La memoria e i silenzi

Una grande parte di ciò che siamo, di come ci concepiamo intimamente ma anche di come ci presentiamo agli altri, dipende dal nostro passato. Non arriverei a dire che “siamo la nostra storia” (non fosse altro che perché i lavori sono ancora in corso…), ma certamente la gestione del peso del passato sul presente e sul futuro, la sua influenza più o meno esplicita, la sua eredità fatta anche di schemi e banalizzazioni, sono elementi cruciali della nostra quotidianità, ai quali non si presta forse sufficiente attenzione.
I meccanismi con i quali funziona la memoria, dettati dalla parzialità del punto di vista e dalla selezione di quei fatti che paiono più decisivi di altri, sono sempre esposti ai rischi della strumentalizzazione, della censura (anche “auto”) e della forzatura ideologica. Per questo bisogna vegliare, consapevoli che per alcuni popoli (pensiamo ai Balcani, oppure alle tensioni al confine russo-ucraino, a quelle tra Israele e Palestina o a mille altri posti nel mondo) la memoria è un lusso che non ci si può permettere, perché è come una miccia pronta a esplodere da un momento all’altro. Riportare a galla la memoria equivale a ricordare i torti che abbiamo vicendevolmente inflitto o subito.
Per queste ragioni non ho mai veramente amato il Giorno della Memoria, che dal 2005 ricorda ogni 27 gennaio l’arrivo delle truppe sovietiche nel campo di sterminio di Auschwitz, emblema dell’inizio della fine della Shoah e della presa di consapevolezza internazionale di cosa è stato l’orrore nazifascista. Che l’istituzione di una giornata speciale non abbia sortito sin qui alcun effetto benefico è un dato sotto gli occhi di tutti, in questo 27 gennaio che fa seguito alle barbarie islamiste del 7 ottobre, a quelle israeliane intraprese nei giorni successivi e non ancora concluse (migliaia di bambini mutilati nella Striscia di Gaza) e in generale al risorgere dell’antisemitismo in ogni parte d’Europa e del mondo.
A una manciata di chilometri da qui, poco fuori il confine di Arzo, alcuni giorni fa è stata vandalizzata la targa che ricorda il tentativo di ingresso in Svizzera della giovane Liliana Segre nel dicembre del 1943 (vedere in proposito il bel documentario di Ruben Rossello). Un tentativo finito come sappiamo, contro un muro di indifferenza – nella fattispecie una guardia svizzero-tedesca non particolarmente acuta né sensibile – che ha rimbalzato lei e la sua famiglia verso il tritacarne di Auschwitz. Se è vero che la storia è “magistra vitae”, come dicevano gli antichi, il meno che si possa dire è che noi continuiamo a essere dei pessimi studenti.
Proprio Liliana Segre è stata intervistata recentemente dalla RSI, alla trasmissione “Strada Regina”, a proposito dei ben noti silenzi di Pio XII, dei quali si parla da decenni e su cui stanno emergendo nuovi dati grazie all’apertura degli archivi vaticani. La senatrice, che ha incontrato il Papa al suo ritorno dal lager, avrebbe voluto da parte sua un gesto simbolicamente forte come il bagno di folla del 19 luglio 1943 nel quartiere bombardato di San Lorenzo. Perché non fece la stessa cosa la notte del 16 ottobre, quando (dopo l’Armistizio) i nazisti deportarono in Germania tutti gli abitanti del ghetto? La risposta, a questo e ad altri interrogativi, è in due volumi di Andrea Riccardi, L’inverno più lungo (2008) e La guerra del silenzio (2022), nei quali l’autore, per mezzo di documentatissime ricerche d’archivio, ricostruisce non solo la personalità del papa, ma anche la portata dei suoi interventi in favore degli ebrei romani e l’enorme preoccupazione per i cristiani sottoposti ai regimi nazisti di mezza Europa. Leggendo studi di questa pacatezza e di questo rigore, verrebbe voglia di istituire in alternativa una Giornata della Storia, probabilmente più utile di quella che mestamente ci apprestiamo a celebrare.


