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Cinema e guerra

Dalla macchina da presa al fucile? Sean Penn: «Ci ho pensato»

Nel giorno dell'invasione russa, il 61.enne era nella terra del conflitto, con il presidente ucraino – «Se avessi dovuto prolungare la mia permanenza in Ucraina lo avrei fatto per un'unica ragione: quella di avere un fucile in mano»
Federica Serrao
13.04.2022 16:58

Sean Penn. Celebre attore premio Oscar, ma anche scrittore, regista e attivista per i diritti umani. Anche se, come confessato in un'intervista a Hollywood Authentic, preferisce non essere chiamato con quest'ultimo termine, che considera «svalutato». Peggio ancora, per Penn, l'idea di poter essere visto come un «multi-tasker». Preferisce definirsi un «riattivista»: un uomo che presta i suoi muscoli di celebrità - sia letteralmente che figurativamente - a qualsiasi situazione in cui un suo coinvolgimento possa portare dei benefici. E, in effetti, la lista dei conflitti globali in cui l'attore è stato coinvolto è piuttosto lunga. Per citare alcuni esempi, dopo l'attentato dell'11 settembre Sean Penn spese 56.000 dollari per pubblicare una lettera sul Washington Post. Lo scopo delle sue parole era quello di esortare l'allora presidente George Bush a non farsi coinvolgere troppo nel Medio Oriente. Sempre all'inizio del nuovo millennio, Penn viaggiò in Iran e Iraq. Quando qualche anno dopo, nel 2005, l'uragano Katrina devastò la città di New Orleans, la costa del Mississipi e l'Alabama, Penn si recò nei luoghi del disastro, arrivando a guadare l'acqua per aiutare nei salvataggi. Si rimboccò le maniche anche nel 2010, per dare una mano ad Haiti, travolta dal terremoto. In quell'occasione, visse per nove mesi dentro una tenda. Anni più tardi, nel 2016, l'attore pubblicò un articolo su Rolling Stone in cui raccontava del viaggio che fece in Messico per incontrare e intervistare il re della droga Joaquín «El Chapo» Guzmán, prima che fosse catturato. Anche in tempi più recenti, come durante la pandemia, Sean Penn non ha mancato di prestare il suo aiuto negli Stati Uniti, dove ha promosso sia i test che la vaccinazione di massa. Ora, però, è il turno della guerra: un pensiero martellante nella quotidianità dell'attore, che ha avuto modo di viverla piuttosto da vicino. 

Lo scorso 24 febbraio, data d'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina, Sean Penn era proprio nel Paese. Non solo: quel giorno, si trovava addirittura con il presidente ucraino Zelensky, che aveva già incontrato su Zoom tempo prima, all'inizio della pandemia. Abbandonati - momentaneamente - i panni di attore e indossati quelli di regista, Sean Penn si trovava a Kiev, a ridosso dello scoppio della guerra, per girare un documentario. «Quando ho incontrato la prima volta Zelensky, virtualmente, la minaccia che il conflitto di confine diventasse la guerra che è oggi era ancora lontana. Eravamo all'inizio della pandemia negli Stati Uniti. Durante il nostro incontro via Zoom abbiamo discusso di un potenziale documentario sul suo Paese, che non fosse particolarmente incentrato sulla guerra. Da quel momento in poi ci sono stati molti scambi tra di noi. Ci siamo incontrati faccia a faccia il giorno prima dell'invasione. Ed ero con lui anche il giorno dopo». In poco tempo, il 61.enne ha visto il volto del presidente ucraino trasformarsi totalmente. «L'uomo che ho incontrato prima dell'arrivo dei russi era diverso. Era molto affascinante e brillante. E carismatico, mi è piaciuto subito parecchio. Il giorno dell'invasione mi ha colpito il fatto che avessi di fronte un uomo che sapeva di doversi elevare all'ultimo livello di coraggio umano e di leadership. In quel momento credo che avesse scoperto di essere nato per farlo». Anche Zelensky ha apprezzato il contributo di Sean Penn, giudicando la sua presenza nel Paese «positiva» per se stesso. Dopo la sua visita nella capitale, l'ufficio del presidente ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che il regista fosse venuto appositamente a Kiev per registrare tutti gli eventi che stavano accadendo in Ucraina, in modo tale da comunicare al mondo la verità sull'invasione russa». Il Paese si è anche detto grato per la dimostrazione di coraggio e onestà dell'attore. 

