Dal boicottaggio della Birmania all'allontanamento dagli USA: come la politica influenza il turismo

L'impatto della geopolitica sui viaggi può essere enorme. Ne è una prova, concreta, quanto sta accadendo negli ultimi mesi. Il conflitto in Medio Oriente e la chiusura dello stretto di Hormuz hanno conseguenze importantissime sul turismo. Le guerre e le situazioni politiche instabili possono, inevitabilmente, mettere in pausa viaggi e vacanze. Ma ci sono stati anche casi dove è avvenuto il contrario. Dove sono stati i turisti a boicottare alcune aree del mondo, per violazioni dei diritti umani nel Paese o a causa di leader e governi controversi.
Come ci spiega Claudio Visentin, docente al Master di Turismo Internazionale dell’USI, quando si parla di boicottaggio dei viaggi, tocchiamo una parte del turismo «responsabile e consapevole» che da sempre interessa solo piccoli numeri di viaggiatori, sia pure molto motivati. «La maggior parte dei turisti sceglie infatti dove andare basandosi su valutazioni che a volte sono semplicemente pratiche», commenta l'esperto. L'esempio più calzante è quello dei prezzi, che influenza enormemente la scelta e porta molti turisti a viaggiare verso destinazioni meno costose. Ma c'è di più. «Quando in un Paese sono in vigore situazioni politiche difficili, capita che i singoli Stati sconsiglino i viaggi verso queste destinazioni». Parliamo, per esempio, dei classici «consigli di viaggio» che anche il DFAE fornisce ai viaggiatori svizzeri. «Ed è proprio nel momento in cui c'è un invito di questo tipo, da parte delle autorità, o quando le assicurazioni si rifiutano di pagare per eventuali problemi, che i turisti tendono a fare un passo indietro e a riconsiderare la loro meta di viaggio. Molti perdono la motivazione se sanno che la destinazione è più rischiosa», osserva Visentin.
Boicottaggi «superati»
Il tema del boicottaggio dei viaggi per ragioni politiche o per violazioni dei diritti umani, insomma, non sarebbe più attuale. «Da un lato, non bisogna dimenticare le parole di Tony Wheeler, fondatore di Lonely Planet, secondo il quale non necessariamente un Paese sulla lista nera è un "bad land", un Paese cattivo. Prendiamo l'esempio dell'Iran, attualmente sul banco degli imputati, quantomeno dal punto di vista americano: eppure, qualunque viaggiatore esperto direbbe che è anche uno dei posti più cordiali al mondo, dove i viaggiatori sono accolti con grande gentilezza, anche nelle famiglie».
Da un lato, dunque, come sottolinea Visentin, un Paese in cui sono presenti tensioni internazionali non è necessariamente un Paese dove i viaggiatori non possono recarsi. Un aspetto di cui, come vedremo più avanti, sempre più persone sono consapevoli. Dall'altro lato, invece, il boicottaggio dei viaggi verso alcune destinazioni ha cambiato forma rispetto al passato. «Il caso più interessante e più strutturato è stato quello della Birmania negli anni '90. Nel 1996, infatti, il Paese ebbe il suo grande anno del turismo, e si verificò un boicottaggio internazionale molto forte». Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione, in quel momento era in carcere e diverse organizzazioni suggerivano di non recarsi in Birmania per evitare di «dare soldi al governo, alla giunta militare». In quegli anni, come ricorda Visentin, ci fu un dibattito notevole, che si trascinò per diverso tempo. «L'idea era che visitando un Paese dispotico, dittatoriale, che non rispetta i diritti civili, si rischiasse di aiutare quel governo, portando i soldi del turismo. Oggi, però, questo discorso è superato».
