Dal Dnepr all’accesso al mare: è anche la guerra per l’acqua
«Questa è una storia che scorre lungo il Dnepr, un fiume che spezza la nazione contesa quasi esattamente a metà, attraversando le pianure ucraine per raggiungere il Mar Nero. Si basa su una contrapposizione storica con gli Stati Uniti, ma non su base strettamente politica, bensì come risultato di una competizione economica di sistemi geofisici con radici nel Diciannovesimo secolo» (dal Foglio del 28 marzo). Giulio Boccaletti, scienziato atmosferico, uno dei massimi esperti di sostenibilità ambientale su scala internazionale, ha dedicato un libro (Acqua, una biografia, Mondadori, 2022) alla scoperta di come la distribuzione dell’acqua abbia plasmato la civiltà umana. L’acqua che è protagonista, più o meno diretta, anche del conflitto in corso in Ucraina.
La contrapposizione
A Boccaletti, che ha lavorato all’Università di Bologna come a Princeton, chiediamo quindi di approfondire la questione della competizione di sistemi geofisici. «Gli Stati Uniti godono di una conformazione singolare, con il Mississippi che ospita il più grande sistema di canalizzazione del mondo. Tale conformazione rende il Paese altamente produttivo e competitivo dal punto di vista dell’agricoltura». Lo stesso non vale per la Russia, che «si è trovata a giocare il ruolo di impero mancato». Certo, «con grandi risorse territoriali e idriche, posizionate però in maniera meno fortunata. Difficile quindi replicare il grande successo agricolo americano». Poi da lì a un conflitto basato su queste disparità, ce ne passa. «La situazione materiale non determina i conflitti, però dà un vantaggio competitivo importante. Le cause dei conflitti sono molteplici». La produzione agricola resta comunque una rilevante leva geopolitica, come sottolinea lo stesso Boccaletti. «D’altronde , la maggioranza della popolazione del pianeta spende la maggior parte delle proprie risorse in cibo. Ecco allora che la relazione tra la distribuzione dell’acqua e la produzione agricola continua ad avere un ruolo persino sproporzionato nella stabilità sociale».
La rincorsa
Giulio Boccaletti scrive anche quanto segue: «Questo conflitto nasce da una lettura distorta di ciò che la Russia è stata e da una visione irrealistica di ciò che può essere». Il territorio non premierà mai insomma la proiezione che Putin ha del proprio Paese? «Diciamo che sono scettico in merito alla capacità dei governi autoritari di creare economie florenti. L’ammodernamento dell’agricoltura azzardato dall’Unione Sovietica non portò a nulla. Ma anche perché, quasi sempre, gli investimenti nel territorio, da parte di governi autoritari, sono strumenti di controllo sociale più che leve economiche. La Russia è un Paese dalle grandi risorse, ma che pure richiede investimenti nella popolazione stessa, difficili da immaginare sotto un regime autoritario. La sua agricoltura è più produttiva rispetto a un secolo fa, ma per andare oltre richiede ulteriori investimenti». La rincorsa produttiva russa agli Stati Uniti produsse milioni di vittime già nel Novecento. Ora l’impressione è che Putin abbia rilanciato questa rincorsa. «Difficile capire davvero cosa muova Putin. Ma da anni - memore anche della fame patita dall’Unione Sovietica - ha investito parecchio nel settore agricolo. Un settore che ha una valenza politica importante, considerando le grandi aree rurali del Paese. L’idea era quella di rimettere la Russia al centro della produzione mondiale di cereali». Va ricordato anche - e lo fa Boccaletti - come l’agricoltura non sia solo un settore economico, ma anche un modo di occupare il territorio.
