Hormuz, ma non solo: a rischio lo Stretto di Bab el-Mandeb

Citiamo, innanzitutto, le agenzie di stampa: la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb è «tra le opzioni» sul tavolo degli Houthi, milizia sciita yemenita sostenuta dall'Iran e protagonista, in queste ore, del lancio di un missile verso Israele. Il primo, dall'inizio dell'offensiva statunitense e israeliana contro Teheran. E ancora: «Ci stiamo coordinando con i nostri fratelli dell'asse della resistenza riguardo al nostro ingresso in guerra. La nostra responsabilità nei confronti dell'Iran e di Hezbollah è morale e religiosa. Stiamo gestendo questa battaglia gradualmente e la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb è tra le nostre opzioni. La resistenza yemenita è giunta alla conclusione che oggi è il momento di intervenire».
Dove si trova?
Uscendo dal linguaggio politico-terroristico, e facendo la tara sulla reale forza degli Houthi, la questione non è certo di poco conto. Bab el-Mandeb, infatti, è uno Stretto strategico. Tanto quanto Hormuz, da settimane tenuto in scacco dall'Iran. Situato tra lo stesso Yemen e i Paesi africani di Gibuti ed Eritrea, Bab el-Mandeb collega l'Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo attraverso il Mar Rosso e il canale di Suez.
La carotide del commercio
Se Hormuz è la giugulare energetica del mondo, prima della guerra vi transitavano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti raffinati, pari a circa il 25% del commercio petrolifero marittimo globale, Bab el-Mandeb funge da carotide commerciale. Un blocco, qui, significherebbe non soltanto ritardi nelle consegne di colossi come Temu, ma colli di bottiglia e problemi a non finire nelle catene di approvvigionamento che tengono in piedi l'economia europea e quella asiatica.
Poco citato sin qui, anche nei briefing delle grandi potenze, questo stretto largo appena una ventina di chilometri sta catturando, sempre di più, l'attenzione di esperti e analisti nonché le preoccupazioni dell'economia. Da qui, dicevamo, passa una quota rilevante del commercio normale: circa il 12% dei movimenti marittimi globali, a livello di merci, transita da Bab el-Mandeb. A ciò bisogna aggiungere un 12% di petrolio e un 8% di gas naturale liquefatto. Tenendo presente, per contro, il corridoio Mar Rosso-Suez, parliamo del 30% del traffico container mondiale e del 40% degli scambi fra Asia ed Europa. Hai detto poco.
Quali alternative?
Domanda: esistono alternative? Sì: la circumnavigazione dell'Africa doppiando Capo di Buona Speranza, una rotta che rimanda alle imprese dei grandi esploratori. Con tempi, e soprattutto costi verrebbe da dire, chiaramente più elevati. Di qui la rilevanza geopolitica di Bab el-Mandeb, teatro di una guerra asimmetrica dal 2023. Ovvero, da quando gli Houthi hanno sostenuto Hamas e l'Iran in seguito alla risposta di Israele agli attacchi del 7 ottobre. I ribelli sciiti, in questi anni, hanno lanciato missili antinave e droni colpendo oltre cento imbarcazioni, secondo fonti internazionali. Nelle fasi più acute della crisi, il traffico nel Mar Rosso è calato fino al 70%. Con conseguenti aumenti a livello di costi di trasporto e, in ultima battuta, prezzi delle merci per il consumatore finale.
Un attacco alla globalizzazione
Un eventuale blocco di Bab el-Mandeb, insomma, andrebbe letto come un attacco alla globalizzazione e non soltanto con le lenti del conflitto regionale. E attenzione, perché militarmente parlando lo Stretto è caldo, anzi caldissimo. Parte asiatica, lo Yemen è un Paese diviso e, in parte, controllato dagli Houthi. I quali, di riflesso, possono colpire il traffico marittimo piuttosto facilmente. Parte africana, Gibuti ospita basi statunitensi, francesi e anche cinesi. In acqua, le missioni navali internazionali USA-led e Aspides, pensate proprio per proteggere il transito di navi. Ma chi controlla, quindi, lo Stretto? Tutti e nessuno. Un'incertezza che, appunto, può portare a ulteriore incertezza: aumento dei costi, catene di approvvigionamento rallentate e globalizzazione (di nuovo) sotto scacco. Bab el-Mandeb, tradotto alla lettera, significa «porta del lamento funebre» o «porta delle lacrime». Un presagio che, oggi, appare tristemente accurato.
