«L'addio del premier britannico Keir Starmer è figlio della crisi di consensi del Partito Laburista»

Domenico Maria Bruni, associato di History of political systems all’Università di Siena, si occupa di storia politica e istituzionale della Gran Bretagna nel secondo dopoguerra. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato a proposito della crisi in atto nel Regno Unito.
Professor Bruni, perché la parabola di Keir Starmer si chiude dopo soli due anni?
«Il Labour non ha fermato la parabola discendente di popolarità, iniziata con la leadership di Jeremy Corbyn. Le dimensioni della vittoria nelle elezioni del 2024 sono state ampie per numero di seggi, grazie all’effetto del sistema elettorale, ma limitate in termini di voti assoluti. Starmer ha avuto meno consensi di quanti ne ha raccolti Corbyn sia nel 2017 sia nel 2019, l’anno della grande affermazione di Boris Johnson e dei conservatori. Il declino del Labour, come dicevo, è proseguito, ed è diventato evidente nella recente tornata amministrativa e in alcune suppletive, con un’emorragia di voti a sinistra a favore dei Verdi e anche a destra. Un effetto che diventa potenzialmente esplosivo in vista delle future elezioni».
C’è anche una componente di crisi interna ai laburisti da prendere in considerazione?
«Sì. La frattura aperta con l’uscita di scena di Corbyn - un leader molto divisivo - non si è rimarginata. La situazione economica, condizionata dalle crisi internazionali - l’Ucraina, il Medio Oriente e così via - non ha aiutato. A questo si è aggiunta una sempre maggiore difficoltà a tenere unito il Governo, come dimostrano le dimissioni di alcuni ministri nelle ultime settimane. L’immagine e la leadership di Starmer sono state poi duramente messe alla prova dallo scandalo seguito all’arresto dell’ex ambasciatore negli Stati Uniti, Peter Mandelson, coinvolto nel caso Epstein».
A Starmer succederà quasi sicuramente Andy Burnham, per nove anni sindaco della Greater Manchester e già ministro con Tony Blair e con Gordon Brown. È l’uomo giusto per rilanciare il Labour?
«Burnham è sicuramente un personaggio di grande popolarità. È riuscito a ricucire all’interno della Greater Manchester un senso di comunità che si era smarrito e a far emergere qualche segnale di risalita. Ci sono tuttavia due elementi fondamentali su cui riflettere. Il primo riguarda in generale il modo con cui sono affrontate le sfide politiche, in Gran Bretagna e non solo: ormai si punta tutto sulla leadership e sulla popolarità del capo. Manca tutta quella parte di lavoro serio, faticoso - e poco amato, perché spesso inutile o controproducente in termini di consenso immediati - di costruzione di un programma che non sia soltanto un elenco, una lista della spesa, ma anche un percorso di valutazione dei pro e dei contro, una visione politica, l’individuazione degli strumenti e delle risorse necessarie per avere risultati. L’operazione montata dalle elezioni locali di maggio a oggi è stata velocissima, nulla è stato fatto di ciò che sarebbe servito».
E il secondo elemento?
«Mi sembra di capire - posso pure sbagliarmi su questo, lo vedremo nei prossimi giorni - che Burnham sarà l’unico candidato alla successione a Starmer. I possibili competitor di Burnham, invece di farsi triturare nelle elezioni interne, preferiranno arrivare a patti con lui, evitando lo scontro diretto. Questo significa che non ci sarà un confronto tra piattaforme politiche e programmi diversi. Il che può essere un vantaggio, perché evita un dibattito troppo aspro e spaccature nel partito, ma non fa chiarezza sull’effettivo percorso politico che Burnham cercherà di imprimere al Labour e al Governo fino alle prossime elezioni».
Burnham invoca maggiore attenzione per le questioni sociali e la sanità; parla di «Socialismo favorevole agli affari»; e insiste sul «decentramento», sostenendo che la politica britannica è stata sin qui troppo Londra-centrica. Che cosa ne pensa?
«Sono questioni che potrebbero stare nel programma di qualunque partito. Dicono, cioè, assolutamente nulla sul contenuto di quelle politiche. Nessun cenno su dove reperire le risorse, su come utilizzare la leva fiscale o sulla necessità o meno di aumentare il debito pubblico. Per giudicare, bisognerà vedere le scelte concrete di Burnham. Una cosa, però, sembra chiara: la rapidità nel cambio della leadership deve in qualche modo far segnare una soluzione di continuità, una distanza rispetto al predecessore. Soprattutto nelle figure apicali del governo, Burnham dovrà cambiare. Mi sembra molto difficile che il cancelliere dello Scacchiere, ad esempio, possa rimanere al suo posto. E già dall’indicazione del nome per quel posto chiave si capirà che tipo di politica economica, fiscale e di spesa pubblica Burnham andrà a impostare per i prossimi due o tre anni. Diversa è invece la questione del rapporto tra centro e periferia».
In che senso?
«Burnham si presenta come “il sindaco”, colui che ascolta il territorio e che sa rapportarsi direttamente con i cittadini. Un aspetto importante e qualificante anche della sua figura di leader. È vero che Londra ha assorbito risorse finanziarie, economiche, umane. Ma è stata anche il grande motore dell’economia britannica dagli anni ’90 in avanti. Bisogna quindi capire che cosa significa, in termini ad esempio di risorse, ridare un peso ai territori. Il discorso ha assolutamente un senso, ma passa da una serie non banale di meccanismi amministrativi, regolamentari, istituzionali, prima ancora che di ripartizione delle risorse. Quando Margaret Thatcher, negli anni ’80, smontò e rimontò in maniera diversa il sistema di funzionamento delle amministrazioni locali, non lo fece dalla sera alla mattina: fu un’operazione lunga, con grossi rischi anche politici per la premier che era allora in una posizione di leadership un pochino più salda rispetto a quella futura di Burnham».
Professor Bruni, il sistema politico bipartitico del Regno Unito è definitivamente tramontato?
«Dal punto di vista storico, dalla metà dell’800 a oggi quello britannico non è sempre stato un sistema perfettamente bipartitico, se non in una fase specifica che va dal 1945 all’inizio degli anni ’80. Gli anni in cui laburisti e conservatori raccolgono consensi che, sommati tra loro, superano quasi sempre il 90% dei voti totali espressi, dando rappresentanza politica alla struttura socio-economica di un Paese fortemente industrializzato. Prima e dopo di allora, in realtà, il sistema è sempre stato pluripartitico. Lo sgretolamento e l’erosione del sistema bipartitico si sono accelerati a causa dei processi di deindustrializzazione, dell’emersione di nuovi gruppi sociali e della crescente immigrazione. Il sistema elettorale maggioritario ha fatto pensare che la fioritura di partiti non necessariamente portasse con sé una fragilità endemica dei governi. Ma non è così. Ci vuole la politica».