La Crimea era all'asciutto
Uno dei primi risultati di questa guerra ha a che vedere proprio con l’acqua, quella che la Russia ha riportato in Crimea dal Dnepr, riaprendo il Canale del Nord. Il Canale era stato bloccato dall’Ucraina nel 2014 come rappresaglia, dopo l’invasione da parte dei russi della Crimea stessa. Ecco, ma cosa rappresenta il Dnepr? «Ha due funzioni», ci spiega Boccaletti. «La prima è l’irrigazione - come il Dnestr - di un territorio estremamente fertile. Il Canale del Nord fa parte di quei lavori del Comunismo concretizzati tra gli anni ’40 e ’50, con l’obiettivo di aumentare la quantità di terra sotto coltivazione: creare infrastrutture irrigue che potessero portare acqua dove mancava, in Crimea nel caso specifico. Riprendersi il canale e riaprirlo era l’unica risposta possibile da parte della Russia per riportare acqua dolce alla Crimea. Non a caso è stata una delle prime azioni di questa guerra. Non credo si possa però definirlo come l’obiettivo principale. Certo è che il principale fattore per fare agricoltura è l’acqua». Boccaletti parlava di due funzioni. «La seconda: il trasporto. Perché puoi avere anche tutta la terra fertile del mondo, ma occorre anche un modo il più possibile economico - quindi evitando gomma e rotaia - per portare i prodotti sul mercato. I fiumi russi, in questo senso, sono perlopiù inutili. Il Volga finisce nel Caspio, i fiumi del nord vanno nell’Artico, e quindi ecco che il Dnepr è l’unica infrastruttura con accesso sul Mar Nero e quindi, da lì, sul Mediterraneo. Possiamo dire quindi che l’Ucraina è una piccola America: l’unica parte, di quel mondo, con un territorio fertile e, al contempo, con un fiume per il trasporto dei prodotti».
L'accesso
C’è altra acqua, in mezzo a questa guerra. La Russia ha nel mirino da settimane Mariupol e, da giorni, Odessa, i due porti ucraini sul mare. «Qui parliamo dell’accesso ai mari, del dominio dei mari», spiega Boccaletti. «La gestione idrica su terra rientra nel contesto dell’esercizio della sovranità territoriale degli Stati moderni. Sul mare in sé non si esercita sovranità, si esercita però potere. È una questione geopolitica. E comunque per molto tempo nessuno sembrava più interessarsi al Mediterraneo, diventato addirittura marginale in termini geopolitici: ora è invece tornato centrale. Se l’Ucraina è il fulcro della geopolitica attuale è proprio per l’accesso al Mar Nero e, da lì, al Mediterraneo e, da lì ancora, all’Atlantico».
Lo studio
L’acqua può essere causa scatenante di un conflitto? Accade quando vi è una disputa sul controllo dell’acqua stessa o dei sistemi idrici, o dove l’accesso economico o fisico all’acqua innesca la violenza. L’acqua, all’interno di un conflitto, può però anche essere considerata un’arma. E allora le risorse idriche - quando non i sistemi idrici - vengono utilizzate come strumento, appunto arma, per avere la meglio sul nemico. E infine l’acqua può anche essere vittima di un conflitto, laddove le risorse o i sistemi idrici sono vittime intenzionali o bersagli accidentali di violenza. È la tesi del Pacific Institute, istituto di ricerca americano indipendente che si occupa di analisi delle politiche su questioni di sviluppo, ambiente e sicurezza, e che ha pubblicato un aggiornamento della cronologia dei conflitti “idrici”. Tale cronologia fornisce informazioni su eventi in cui l’acqua o i sistemi idrici si sono rivelati fattore scatenante, arma o vittima di violenze su larga scala. Giulio Boccaletti appare scettico, e spiega: «La questione è piu complessa. Qui si potrebbe dedurre che la pressione sulle risorse idriche sia alla base di sempre più conflitti. Non mi convince però l’argomento causale. Gli argomenti alla base dell’invasione russa possono essere centinaia, e non possiamo quindi limitarci alle questioni materiali, buone semmai per un esercizio narrativo. Certo, emergono tattiche di guerra legate all’acqua. Basti pensare a Mariupol, dove il taglio dell’acqua rende più probabile la caduta della città - ma qui si risale agli etruschi -, oppure alla diga fatta saltare vicino a Kiev per impantanare i tank russi. Non stiamo però parlando di cause. L’acqua diventa oggetto del contendere di fronte al collasso delle istituzioni e degli Stati. Gli argomenti materiali, di causa, tendono a ridurre le responsabilità individuali. Qui, rispetto all’Ucraina, qualcuno ha deciso di fare qualcosa. L’acqua non è la causa. Bisogna evitare di cadere nel determinismo spicciolo».


