L'intervista

«La libertà d’espressione va capita, studiata e tutelata»

Giona A. Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival, parla della prossima edizione in programma dal 5 al 15 agosto prossimi
Giona A. Nazzaro. ©Samuel Golay
Dario Campione
28.05.2026 06:00

Giona A. Nazzaro, che festival sarà quello del prossimo agosto?
«Sarà un festival che ci auguriamo possa rivelarsi all’altezza delle edizioni precedenti. È forse una risposta diplomatica, ma inevitabile. Stiamo lavorando a questa edizione fin dall’agosto dell’anno scorso. Quello che ci motiva e ci muove è sempre il forte legame con il territorio: offrire il meglio alla città di Locarno, al canton Ticino e, di riflesso, alla Svizzera tutta».

Che cosa è cambiato da un anno a questa parte, nel cinema, se qualcosa è cambiato?
«In questa epoca, i cambiamenti si succedono in maniera rapidissima. I riflessi dei teatri bellici, delle guerre, hanno un impatto inevitabile sui movimenti dell’economia e della macroeconomia, e si traducono in un restringimento dei perimetri del mondo e dell’accessibilità alle risorse produttive. Non bisogna poi dimenticare il costante riassestamento del settore dell’audiovisivo, di cui il cinema ormai è solo una parte, per quanto importante».

Nel concorso ci sarà più Europa o più extra-Europa?
«Domanda giusta: al momento, sulla base dei titoli confermati, l’equilibrio è pari».

La retrospettiva della 79. edizione sarà molto interessante e, per certi aspetti, coraggiosa: il cinema del periodo maccartista, in un momento in cui in America si respira di nuovo un clima, se non simile, almeno per certi versi affine. Perché questa scelta?
«Non è una scelta casuale. Posso rivelare che la retrospettiva sul maccartismo era stata pensata originariamente per l’ottantesimo: volevamo segnare quella ricorrenza con un grande momento di riflessione storica. L’avevamo immaginata come un omaggio genuinamente retrospettivo, una riflessione su tutto ciò che potenzialmente si rischia di perdere in una prospettiva di restringimento degli orizzonti della libertà. Poi, inevitabilmente, i fatti ci hanno superato e abbiamo deciso di anticipare la retrospettiva sul maccartismo. Tutto ciò che accade sembra andare in una direzione che non ci piace. La libertà di espressione esiste nel momento in cui io e lei non siamo d’accordo ma possiamo esprimerci senza censure. Il pensiero unico non ha bisogno della libertà di espressione la quale, però, non è mai gratuita: è associata alla responsabilità, ed è un fondamento della nostra convivenza civile. Oggi la vediamo invece usata come un grimaldello, per non dire peggio, complice anche l’uso indiscriminato di certi strumenti alla portata di tutti, senza nemmeno il più elementare controllo delle fonti. E abbiamo visto che, mentendo, si possono spostare interi equilibri e percezioni del mondo. La retrospettiva vuole quindi riporre l’accento su ciò che rischiamo di perdere quando la libertà di espressione viene meno e, al tempo stesso, indicare che essa va tutelata, studiata, protetta, compresa. A volte, libertà di espressione significa anche, molto semplicemente, ascoltare l’altro».

Un’ultima cosa: siamo sempre di più nell’anno dell’intelligenza artificiale, tema al centro anche dell’enciclica di Leone XIV. Che cosa sta cambiando nel rapporto tra cinema e IA?
«Questa è una domanda da un milione di dollari. In realtà, sta cambiando tutto, ancora una volta. Se guardiamo indietro, dal 2020 a oggi, vediamo quante cose si sono trasformate. Sta cambiando tutto perché l’intelligenza artificiale non è soltanto un nuovo effetto speciale, come ha dichiarato Peter Jackson a Cannes. L’IA è anche la possibilità di disporre di una serie di lavori e professionalità a “costo zero”: oggi possiamo ipotizzare un film che non esiste, dialogare con l’intelligenza artificiale per capire se ci sia un pubblico, un festival, una modalità per produrlo in maniera economica o costosa. Tutti lavori che prima erano frutto dell’ingegno umano».

La questione, quindi, non è intelligenza artificiale sì o no, quanto piuttosto come usarla.
«Il punto è: riusciamo, attraverso l’IA, ad affrancarci dal lavoro mal pagato e mal inquadrato, liberando magari risorse per fare altro? Essere contro l’intelligenza artificiale oggi è come essere stati contro i processi di stampa di Gutenberg 600 anni fa: se è vero che la parola di Dio, passando dagli amanuensi alla stamperia, ha perso una certa esclusività di trasmissione, è anche vero che tutti hanno potuto leggerla e avere accesso a essa. Un modo sbagliato di usare l’IA è tagliare posti di lavoro facendo correre i server, inquinando e avvelenando le risorse. L’altro modo è capire come interagire con essa, perché tanto l’intelligenza artificiale è già molto più avanti di noi».