Epidemia

Aumentano i casi e i morti: l'Ebola preoccupa per la sua «portata e velocità» di diffusione

L'Organizzazione mondiale della Sanità convoca il comitato di emergenza: difficile tracciare i contagi in un Paese come la Repubblica Democratica del Congo - Infettato un medico americano: gli USA vietano gli ingressi, diversi Stati intensificano i controlli
©MARIE JEANNE MUNYERENKANA
Michele Montanari
19.05.2026 16:38

L'epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo desta sempre più preoccupazione. I contagi continuano ad aumentare e nelle scorse ore pure un medico americano è risultato positivo al virus, con Washington che è subito corsa ai ripari. In particolare, l'attenzione delle autorità sanitarie è salita a causa della «portata e velocità» con cui si sta diffondendo il virus nel Paese africano da 120 milioni di abitanti. Quest’oggi il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha fatto sapere che è stato convocato il «comitato di emergenza per ricevere consigli su raccomandazioni temporanee». L'OMS istituirà pure un gruppo tecnico per decidere quali test, vaccini e trattamenti, anche sperimentali, potrebbero essere utili per contenere l'epidemia. Al momento si contano almeno 131 morti a causa del virus, ma la situazione sembra destinata a peggiorare. Ghebreyesus quest'oggi, parlando in occasione della 79esima Assemblea mondiale della sanità in corso a Ginevra, ha motivato l'annuncio di domenica scorsa, quando è stato lanciato l'allarme globale: «È la prima volta che un direttore generale dichiara un'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale prima di convocare un comitato di emergenza. Non l'ho fatto a cuor leggero. Sono profondamente preoccupato per la portata e la velocità dell'epidemia».

I casi aumentano

Stando alla dottoressa Anne Ancia, una rappresentante dell’OMS citata dalla BBC, i casi potrebbero infatti diffondersi più rapidamente di quanto inizialmente previsto. Le autorità sanitarie, ad oggi, contano oltre 513 casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo, mentre due contagi e un decesso sono stati segnalati in Uganda. Sono invece almeno 4 gli operatori sanitari morti, il ché ha sollevato ulteriori preoccupazioni sull'efficacia delle misure di prevenzione nelle strutture sanitarie africane.

L’OMS ieri ha evidenziato come, al momento, non esista alcuna cura o vaccino approvato per il virus Bundibugyo, il ceppo del virus Ebola responsabile dell'attuale epidemia. Il patogeno in questione causa diversi sintomi, come febbre, dolori muscolari, affaticamento, mal di testa e mal di gola, seguiti da vomito, diarrea, eruzioni cutanee e sanguinamento. L'Ebola si diffonde attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei di persone o animali infetti.

Il rischio per la popolazione locale è considerato molto elevato: il vaccino esiste infatti solo per il ceppo Zaire (identificato nel 1976), che ha un tasso di mortalità elevatissimo (tra il 60% e il 90%), dunque più del Bundibugyo (50%). Quest'ultimo è stato scoperto solo nel 2007. L'organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) ha fatto sapere che si sta preparando a una «risposta su larga scala», perché la diffusione è «estremamente preoccupante».

Isaac Nyakulinda, un rappresentante locale della società civile contattato dall'agenzia di stampa France-Presse (AFP), ha raccontato: «Abbiamo visto morire persone nelle ultime due settimane. Non c'è un posto dove isolare i malati. Muoiono a casa e i loro corpi vengono maneggiati dai familiari». 

È difficile tracciare i contagi

Questa nuova epidemia di Ebola (la 17esima che colpisce lo Stato africano) è particolarmente insidiosa, in quanto non si sta diffondendo in modo uniforme: a quanto risulta alle autorità sanitarie, i casi sarebbero concentrati in aree isolate. E questa situazione non aiuta a tracciare i contagi, con pochi campioni analizzati in laboratorio.

Tra il 2014 e il 2016, oltre 28.600 persone sono state infettate dal virus Ebola (ceppo Zaire) in Africa occidentale, in quella che è stata la più grande epidemia del virus dalla sua scoperta nel 1976. In quegli anni la malattia si è diffusa in numerosi Paesi, tra cui Guinea, Sierra Leone, Stati Uniti, Regno Unito e Italia, causando la morte di 11.325 persone.

Oggi il virus del ceppo Bundibugyo si sta diffondendo rapidamente, ed è un problema grave, dato che il Paese africano è molto esteso (è grande quasi otto volte l'Italia, per farsi un’idea) e ha circa 120 milioni di abitanti.