Nel giro di trent'anni, infatti, le cose sono cambiate. «Ora come ora, è più importante mantenere le porte aperte, dei contatti e dei canali di comunicazione anche con questi Paesi in difficoltà, anche se si finanzia il governo in qualche modo». Ciò è possibile attuando alcune strategie che possano favorire maggiormente la popolazione, per esempio scegliendo alloggi in case di privati o in piccoli bed and breakfast, oppure comprando da negozi locali. «L'obiettivo è quello di dare meno soldi possibile al potere, mantenendo un collegamento col mondo esterno. Non possiamo dimenticare che durante un periodo di isolamento internazionale, dove i visitatori non erano ammessi, la Cambogia sterminò un terzo della sua popolazione». In altre parole, bisogna avere la consapevolezza che mantenere aperti alcuni canali di comunicazione, attraverso il turismo, potrebbe portare benefici anche ad alcuni Paesi colpiti da situazioni di instabilità.
Il caso degli USA
Sebbene, però, i discorsi di «boicottaggio» non siano più un tema rilevante, c'è un caso che, attualmente, non passa inosservato: parliamo degli Stati Uniti. «Da quando è stato rieletto Trump ci sono stati effetti notevoli sui viaggi negli USA», commenta Visentin. Sempre più persone, infatti, volano meno volentieri verso gli States. Non a caso, anche in Svizzera, da alcuni mesi, si registra un calo dei viaggi verso questa destinazione. «Succede per vari motivi: in primo luogo, perché non tutti i visitatori sono accettati nel Paese e perché vengono controllati i profili social personali in aeroporto, e persino i contenuti postati negli anni precedenti». In generale, secondo l'esperto, per molti è determinante il sentimento di non sentirsi più «accolti» negli USA. E i dati, ormai, parlano chiaro.
«I numeri cominciano a essere importanti: l'anno scorso, gli USA avrebbero perso 4 milioni e mezzo di arrivi internazionali su circa 70 milioni di visitatori». Una percentuale che, come conferma Visentin, non è enorme, ma è pur sempre significativa. «Parliamo di 12 miliardi e mezzo di dollari, di 11 milioni di camere d'albergo che non sono state prenotate».
A viaggiare sempre meno verso gli USA, secondo Visentin, sono principalmente i canadesi. «Ma la cosa più interessante, è che gli Stati Uniti, in questo momento, sono l'unico Paese al mondo veramente in declino: il turismo sta esplodendo ovunque e sta crescendo con ritmi importanti, ma non qui». Una situazione preoccupante, soprattutto in vista dei prossimi mesi, particolarmente ricchi di eventi. Tra questi, i più importanti sono il 250. anniversario dell'Indipendenza americana, i 100 anni della Route 66 e i Mondiali di Calcio. «Oggi non ci sono più boicottaggi formali, ma in parte è in corso un boicottaggio silente nei confronti degli Stati Uniti, da parte dell'opinione pubblica».
Che cosa è cambiato
Ma che cosa è cambiato rispetto al passato? In primo luogo, secondo l'esperto, attualmente si tende meno a usare il turismo come una leva di pressione internazionale. «Oggi ci sono, senza dubbio, correnti d'opinione sui social e sui media, che mostrano con tono critico alcuni Paesi. Non ci sono più, però, campagne delle grandi organizzazioni, strutturate, con appelli alla popolazione. L'ultima è stata quella della Birmania. Ora il processo è cambiato: il boicottaggio è qualcosa che corre più nei social media, che parte dai cittadini». In altre parole, il boicottaggio, oggi, non parte più dall'alto, ma dal basso. E il caso degli Stati Uniti ne è un esempio perfetto.
Ma non è tutto: anche altri aspetti, nel tempo, sono cambiati. «Quello che abbiamo capito, in anni di viaggi, è che il mondo è grande. Ci sono tantissimi Paesi e ognuno ha il suo sistema di governo, il modo in cui gestisce la popolazione, il voto, i diritti in generale. E questi sistemi possono essere molto diversi. Forse, però, oggi il viaggiatore, più esperto, è più informato e accetta più facilmente situazioni diverse», commenta l'esperto. In altre parole, per fare un esempio, chi sceglie di viaggiare verso una meta come l'Arabia Saudita, è consapevole di non trovare la stessa cultura di casa. «Oggi, i turisti sono più consapevoli del fatto che non tutti seguono le stesse regole. Facendo qualche eccezione con i casi più negativi, abbiamo imparato, probabilmente, ad accettare un po' di più questa diversità del mondo».
