Le due facce dell’Iran contro gli Stati Uniti: il ministro media, l’imam minaccia

Minacce e blandizie. Dentro la possibile crisi militare con gli Stati Uniti, Teheran si muove in modo apparentemente ambiguo. Da un lato, ripete di volere un’intesa sul nucleare nel più breve tempo possibile. Dall’altro, ripete - con toni bellicosi - di essere pronta e determinata a combattere.
Il primo venerdì di Ramadan, in questo senso, è stato indicativo. Con il ministro degli esteri Abbas Araghchi che ha annunciato una bozza di accordo «nel giro di due o tre giorni»; e con l’ayatollah Mohammad Hassan Aboutorabi Fard che, nel sermone del giorno festivo per l’islam è tornato a minacciare gli americani e Israele di conseguenze terribili in caso di attacco.
«Il prossimo passo per me è presentare una bozza di possibile accordo ai miei omologhi negli Stati Uniti. Credo che nei prossimi due o tre giorni sarà pronto e, dopo la conferma definitiva da parte dei miei superiori, sarà consegnato ai negoziatori di Washington», ha detto Araghchi in un’intervista al canale televisivo statunitense MSNBC, all’interno del programma Morning Joe.
Il sermone del venerdì
Quasi in contemporanea, Aboutorabi Fard, il cui intervento è stato pubblicato integralmente dall’agenzia IRNA, tuonava: «La politica estera della Repubblica islamica dell’Iran si basa sul rifiuto di qualsiasi forma di dominio e dominazione, sulla protezione dell’indipendenza globale e dell’integrità territoriale del Paese, sulla difesa dei diritti di tutti i musulmani, sulla non subordinazione alle potenze egemoniche e sulle relazioni pacifiche reciproche con i Paesi non belligeranti».
«Tutti dovrebbero sapere che gli interessi della nazione sono la linea rossa del team negoziale - ha continuato l’imam nel suo sermone - Dobbiamo compiere passi lunghi e fermi con coraggio, saggezza e dignità per revocare le sanzioni oppressive e proteggere i diritti nucleari del Paese. La nazione iraniana non ha fiducia negli Stati Uniti d’America. Innumerevoli esperienze storiche dimostrano questo fatto, e i politici del Paese non dovrebbero ignorare queste esperienze nemmeno per un momento».
Trattare sì, quindi, ma senza cedere terreno. Soprattutto sul nucleare, il tema che invece l’amministrazione di Washington ritiene dirimente. La conclusione del leader della preghiera del venerdì a Teheran è stata inevitabilmente minacciosa: «Qualsiasi attacco ai cieli iraniani riceverà una risposta potente».

