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Guerra

«I partiti filorussi che parlano di pace sono ipocriti e opportunisti»

Il politologo italiano Gianfranco Pasquino parla della posizione dei vari partiti (e del Papa) nei confronti della Russia: «Il discorso di Putin del 9 maggio? Una tattica per far credere all'Occidente di essere un leader ragionevole»
Michele Montanari
11.05.2022 13:50

Dalla denazificazione dell'Ucraina alla minaccia di un Occidente sempre più vicino ai confini russi. Il presidente Vladimir Putin, nel discorso tenuto durante le celebrazioni del 9 maggio, ha messo in secondo piano la narrazione della lotta ai neonazisti ucraini, con cui aveva giustificato ai russi l'«operazione militare speciale», dando risalto alla tesi di un'espansione della NATO considerata una minaccia per i confini russi. Lo «zar», questa volta davanti agli occhi del mondo, ha cercato di mandare un nuovo messaggio all'Occidente. L'Europa, specialmente la sua parte più indecisa, guarderà a Putin con occhi diversi? Innanzitutto occorre capire qual è la percezione che l'Occidente ha del leader del Cremlino e quali sono i partiti politici che, nonostante l'invasione, fanno ancora fatica a prendere le distanze dalla Russia. Ne parliamo con il politologo italiano Gianfranco Pasquino.

Professor Pasquino, dopo l'invasione dell'Ucraina i partiti europei hanno preso la loro posizione. Molti hanno subito condannato le azioni di Putin, mentre altri mostrano una certa ambiguità nei confronti della Russia. A volte si assiste addirittura ad un avvicinamento di partiti di schieramento opposto. Penso ai comunisti e ai nazionalisti di destra...
«Stiamo assistendo a sovrapposizioni tra partiti opposti nella scacchiera politica, che sono spiegabili in parte con l’ipocrisia e in parte con l’opportunismo. Prendiamo l'Italia: nel PD nessuno considera Putin un leader di cui avere grande considerazione. Una parte del centro, ad esempio i partiti di Maurizio Lupi (Noi con l'Italia) e di Carlo Calenda (Azione), ritiene il presidente russo un dittatore, punto e basta. Credo che questo lo sostenga anche Giorgia Meloni (Fratelli d'Italia). Quelli che invece reputo degli opportunisti sono, da un lato, la Lega, dall'altro, il Movimento 5 Stelle, che ormai è una galassia abbastanza sgangherata, dentro la quale c'è anche chi considera Putin un leader apprezzabile. Giuseppe Conte non sa bene dove stare: si barcamena e sostanzialmente cerca di non essere contro lo "zar", ma di non essere neanche a favore di Zelensky. Conte dice: "Siamo per la pace", ma questo non significa niente. E poi c'è Papa Francesco».

Papa Francesco ha detto che la NATO era "un cane che abbaiava". Certo, può darsi che la NATO sia un cane che abbaia, però Putin è un cane che morde

Cosa pensa della posizione del Pontefice?
 «Papa Francesco ha detto che la NATO era "un cane che abbaiava". Certo, può darsi che la NATO sia un cane che abbaia, però Putin è un cane che morde. E quando un cane morde, bisogna andare in soccorso di chi viene ferito, non del cane. Questa è una posizione deplorevole presa dai cattolici, i quali ritengono di essere più buoni di tutti noi, dicendo di essere per la pace, ma la pace, in questo caso, sarebbe accompagnata dall’oppressione e dalla repressione. Non possiamo essere noi a dire agli ucraini di non combattere: è una scelta che devono fare loro. Come detto, ci sono elementi di ipocrisia e opportunismo molto diffusi». 

Al di là di questo opportunismo che cita, perché i partiti filorussi non riescono a prendere una posizione netta neanche di fronte ad un'aggressione?

«Perché hanno radici storicamente antiamericane. Ricordiamo che in Italia un quarto dei cittadini votò per il Partito comunista, che era un partito pro-sovietico. Una parte di quegli elettori, forse i loro figli e i loro parenti, continua oggi ad avere un’immagine sbagliata della Russia. Questi sono i residui del comunismo a favore dell’URSS. C’è un elemento di antiamericanismo diffuso, che c’è sempre stato, ma secondo me oggi è molto mal posto. Poi c’è anche una sinistra, che magari non è mai stata comunista, che però pensava che il modello sovietico fosse preferibile, in una certa misura, al modello americano del consumismo, delle ricchezze ostentate e delle diseguaglianze. In una parola: il capitalismo. Anche la cultura cattolica era in buona parte antiamericana: gli Stati Uniti erano visti come il Paese in cui c’era il divorzio, dove ci sposava anche 3 o 4 volte. Questa parte è rimasta e il Papa in realtà la blandisce. Pure tra i nazionalisti c'è un antiamericanismo diffuso».