 «La persistente insicurezza, la crisi umanitaria, l'elevata mobilità della popolazione, la natura urbana o semiurbana dell'attuale area epidemica e la vasta rete di strutture sanitarie improvvisate aggravano ulteriormente il rischio di diffusione», ha sottolineato ancora l’OMS.

Le ultime analisi effettuate suggeriscono che i contagi siano ampiamente sottostimati e potrebbero essere già più di 1.000. Secondo le autorità sanitarie, l'attuale epidemia sembrerebbe «più estesa di quanto si pensi» e la sua «vera portata rimane incerta».

La dottoressa Ancia, riporta la BBC, ha spiegato che «più si indaga su questo focolaio, più ci rendiamo conto che si è già diffuso, almeno in minima parte, oltre confine e anche in altre province» del Paese. L'epidemia sembra essere partita dalla provincia del Kivu Sud, dove la popolazione è alle prese da anni con una grave crisi umanitaria. La maggior parte dei casi è stata registrata invece nella provincia di Ituri. Un contagio è stato inoltre accertato a Goma, la città più grande della Repubblica Democratica del Congo orientale, che conta circa 850  mila abitanti ed è sotto il controllo di ribelli sostenuti dal Ruanda. Maria Guevara di MSF, citata dal Guardian, ha spiegato che a causa del conflitto armato nell'Ituri gran parte della popolazione non riesce ad accedere ad alcun tipo di assistenza sanitaria.

Il mondo corre ai ripari

Diversi Paesi africani stanno intensificando i controlli alle frontiere e predisponendo strutture sanitarie. Il Ruanda ha chiuso i suoi confini con la Repubblica Democratica del Congo. L'Uganda ha raccomandato alla popolazione di evitare abbracci e strette di mano, dopo che sono stati segnalati tre casi (tra cui due decessi).

Ieri un medico statunitense che lavorava con una organizzazione missionaria in Congo è risultato contagiato dal virus. Il medico ha iniziato a manifestare sintomi nel fine settimana ed è stato trasferito nelle scorse ore nella base militare americana in Germania, insieme ad altri sei cittadini USA che hanno avuto contatti con persone infette. Tutti sono stati messi in quarantena e tenuti sotto osservazione. 

L'OMS e altre agenzie stanno collaborando con i governi e le comunità per cercare di fermare la diffusione del virus, esortando i residenti a seguire le misure preventive e a segnalare alla struttura sanitaria più vicina la comparsa di eventuali sintomi.

Gli Stati Uniti, intanto, hanno sospeso il diritto di ingresso nel Paese ai cittadini non americani che negli ultimi 21 giorni sono stati nelle aree colpite da Ebola: Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan.

Il provvedimento, emesso dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC), sarà in vigore per i prossimi 30 giorni ed è giustificato con la necessità di «proteggere la salute degli Stati Uniti dal grave rischio rappresentato dall'introduzione della malattia da virus Ebola negli Stati Uniti da parte di questi stranieri». 

L’UNICEF ha attivato il proprio livello massimo di emergenza (Level 3 Corporate Emergency), definendo la situazione «profondamente preoccupante», anche per il «crescente rischio per i bambini e le comunità vulnerabili in tutta la regione». Gli ultimi dati sui contagi, continua il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, «evidenziano l’urgenza di sostenere i governi mentre guidano rapide misure di risposta all’epidemia per contenere un’ulteriore diffusione, con il coinvolgimento delle comunità e degli attori pertinenti, garantendo al contempo il coordinamento transfrontaliero». 

L’UNICEF ha già mobilitato quasi 50 tonnellate di forniture per la prevenzione e il controllo delle infezioni, come disinfettanti e saponi, dispositivi di protezione individuale, compresse per la purificazione dell’acqua e serbatoi idrici destinati alla città di Bunia. Un team multidisciplinare di risposta rapida d’emergenza fornirà assistenza tecnica nelle aree prioritarie, compreso il supporto alle attività di comunicazione del rischio e coinvolgimento comunitario, finalizzate a rafforzare la comunicazione per aiutare le famiglie a comprendere come si trasmette l’Ebola e come ridurre il rischio di infezione. Oltreduemila operatori sanitari comunitari sono già attivi sul terreno, ma «sono urgentemente necessarie ulteriori capacità e risorse per garantire una copertura efficace, in particolare nelle aree difficili da raggiungere», conclude l'organizzazione in una nota.

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