Groenlandia, ultima frontiera: «Un patto fra USA e Russia»

Il vertice a Washington di mercoledì sera sulla Groenlandia fra Stati Uniti, il Governo danese e quello groenlandese, è stato definito da numerosi analisti come «un fallimento». Donald Trump non ha arretrato di un centimetro rispetto alla volontà di «prendersi» l’isola con qualsiasi mezzo. Di conseguenza, la situazione resta quella precedente il vertice, anche se la tensione nel frattempo si è alzata: alcuni Paesi europei, tra cui la Francia, hanno inviato dei soldati sul territorio Artico.
Le pedine della grande scacchiera del Polo nord sono dunque in pieno movimento. Per una lettura di questo particolare momento storico, prima ancora che geopolitico, abbiamo chiesto il parere di Marzio Mian, giornalista, scrittore, fondatore di The Arctic Times Project e profondo conoscitore delle dinamiche che muovono quei territori. «Ho avuto la conferma che la partita per l’Artico fosse seria quando poco tempo fa, a Murmansk, ho ascoltato le parole di Vladimir Putin», spiega. Il capo del Cremlino, durante un forum tenuto nella città portuale che ospita la maggior parte della flotta russa di navi rompighiaccio, ha in sostanza dato il suo consenso a un patto con il presidente americano per la Groenlandia. «Durante il suo discorso, Putin ha detto che Mosca non starà a guardare e difenderà gli interessi nazionali nell’Artico, ma ha anche ‘legittimato’ le mire americane in quella parte di mondo». Per Mian, è chiaro che fra Russia e Stati Uniti potrebbe esserci una sorta di ‘accordo di Yalta’ sull’Artico. Sullo sfondo, aggiunge l’esperto, c’è «l’interesse russo di tornare a disporre delle conoscenze nell’ambito della ricerca e dello sfruttamento di petrolio e gas sotto i ghiacci garantite dalle aziende americane». Aziende che hanno abbandonato la Russia con l’inizio dell’invasione in Ucraina e le relative sanzioni occidentali. «E quello spazio lasciato vuoto è stato subito occupato dalla Cina». I piani russi per lo sfruttamento di depositi di gas in Siberia, senza il supporto tecnologico americano non potranno essere realizzati. «Non bisogna dimenticare che l’Artico è il bancomat di Putin». Per gli americani, la contropartita sarebbe quella di sentirsi investiti della responsabilità storica di controllare quel territorio. Una responsabilità che per Mian ha radici profonde, e vanno al di là di Trump. È un sentimento americano, di Stato. La prova? Il fatto che i Democratici, in queste settimane, non hanno sollevato critiche feroci riguardo alle mire sul Polo nord del presidente.
Immense risorse
Sotto i ghiacci dell’artico si nascondono risorse immense. Oltre a petrolio e gas, l’isola «contiene» fra il 20 e il 30% di tutte le terre rare del mondo. Ed è proprio in questo settore che va ricercata buona parte della volontà americana di mettere le mani fisicamente o sotto forma di zona di influenza su quel territorio. «Il grande dramma americano risiede proprio nello svantaggio rispetto alla Cina nell’approvvigionamento di terre rare», sottolinea Mian. Non solo: Washington, che pure possiede alcuni giacimenti di terre rare (ce ne sono in Texas e in Wyoming) ha un ulteriore problema. La lavorazione di questi materiali fondamentali per le nuove tecnologie. «L’industria di raffinazione delle terre rare è altamente inquinante», spiega il nostro interlocutore. «La Cina non è una democrazia, quindi non ha limiti in questo campo. Ecco perché la Groenlandia è interessante, dal punto di vista americano, anche per la lavorazione delle terre rare.
Il passo da gigante
La corsa all’artico da parte di Washington non è dunque una novità. L’amministrazione Biden, ricorda ancora Mian, si era mossa in silenzio ma utilizzando «una diplomazia muscolare» per cancellare degli accordi che gli Inuit avevano preso con i cinesi. «Ripeto, sull’artico l’interesse è americano, non solo di Donald Trump». L’America ha perso molto tempo sulla Groenlandia con Obama presidente: ora la volontà è recuperare tutto il terreno perso. Anche in termini logistici: gli Stati Uniti sono in chiaro svantaggio con la Russia anche per quanto riguarda la flotta rompighiaccio. «Controllando la Groenlandia, gli americani farebbero un passo da gigante nel potersi definire una potenza artica».
In questo intricato contesto manca però un elemento del mosaico: l’Europa. Il Vecchio continente sembra aver già perso la «battaglia» sulla Groenlandia. «In questa ottica, va fatta una distinzione», osserva Mian. «Dipende se parliamo di Bruxelles o di Europa. Bruxelles ha un approccio nei confronti del Polo nord ecologista, alla Greta Thunberg per intenderci. Un approccio appartenente a un altro mondo, precedente l’invasione russa all’Ucraina nel 2022. Oggi siamo nel mondo della diplomazia delle cannoniere, ed è bene rendersene conto. Se invece parliamo di Europa o, meglio, di alcuni Paesi europei, la spinta è diversa». In particolare, ricorda ancora l’esperto, per quanto riguarda Norvegia, Finlandia, Danimarca e Svezia. «Paesi che si stanno organizzando per disporre di una loro piccola NATO sì in funzione anti-russa, ma anche in funzione artica. E anche la Germania ha mostrato interesse verso questo progetto».
Che cosa vogliono gli Inuit
C’è poi la questione, non certo secondaria, della volontà del popolo Inuit. La Groenlandia appartiene formalmente alla Danimarca, certo, ma che cosa pensa la gente che abita quei luoghi? Se dovessero davvero dover scegliere da che parte stare, sceglierebbe ancora la Danimarca. «La risposta è no», spiega Mian. «Nonostante le parole di facciata del Governo groenlandese, la realtà è diversa. La totalità degli Inuit vuole emanciparsi definitivamente dalla Danimarca. Non bisogna dimenticare che la Groenlandia fu la prima a lasciare l’Unione europea diventando un territorio speciale. Gli Inuit sono pronti a fare affari e l’offerta americana sarà enorme. Già oggi fra l’entourage di Trump e membri del governo groenlandese ci sono legami di business».
