La tragedia

«L’errore della Svizzera a Crans-Montana? Pensare di poter gestire tutto in silenzio»

Per l’esperto di gestione e comunicazione di crisi Patrick Trancu la Confederazione ora deve rivedere il sistema: «Per prima cosa, si rimettano al centro i familiari delle vittime»
© CYRIL ZINGARO
Martina Salvini
13.02.2026 06:00

Rimettere al centro i familiari delle vittime e rivedere il sistema di gestione delle crisi. Un mese e mezzo dopo il tragico rogo del Constellation, nel quale hanno perso la vita 41 persone, secondo Patrick Trancu, esperto di gestione e comunicazione di crisi e fondatore di TT&A Advisors, la Svizzera può e deve imparare dai propri errori. «Nelle crisi non è importante soltanto prendere la decisione giusta, ma farlo nel momento giusto», spiega Trancu, sostenendo ad esempio che la decisione del Consiglio federale - annunciata mercoledì - di creare un fondo per aiutare finanziariamente persone e familiari colpiti «è lodevole e necessaria, ma anche estremamente tardiva». Anziché intervenire subito, e in maniera coordinata e decisa, si è infatti perso troppo tempo, prosegue l’esperto: «Di errori - sia in termini di azioni, sia sotto il profilo della gestione della comunicazione - da Capodanno a oggi ne sono stati commessi troppi: da parte della Procura, da parte del Cantone, del sindaco e anche del Consiglio federale. Il problema, però, è che, quando nella gestione di una crisi si imbocca un binario sbagliato, è difficile poi tornare indietro e riuscire a cambiare rotta. Gli errori vanno via via sommandosi e, alla lunga, non sono più recuperabili. E in questo caso, a mio avviso, sono mancate la tempestività e la centralizzazione. Ciascun livello ha pensato al proprio lavoro, senza una cabina di regia che coordinasse il tutto».

E poi, fin dai primissimi momenti, è mancata l’empatia, giudicata «un motore fondamentale nella gestione di qualunque crisi di portata simile». Ad esempio, dice Trancu, «con una migliore collaborazione, si sarebbero potute organizzare subito le visite ai pazienti negli ospedali, e non attendere 40 giorni dopo l’evento, come ha deciso di fare il presidente Guy Parmelin che pochi giorni fa al Niguarda di Milano ha incontrato alcuni familiari italiani. In questo modo, le persone coinvolte e loro famiglie avrebbero avvertito la presenza costante e autentica delle autorità elvetiche».

«Più forza e rapidità»

Più in generale, secondo Trancu «la Svizzera ha sbagliato a pensare che una crisi simile - dalla portata internazionale - potesse essere gestita in silenzio e sottotono. Invece, sarebbero serviti maggiore forza e rapidità di intervento, e un serio presidio dei media internazionali». Quanto accaduto può deve essere utile per il futuro.

Da dove ripartire, dunque? «Innanzitutto rimettendo al centro i familiari delle vittime, troppo a lungo lasciati soli», risponde Trancu. Da questo punto di vista, «le autorità devono impegnarsi a garantire alle persone toccate dall’evento tutta l’assistenza di cui hanno bisogno, non solo sotto il profilo economico».

In seconda battuta, poi, la Confederazione dovrebbe ripensare la gestione delle crisi: «Concretamente, quindi, intervenire a livello legislativo per permettere alla giustizia l’assegnazione delle indagini a figure ad hoc, come i procuratori straordinari. E, per la politica, ripensare le modalità di riflessione, intervento e comunicazione in caso di catastrofi di tale portata». Del resto, già durante la pandemia, rileva l’esperto, erano emerse alcune criticità soprattutto nella relazione tra il Consiglio federale e i Cantoni, ora diventate palesi con il dramma di Crans-Montana. «Quando in una crisi l’autorità, sia essa politica o giudiziaria, lascia un vuoto comunicativo, questo viene inevitabilmente riempito da altri. Da un lato, Berna non ha centralizzato la comunicazione e non ha elaborato una strategia; dall’altro, dopo gli errori iniziali, la Procura vallesana non ha saputo - o non ha voluto - gestire il proprio processo comunicativo. Il risultato è stato di lasciare il campo libero a diversi attori (come ad esempio gli avvocati, ma anche i giornalisti) per esprimere i propri punti di vista, i propri giudizi e anche per portare avanti i propri interessi di parte». 

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