I partiti nazionalisti dovrebbero essere i primi a insorgere dinnanzi a una invasione, mentre alcuni parlano di una pace che consegnerebbe il territorio ucraino al nemico straniero...

«Oltre agli opportunismi c’è altro. I nazionalismi spesso sono anche egoismi. Il ragionamento è: "Se non toccano me, non c’è problema, si arrangino". In Italia Giorgia Meloni ha preso una posizione chiara, che è quella dell’autonomia dell’Ucraina. Mentre gli altri hanno qualcosa da farsi perdonare, perché hanno avuto rapporti troppo stretti con Putin. Pensiamo anche alla Francia e ai contatti tra Marine Le Pen e il presidente russo. A volte non è solo antiamericanismo, ma un modo per distinguersi dagli altri: "Se la maggior parte dei partiti è a favore dell’Ucraina, allora io mi distinguo, perché sono più buono e voglio che la guerra finisca". Adottano questa posizione, dimenticandosi che per gli ucraini vorrebbe dire smettere di difendersi, lasciar attaccare la Russia e poi andare a trattare. Chiaramente questa posizione si sconfigge da sé: se Putin dovesse vincere non andrebbe a trattare un bel niente».

Putin vuol far credere a un'ampia porzione di cittadini occidentali che lui vuole la fine della guerra. Il presidente russo cerca di ottenere benevolenza da quella fetta di persone che non è né per la Russia né per l’Ucraina

Torniamo al 9 maggio: Putin ha messo in secondo piano la denazificazione, parlando di una minaccia da parte della NATO. Come possiamo leggere questo spostamento di focus nella narrazione russa?

«Da un lato è un segno di debolezza, perché Putin non ha conseguito quegli obiettivi che si proponeva, ossia "denazificare" l'Ucraina in tempi brevi e con poche perdite. Dall’altra c'è un motivo tattico che mira a ridurre l’elemento di aggressività. In questo modo Putin vuol far credere a un'ampia porzione di cittadini occidentali che lui vuole la fine della guerra. Il presidente russo cerca di ottenere benevolenza da quella fetta di persone che non è né per la Russia né per l’Ucraina. In un sondaggio italiano, alla domanda: "Da che parte state?", il 6% ha risposto dalla parte della Russia, il 53% dalla parte dell’Ucraina, e il 41% ha detto da nessuna delle due parti. A quel 41% di indecisi, Putin sta mandando un messaggio, in modo che pensino che sia un leader ragionevole. Sta cercando di blandire gli occidentali che non si sono fatti un'idea chiara: c’è un elemento tattico notevole».

Alla luce della recente bufera su talk show italiani, crede che dopo il discorso di Putin gli indecisi possano essere influenzati maggiormente dai media che danno spazio a ospiti filorussi?

«Il rischio c'è, ma non lo vedo così grande, perché la gente riesce a farsi un’opinione per conto suo. Detto questo, credo che i talk show italiani siano repellenti. Viene data voce a persone che non ne sanno abbastanza e parlano a centinaia di migliaia di spettatori. Giovanni Sartori, il mio maestro di scienza politica, diceva che chi conosce un solo sistema, non conosce neanche quel sistema. Per capire che rischio ci sia veramente, dovrei vedere cosa fanno le altre emittenti: francesi, tedesche, svizzere, ecc... Io ad esempio guardo anche la tv inglese e mi sembra molto meno tarata sullo scontro e sulla spettacolarizzazione rispetto a quella italiana. Nella Penisola bisognerebbe tornare a un tipo di dibattito che si è perso da quando Berlusconi è entrato in politica. È lui che ha antagonizzato tutto, è lui che ha aperto la strada a queste tribune in cui si può dire di tutto. In tv ciò che manca totalmente è il fact-checking: quando qualcuno dice una cosa, bisognerebbe controllare subito se questa corrisponde a verità. Ormai il pubblico si è fatto l’idea che nessuno dice più la verità e quindi tutto viene messo in discussione».

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