Dagli extra-profitti alla carenza interna: il paradosso del carburante in Russia

L'annuncio risale a lunedì. Il governo russo ha vietato l'esportazione di carburante per aerei, il cosiddetto jet fuel, fino al termine di novembre. Il motivo? Gli attacchi ucraini alle raffinerie di petrolio in tutto il Paese hanno provocato un crollo della produzione interna e una carenza di benzina in alcune regioni. Al riguardo, il governo ha affermato che la misura è stata introdotta, citiamo, per «garantire la stabilità del mercato interno dei carburanti». Le forniture destinate ai Paesi che avevano già accordi intergovernativi in essere con la Russia, hanno ribadito le autorità, saranno esenti dalla restrizione. Secondo l'agenzia di stampa RBC, l'embargo, che scade il 30 novembre, rappresenta il primo, vero divieto assoluto imposto dalla Russia sulle esportazioni di carburante per aerei. Il ministro dei Trasporti russo Andrei Nikitin ha poi dichiarato ai giornalisti che, nel Paese, non vi è alcuna carenza di cherosene e che il divieto è stato introdotto esclusivamente «nell'interesse delle nostre compagnie aeree».
Negli ultimi mesi, l'Ucraina ha intensificato i propri attacchi alle infrastrutture petrolifere russe nel tentativo di privare il Cremlino delle entrate straordinarie derivanti dall'energia, in un contesto caratterizzato dalla chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz. La principale conseguenza del conflitto in Medio Oriente, scrivevamo alcune settimane fa, è stata un'impennata dei prezzi dell'energia, con le spedizioni di petrolio e gas attraverso il citato Stretto di Hormuz interrotte alla fine di febbraio. La Russia, ad esempio, ha approfittato della situazione gonfiando il prezzo dei suoi idrocarburi che, ad aprile, ha raggiunto il livello medio più alto da settembre 2014, portando inattese entrate nelle casse del Cremlino. Stando al Kyiv Post, il prezzo del blend Urals ad aprile è salito a 94,87 dollari al barile, con un aumento del 23% rispetto ai 77 dollari al barile di marzo e più del doppio rispetto al prezzo di inizio anno, quando si attestava a 40,95 dollari. Le tre società russe Gazprom, Rosneft e Lukoil potrebbero realizzare entro la fine dell’anno profitti stimati in 23,9 miliardi di dollari grazie alla guerra in Iran.
L'Ucraina ha concentrato i suoi attacchi in impianti che, ha spiegato Reuters, garantiscono circa un quarto della capacità di raffinazione totale del Paese, o se preferite oltre il 30% delle capacità produttive di benzina. Stando a Bloomberg, i volumi di lavorazione nelle raffinerie russe sono crollati a 4,69 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal 2009. A proposito di divieti, quello riguardante l'esportazione di benzina rimarrà in vigore in tutta la Russia fino al 31 luglio. La misura, in ogni caso, non ha limitato carenze più o meno ovunque nel Paese. Anzi, le stazioni di servizio nella Crimea – annessa illegalmente nel 2014 – hanno iniziato a razionare il carburante.
È interessante notare, infine, che il divieto imposto dalla Russia all'esportazione di jet fuel fa seguito all'allentamento, deciso il mese scorso, del Regno Unito. Londra, «per tutelare i consumatori britannici», aveva infatti deciso di alleggerire le sanzioni sulle importazioni di carburante per aerei e gasolio russi. Una decisione che faceva il paio con la deroga alle sanzioni concessa dagli Stati Uniti per le spedizioni di petrolio russo già in mare.
