Mara Maionchi: «Fare l’artista è un lavoro serio»

Mara Maionchi è una delle protagoniste della musica italiana: discografica, talent scout, ha lavorato fianco a fianco con tutti i grandi nomi (da Battisti a Battiato a De André, da Nannini a Tiziano Ferro) contribuendo in modo fondamentale alla loro affermazione. Poi con l’avvento dei «talent show» televisivi si è ritagliata anche quella grande visibilità che tanti anni dietro le quinte le avevano negato, mettendo in mostra un carattere schietto, a volte ruvido ma attento, competente e sincero. Domenica 13 settembre sarà ospite del Festival Endorfine al Palazzo dei Congressi di Lugano (ore 11.00).
Mara Maionchi: com’è lo stato di salute della musica italiana?
«A mio avviso siamo in una fase di stasi, non solo in Italia ma un po’ in generale. Ma capita: il pop ha delle fasi cicliche: momenti caratterizzati da grande creatività (da noi come in America e in Inghilterra) e altri più fiacchi. Ma non ci si deve preoccupare troppo. Magari fra sei mesi esce qualcosa che ribalta tutta la situazione. È così, è successo altre volte e accadrà anche questa volta».
Tanto più che, secondo i dati forniti dalle case discografiche, il mercato della musica sembra funzionare: con dinamiche diverse dal passato, ma funziona…
«L’ho constatato anch’io analizzando gli ultimi dati e sono rimasta piacevolmente sorpresa. È vero: il mercato sembra andare bene e se le case discografiche sono contente e i loro bilanci sono positivi, forse qualcosa di buono davvero c’è, prodotti che magari noi non riusciamo ad identificare subito in quanto la promozione e la fruizione della musica sono diversi da una volta ma che il pubblico apprezza».
Lei ha vissuto da protagonista molte stagioni della musica italiana: dagli anni Sessanta alla nascita delle prime etichette indipendenti (come la Numero Uno che creò assieme a Mogol e Battisti), fino all’avvento prima del CD e poi di internet e della musica «liquida» : quale è stato, a suo avviso, il momento più felice?
«Devo essere sincera: sono stata tanto fortunata perché in ciascuno dei periodi che ho attraversato sono riuscita a trovare qualcosa di buono e a trasformare il mio lavoro in un divertimento: prendere degli artisti ancora in erba, aiutarli a crescere, ad avere successo e poi a mantenerlo. Sì, sono stata fortunata: l’esperienza che citava della Numero Uno è stata ad esempio felicissima: Lucio Battisti era ancora agli inizi, si stava scoprendo un nuovo modo di scrivere le canzoni, di fare la promozione… È stata una palestra importantissima per tutti noi. Ma non è stata l’unica: ci sono stati molti altri periodi piacevoli, belli. Sì, ho vissuto tanti momenti, tutti intensi e molto divertenti».
Qual è stato l’artista con cui ha lavorato che le ha dato le maggiori soddisfazioni e quello che invece l’ha delusa di più?
«Chi mi ha dato le maggiori soddisfazioni è stata Gianna Nannini. Perché agli inizi tutti erano contro di me, pensavano che non avrebbe mai avuto successo, che era inutile insistere su di lei per cui ho dovuto combattere da sola. Quando poi è finalmente esplosa, beh, è stata una bella rivincita. Anche in Mango nessuno credeva e anche lì ho dovuto lottare a lungo per sostenerlo. Però ci sono stati anche artisti per i quali, nonostante gli sforzi e il loro talento, non è andata così bene, forse non siamo riusciti a trovare la produzione giusta, forse perché sono arrivati in un momento sbagliato. È successo anche questo, non devo nasconderlo. Ma in generale, lo ribadisco, ho avuto tanta fortuna».
E da un punto di vista umano, qual è l’artista che ha più nel cuore?
«Tanti, tantissimi, anzi direi tutti quelli con cui ho lavorato: da quelli con cui si è fatto un lungo percorso assieme a quelli con cui i rapporti sono stati più brevi: li ho nel cuore tutti, perché tutti mi hanno dato qualcosa, tutti ci siamo dati qualcosa, con tutti abbiamo discusso su qualcosa».
Lei è stata una delle prime figure ad aver sdoganato i talent show televisivi: quanto sono importanti oggi per un artista?
«Non credo siano determinanti. Possono essere un buon trampolino di lancio ma possono anche essere inutili. Dipende dall’artista, dal suo percorso, dalla sua storia. La forma promozionale è cambiata tantissimo negli ultimi anni: una volta l’apparizione in una manifestazione importante poteva regalarti un successo immediato. Che non era poi così impossibile mantenere, anche perché si andava più piano, c’era più tempo per costruire un percorso con calma. Adesso c’è molta fretta, tutto si svolge velocemente, tutto si risolve velocemente, è completamente diverso. Io ho avuto artisti che, salvo problemi personali, hanno conservato una buona popolarità anche se in alcuni periodi non sono riusciti a trovare canzoni al top, perché quelle che avevano fatto resistevano più a lungo. Adesso tutto è più veloce, si brucia in fretta e quindi certe dinamiche non funzionano più».
Dove si posiziona internet in questo scenario?
«Ai primissimi posti. Un tempo era la radio il veicolo principale per diffondere la musica. Oggi c’è ancora, ma è meno centrale. Così come meno centrali di un tempo sono le grandi manifestazioni: una volta se uno andava a Sanremo con la canzone giusta era fatta. Oggi tutto è cambiato, la comunicazione è più frammentata, tutto è importante ma nulla è davvero decisivo».
Il ruolo del manager continua ad essere importante?
«Credo di sì. A patto che tra lui e l’artista ci sia molta chiarezza e un continuo e schietto scambio di opinioni. Ognuno deve sapere le potenzialità dell’altro e deve farne tesoro, rispettandole e senza voler prevaricare sull’altro. Alla base di tutto ci deve essere il dialogo, il confronto».
Chi tra gli artisti al top attualmente ha, a suo avviso, le potenzialità per diventare un domani un «classico»?
«Ce ne sono tanti ma è difficile fare previsioni in tal senso. Non basta una manciata di successi: ci vuole un lavoro costante, lungo, faticoso. Prendi uno come Franco Battiato: quanti anni ha dovuto lavorare non solo per affermarsi ma per far sì che la sua produzione si affinasse in maniera tale da resistere al passare del tempo e delle mode? Bisogna studiare sempre, bisogna applicarsi con costanza senza mai sedersi. Il lavoro ti restituisce sempre qualcosa se ti applichi. E fare l’artista è un lavoro estremamente serio e impegnativo».