Mentre il mese di febbraio volgeva al termine, Penn è fuggito a piedi dall'Ucraina verso la Polonia. È un uomo commosso e arrabbiato per ciò a cui ha assistito, il nuovo Sean Penn tornato «a casa». Al punto tale da maturare il pensiero di arruolarsi nell'esercito e combattere al fianco degli ucraini. Non nei panni del sergente Edward Welsh di "La sottile linea rossa", o in quelli del mercenario Jim Terrier di "The Gunman". E nemmeno nel ruolo del sergente Tony Meserve di "Vittime di guerra". A 61 anni, Sean Penn ha infatti preso in considerazione la possibilità di tornare in Ucraina per dare concretamente una mano al Paese, in prima persona. «Se avessi dovuto prolungare la mia permanenza in Ucraina lo avrei fatto per un'unica ragione: quella di avere un fucile in mano», ha confessato, sempre nel corso della sua intervista a Hollywood Authentic. Ma non sono un idiota, non sono certo di quello che posso offrire», ha tuttavia aggiunto subito dopo aver espresso la sua intenzione di tornare nella terra del conflitto con uno scopo ben preciso. «Probabilmente avrei combattuto senza un giubbotto anti proiettile, perché come straniero vorresti dare quel giubbotto a uno dei combattenti civili che non lo ha, o a un combattente con più abilità di te. O anche a una donna, o a un uomo giovane che potrebbe combattere più a lungo. Il punto in cui mi trovo io adesso nella vita non mi consente di agire. Ma se sei stato in Ucraina a combattere deve passarti per la testa l'idea. E pensi: "Che secolo è questo? Perché ero alla stazione di servizio di Brentwood l'altro giorno e ora sto pensando di imbracciare le armi per combattere contro la Russia? Che cosa diavolo sta succedendo?"».

«Non passo molto tempo a mandare messaggi al presidente o al suo staff mentre sono sotto assedio e la loro gente viene assassinata. Nell'unico messaggio che vorrei inviare loro gli chiederei di indicarmi cosa posso fare davvero per essere utile». Ciononostante, con la sua organizzazione no-profit CORE (Community Organized Relief Effort), co-fondata con il CEO Ann Lee durante il suo periodo ad Haiti, Sean Penn sta offrendo aiuto e consulenze mediche, nonché alimentari e infrastrutturali. La stessa organizzazione ha lavorato anche a Puerto Rico dopo il devastante urgano Maria, e in North Carolina e Florida dopo il doppio colpo degli uragani Florence e Matthew. «Ho molto da fare con CORE per quanto riguarda l'accoglienza dei rifugiati in Polonia. Sto ancora girando il documentario, ma farò una valutazione all'ultimo minuto di quale valore avrà. La gente ne discuterà. Non abbiamo alcuna prova tangibile che i documentari cambino davvero qualcosa. Sappiamo solo che possono dare speranza». A un certo punto, poi, precisa l'attore, CORE dovrà «cercare di attraversare il confine per aggiungersi alle risorse che sono ancora molto scarse per chi si trova sul lato ucraino del confine». A distanza di qualche settimana, Penn in Ucraina ci è però tornato. Precisamente a Lviv, per incontrare il governatore Maksym Kozytskyy e ampliare i programmi di CORE ne Paese. In quell'occasione, ha anche espresso pubblicamente una richiesta: «Se il miliardario Kozytskyy finanziasse la difesa aerea dell'Ucraina, potremmo trovarci di fronte alla soluzione in grado di porre fine a questa guerra».

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