, la frammentazione politica del Parlamento è un fattore di instabilità, soprattutto se le ideologie presenti all’interno della coalizione al potere sono molto distanti le une dalle altre. Eppure Netanyahu sembra pronto a proseguire per la sua strada.