Italia

Delitto di Garlasco, tutti gli indizi che incastrerebbero Sempio

Dal video sulla chiavetta di Chiara Poggi alle ricerche sul DNA, passando per il tappetino arrotolato: «Solo chi ha visto poteva sapere»
Red. Online
07.05.2026 11:15

L’intercettazione ambientale in macchina, scrive il Corriere della Sera, è del 14 aprile dell’anno scorso. Da un mese, Andrea Sempio sa di essere indagato nella nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. È solo, farfuglia. Nel soliloquio, parla di Chiara Poggi e dei video (intimi) che avrebbe visto sul suo computer e della loro presenza su una pennetta USB. Un particolare che, ribadisce il quotidiano, non poteva essere conosciuto in quel momento. Poi, «imitando voce femminile» racconta il possibile dialogo con la vittima: «Lei ha detto.. “non ci voglio parlare con te” (ed è qui che imita la sua voce, ndr)». E ancora: «Era tipo io gli ho detto “riusciamo a vederci?”. E poi ancora aggiunge: «Lei mi ha messo giù… E ha messo giù il telefono… ah ecco che fai la dura (ride, ndr) ma io non l’ho mai vista in questo modo, l’interesse non era reciproco, caz...o. Lei dice “non l’ho più trovato” il video (con tono di voce tutto sbagliato, ndr) poi (modificando la propria voce, ndr) io ho portato il video». Di nuovo: «Anche lui lo sa… perché ho visto… dal suo cellulare… perché Chiara non… con quel video e io ce l’ho (voce bassa, ndr) dentro la penna, va bene un caz...o».

Secondo gli investigatori, le parole di Sempio sono quasi una confessione. Anche pensando alla parte del soliloquio nella quale cita i video sulla chiavetta USB. Chiara, quei video, li aveva copiati e poi cancellati. Detto ciò, solo chi li ha visti su quel supporto poteva sapere della loro esistenza. Un dettaglio? Non proprio, anzi: un elemento inedito secondo gli inquirenti. Sempio, scrive sempre il Corriere, aveva ripetuto che quelle chiamate erano state fatte per errore in cerca dell’amico Marco, fratello della vittima. Una versione che, tuttavia, non ha mai convinto gli inquirenti, ma che — nonostante i dubbi di alcuni Carabinieri dell’epoca — non venne verificata a fondo. Le autorità si accontentarono della fotocopia del ticket-alibi e dei verbali redatti, con le indagini che si spostarono rapidamente su Stasi quale unico colpevole. Oggi, la ricostruzione – provvisoria e non ancora vagliata da un giudice – dei pm guidati dal procuratore Fabio Napoleone racconta tutt'altro. A cominciare dalla dinamica del delitto, con il tentativo disperato di Chiara di difendersi dalle martellate.

La ricostruzione si basa sulla rilettura degli atti e su alcuni errori commessi durante i sopralluoghi. Come il tappetino della cucina, quello davanti al lavabo dove — sulla base di una macchia di sangue repertata sul mobile — la Procura ritiene si sia lavato il killer prima di fuggire. Quel tappetino, a suo tempo, venne sollevato e «arrotolato» prima di spruzzare il luminol solo sul pavimento. Così facendo, però, le impronte del killer arrivavano fino al tavolo per poi interrompersi. Forse anche per questo, da subito, a Vigevano si concentrarono sul bagno del piano terra e sulla traccia sul dispenser lasciata da Stasi, che per i pm pavesi invece non venne mai usato dall’assassino.

Mercoledì, parlando delle accuse mosse a Sempio, i pm di Pavia hanno parlato pure di una serie di ricerche sul «caso Garlasco», su «Stasi», sulle varie fasi processuali e sul DNA rinvenuto sulle mani di Chiara che Sempio effettuò tra il 2014 e il 2015. Un periodo, questo, in cui non era indagato. Non solo, il suo nome non era mai emerso nelle indagini e nemmeno al grande pubblico. Una ricerca, nello specifico, ha catturato l'attenzione: parla di «DNA mitocondriale» in coincidenza con le analisi svolte durante il processo di appello bis a Stasi. Non finisce qui: ci sono, infatti, anche gli scritti dal contenuto spesso violento, esaminati dagli esperti per ricavarne un profilo criminologico. Infine, l’impronta «33» che secondo i pm è stata lasciata da una mano «bagnata»: faceva «senso» e per i Carabinieri era la traccia lasciata dal killer.

Sullo scontrino di Vigevano, presentato da Sempio quale alibi, le intercettazioni dimostrerebbero «l’inconsistenza» dello stesso per la mattina del delitto. In una in particolare il padre «accuserebbe» quasi la madre di aver fatto quello scontrino. A ciò bisogna aggiungere un testo di Giuseppe Sempio sulla famosa agendina, in cui annotava le mosse per la difesa del figlio nel 2017 (e dove c’era il riferimento alla presunta corruzione che lo vede ora indagato a Brescia con l’ex pm Mario Venditti). Giuseppe Sempio riprende i racconti delle vicine di casa e della bici vista in via Pascoli durante il delitto. Scrive che il figlio, quella mattina, era a piedi. Una versione in contrasto con il racconto del figlio, il quale ha sempre sostenuto di essere andato alla libreria a Vigevano in macchina una volta che, attorno alle 10, la madre era ritornata a casa. Per gli inquirenti è al contrario possibile (c’è una testimonianza dell’amico pompiere al riguardo) che la donna fosse a Vigevano quel 13 agosto. Certamente non lui.