Il caso

Ancora ombre sulla sala da ballo di Trump: «Il contratto protegge l'identità dei donatori»

Da alcuni documenti visionati dal Washington Post emergono controversie sul progetto di ristrutturazione della Casa Bianca, tra cui donazioni anonime e l'esclusione dai requisiti sul conflitto di interessi
©Julia Demaree Nikhinson
Red. Online
22.04.2026 08:30

Le discussioni sulla nuova sala da ballo della Casa Bianca non si fermano. Dopo lo sblocco dei lavori, per una settimana, a metà aprile, il progetto tanto desiderato da Donald Trump è, di nuovo, sotto i riflettori. E questa volta, a causa di quanto si legge sullo stesso contratto per la costruzione della «ballroom». Da alcuni documenti visionati dal Washington Post emerge infatti che il contratto siglato dall'amministrazione Trump, che disciplina centinaia di milioni di dollari in donazioni private, protegge l'identità dei loro promotori. Non solo, esclude la Casa Bianca dai requisiti sul conflitto di interessi ed è stato reso pubblico solo in seguito a una causa legale e a un'ordinanza del giudice. 

Il progetto, insomma, presenta diverse controversie, che potrebbero, ancora una volta, rallentarne la realizzazione. L'accordo per la ballroom era stato firmato a inizio ottobre, meno di due settimane prima che le squadre di demolizione iniziassero a distruggere l'East Wing della Casa Bianca. La rimozione dei primi alberi e della vegetazione risale infatti a settembre. Eppure, secondo i documenti giudiziari di cui è entrato in possesso il Washington Post, Trump sapeva di voler demolire quell'ala della White House almeno due mesi prima che le ruspe entrassero in azione. Al contrario, il presidente americano si era limitato a riferire che l'amministrazione aveva raccolto «circa 300 milioni di dollari» per la sua ballroom, senza mai sottolineare, pubblicamente, che i lavori sarebbero cominciati nel giro di pochi mesi. Lavori che, lo ricordiamo, comporteranno quello che viene definito «il cambiamento più significativo» della Casa Bianca degli ultimi decenni. 

A mettere le mani sul contratto, per prima, è stata Public Citizen, organizzazione di controllo sull'operato del governo. Dopo aver intentato causa per ottenere il contratto tra la Casa Bianca, il National Park Service e il Trust for the National Mall, l'organizzazione no-profit che gestisce le donazioni per il progetto, ha condiviso il documento con il Washington Post. A tal proposito, Wendy Liu, avvocato di Public Citizen e responsabile legale della causa, ha dichiarato che «l'omissione da parte dell'amministrazione Trump di divulgare questo contratto è stata palesemente illegale».  «Il popolo americano ha diritto alla trasparenza su questo progetto multimilionario», ha aggiunto, evidenziando come la segretezza che circonda il contratto rispecchi l'approccio più ampio dell'amministrazione al progetto.  «Questo documento rivela che le donazioni anonime sono il fulcro di questo accordo», ha ribadito, dal canto suo, Jon Golinger, avvocato e attivista per le politiche pubbliche di Public Citizen. «Chi sono questi donatori anonimi e cosa nascondono?».

Fino ad ora, i funzionari della Casa Bianca si sono rifiutati di rivelare l'importo totale raccolto, l'identità di tutti i donatori e, fino a non molto tempo fa, anche i dettagli dell'intero progetto. Davis Ingle, in un comunicato in difesa dell'operato dell'amministrazione, ha dichiarato che il presidente Trump «sta lavorando 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per rendere l'America di nuovo grande», sottolineando che questi sforzi comprendono anche «la storica opera di abbellimento della Casa Bianca, senza alcun costo per i contribuenti». 

Ciononostante, le critiche sul progetto, soprattutto alla luce di quanto emerso dal contratto, non sembrano destinate a spegnersi nel giro di pochi giorni. Al contrario, i lavori di costruzione, già estremamente controversi, potrebbero subire un altro, improvviso stop.