«200 franchi bastano!»

«La RSI dovrebbe fare comunque autocritica»

Secondo i promotori dell'iniziativa, l’esito cantonale è «quasi una sconfitta» per il servizio pubblico radiotelevisivo - Lorenzo Quadri: «La discussione proseguirà in Parlamento» - Fabio Regazzi: «Il canone per le aziende va comunque abolito»
©Gabriele Putzu
Francesco Pellegrinelli
08.03.2026 23:00

L’esito del voto a livello federale è stato schiacciante: l’iniziativa popolare «200 franchi bastano» è stata respinta da oltre il 61,9% dei votanti. Tutt’altra storia, invece, in Ticino, dove il fronte dei contrari si è fermato al 53,3%. Tanto o poco? Dipende dai punti di vista e da come gli interlocutori, oggi, hanno scelto di leggere l’andamento del voto.

Per i promotori dell’iniziativa, il voto ticinese deve infatti suonare come un campanello d’allarme nei confronti della RSI. Allo slogan «No signal», scelto dai contrari durante la campagna, c’è già chi suggerisce «Bad signal».

«Giornalismo di sinistra»

«È chiaro che il nostro fronte è rammaricato perché purtroppo l’iniziativa non è riuscita a passare», ha commentato il consigliere nazionale UDC, Paolo Pamini a Ticinonews: «Va però detto che un risultato positivo lo abbiamo già raggiunto con la riduzione del canone da 335 a 300 franchi deciso dal Consiglio federale».

Al netto del risultato federale, secondo Pamini, il Ticino ha comunque confermato quelle sensibilità che erano già emerse durante la raccolta firme. «Ricordiamo che trentamila firme su centoventimila, quindi un quarto del totale, arrivavano proprio dalla nostra regione. Oggi il Ticino è il secondo cantone che più si avvicina al sì, malgrado il grande dispiegamento di forze che c’è stato sul fronte dei contrari. Oserei dire che, se non ci fosse stato il massiccio interessamento della partitocrazia ticinese, forse oggi staremmo commentando un sì. Credo, quindi, che la RSI abbia davanti a sé un importante lavoro di autoanalisi, già a partire da domani». Secondo Pamini, una parte importante della popolazione ticinese proverebbe infatti una certa insofferenza verso la RSI: «Molti giornalisti si dichiarano apertamente appartenenti al campo progressista – non siamo noi a dirlo – e questo traspare nelle notizie e nel palinsesto. L’esito del voto, però, indica in maniera chiara che questo atteggiamento non è da tutti condiviso. Quasi un ticinese su due si è pronunciato a favore della riduzione del canone».

«Un malessere c’è»

Il Ticino era il cantone che avrebbe avuto maggiormente da perdere in caso di un sì all’iniziativa. Proprio per questo era lecito aspettarsi che votasse in modo ancora più massiccio contro l’iniziativa. Invece è successo esattamente il contrario, il che può apparire a prima vista un po’ paradossale. Come leggere dunque questo dato?

«Credo che esiste oggettivamente un certo malessere nei confronti della RSI, vuoi per le condizioni di lavoro dei dipendenti, percepite come fuori mercato, vuoi per quello che considero un chiaro sbilanciamento politico verso sinistra», ha commentato dal canto suo il consigliere agli Stati e presidente dell’USAM, Fabio Regazzi, secondo il quale sarebbe auspicabile «avviare subito quella riflessione autocritica che in passato era stata promessa. Sono curioso di vedere se questa volta succederà per davvero».

«Il messaggio è passato»

Un’altra importante riflessione post-voto riguarda la doppia imposizione a cui le aziende, di fatto, sono sottoposte. «L’aspetto positivo, nonostante l’esito finale del voto, è che abbiamo sentito numerosi esponenti politici e molti cittadini riconoscere che questa doppia imposizione è effettivamente problematica. Lo ha ammesso persino la direttrice generale della SSR, Susanne Wille. Del resto, aggiunge il presidente dell’USAM, lo dice anche una sentenza del Tribunale federale che ha criticato la costituzionalità di questo prelievo. Il messaggio quindi è passato, e questo è positivo. Di sicuro rilanceremo il tema. Dobbiamo ancora valutare come, ma lo faremo di certo. A titolo personale proporrei una soluzione: rendere il canone per le aziende volontario. Se un’azienda vuole contribuire al finanziamento del servizio pubblico potrebbe farlo liberamente, e magari beneficiare di una deduzione fiscale sull’importo versato. Sarebbe una soluzione più equa. Quello che invece non ha senso è un canone obbligatorio per le aziende, che a mio avviso non si giustifica sotto nessun punto di vista».

Anche il controprogetto del Consiglio federale, che prevede di alzare la soglia di esenzione per le aziende da 500 mila a 1,2 milioni di franchi di fatturato, non convince Regazzi: «È vero che numericamente questo permetterebbe di esentare molte imprese, ma il problema di fondo rimane. Gli introiti complessivi provenienti dalle aziende passerebbero da circa 180 a 160 milioni di franchi: si tratta quindi di una riduzione di una ventina di milioni. In passato - conclude Regazzi - avevo avanzato la proposta di esentare almeno le piccole e medie imprese, cioè quelle con meno di 250 collaboratori.Detto questo, per noi resta anche una questione di principio: il canone per le aziende dovrebbe essere abolito del tutto».

«Ci vediamo in Parlamento»

Anche il consigliere nazionale della Lega, Lorenzo Quadri, ha parlato di «segnale critico verso la RSI». «Pur essendo stata respinta, l’iniziativa in Ticino ha raccolto quasi il 47% di sì: non si può certo parlare di vittoria piena del fronte contrario». Per Quadri, alla luce anche della campagna molto dura contro l’iniziativa e del fatto che il Ticino è tra i cantoni che ricevono di più dalla ripartizione del canone, «il risultato rappresenta quasi una bocciatura della RSI».

Per questo motivo il consigliere nazionale della Lega ritiene che la RSI dovrebbe avviare una riflessione autocritica sul proprio operato, sui costi e sui contenuti proposti. Del resto, aggiunge, «il tema del servizio pubblico non si chiude con questa votazione. Nei prossimi anni tornerà infatti al centro della discussione politica, in particolare quando il Parlamento affronterà il tema della concessione della SSR e della definizione dei compiti del servizio pubblico». Tra gli aspetti che, secondo Quadri, andranno ridiscussi, rientrano soprattutto l’intrattenimento – come reality show o format acquistati dall’estero – alcuni diritti sportivi e soprattutto la presenza online della SSR, che «rischia di creare concorrenza distorta nei confronti dei media privati». Ma quali sarebbero le ragioni del malcontento? «Un orientamento prevalentemente di sinistra, una limitata disponibilità a mettersi in discussione e l’uso di risorse pubbliche per sostenere contenuti che non riflettono l’insieme delle sensibilità politiche del cantone».

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