Medio Oriente

Il reportage da Teheran: «Ora vogliamo essere liberi, ma da iraniani»

La rabbia e l’insoddisfazione del popolo sono esplose e si vedono, oggi, in ogni quartiere della capitale, ma anche in altre città del Paese – Si contano già centinaia di vittime della repressione, oltre a migliaia di persone arrestate
Matteo Giusti
11.01.2026 20:01

Il regime iraniano sta attraversando il momento più difficile della sua storia, e da due settimane Teheran e altre centinaia di città sono sconvolte dalle manifestazioni. La guida suprema Ali Khamenei ha parlato alla televisione nazionale scegliendo la linea dura e minacciando la pena di morte per i manifestanti accusati di attacco terrorista allo Stato. Khamenei ha accusato Donald Trump e gli Stati Uniti di voler gettare l’Iran nel caos, mentre il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che all’interno delle proteste ci sarebbero terroristi legati a potenze straniere. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha addirittura invitato la magistratura a usare il pugno di ferro e la polizia ha detto che sono stati arrestati i capi più importanti della protesta. Il regime sta organizzando diverse contro-manifestazioni per dimostrare di avere ancora un sostegno importante da parte della popolazione, mentre i pasdaran e i basiji scorrazzano su pick up lanciati a tutta velocità nei principali centri del Paese. Questo è il quadro. Con quali prospettive?

Il possibile blitz USA

Il New York Times e il Wall Street Journal riportano, da fonti dell’intelligence statunitense, che l’operazione militare contro gli ayatollah potrebbe essere imminente. Sul tavolo a Washington ci sarebbero diverse opzioni per un possibile blitz con funzionari dell’amministrazione americana che hanno già avuto discussioni preliminari su come pianificare un attacco contro l’Iran. Al momento, sempre secondo il giornale newyorkese, resta soltanto una possibilità e si sta discutendo quali siti potrebbero essere presi di mira in una prima ondata di attacchi aerei su larga scala che andrebbe a colpire i principali siti militari del Paese mediorientale. Mancherebbe però un consenso unanime all’interno dell’amministrazione di Trump sulla linea d’azione, e nessuna attrezzatura militare o personale è stata messa in allerta, facendo intendere che il blitz non sarebbe così imminente.

«Siamo alla fame»

Teheran è un gigante disteso fra le montagne a Nord e il deserto a Sud, è trafficatissima, inquinata e sempre a corto d’acqua, ma la rabbia e l’insoddisfazione degli iraniani oggi si vedono in tutti i quartieri della capitale. La repressione è diventata sempre più violenta e parlando con la gente per la strada, accusano il Governo di aver ucciso oltre 500 persone, compresi almeno una decina di minorenni. Le conferme arrivano con fatica perché Internet è stato bloccato nella speranza di evitare che la protesta dilaghi e funziona soltanto grazie a Starlink, il sistema inventato da Elon Musk e preventivamente distribuito in tutto il Paese, proprio in vista del prevedibile blocco imposto dagli ayatollah. Muoversi è diventato molto complicato, i taxi non entrano nelle aree dove la protesta è più forte. Inaccessibile il grande bazar, dove da mille anni i persiani commerciano, luogo che ha segnato l’inizio di questa ondata che potrebbe rovesciare un regime che resiste dalla rivoluzione del 1979. Reza, un nome importante che riporta alla Persia degli Shah, ha una bottega ereditata dal padre e lo incontro in un caffè lontano dal bazar. «La protesta è cominciata perché la nostra moneta non vale più niente, i costi dei prodotti sono alle stelle e molti di essi nemmeno si trovano. Olio, cereali, farina sono diventati un bene di lusso, noi iraniani siamo alla fame. Siamo stanchi di questo regime che ci ha isolato dal mondo e che usa tutti i soldi del petrolio per arricchirsi e vivere come la corte dello Shah». Il suo riferimento e il nome in comune con il principe Reza Pahlavi, che sta chiedendo a Trump di intervenire in Iran, farebbero pensare a una simpatia monarchica. «Io non ho mai vissuto il regno dello Shah, ma mio padre mi diceva che c’era molto spreco e troppa modernità imposta dall’estero. Non vogliamo il ritorno della monarchia, vogliamo essere liberi e lo possiamo fare da soli senza l’intervento di nessuno. Se il principe si sente davvero uno di noi lo accogliamo a braccia aperte e il suo prestigio internazionale può esserci utile, magari come diplomatico».

«Il regime è corrotto e crudele»

Le migliaia di manifestanti sono in strada dai quartieri per ricchi a Nord come Tajrish Arg, fino alle zone più popolari a Sud della grande città, ma l’Università di Teheran, fondata nel 1935 durante il regno di Reza Pahlavi, rimane il fulcro di ogni protesta. Saba studia medicina all’ateneo della capitale ed è al terzo anno. La sua famiglia è originaria di Tabriz, la grande città del Nord del Paese, ed è di origine azera-turca come la maggioranza degli abitanti della sua regione. «Siamo in strada da 14 giorni e non ci faremo spaventare dalle minacce di Khamenei. Il regime è corrotto e crudele, ma la forza degli iraniani è grande. Io ho visto i cadaveri per la strada, la maggior parte delle persone è stata uccisa da munizioni vere o da colpi di arma da fuoco da distanza ravvicinata. Anche due ragazzi che venivano a lezione con me sono caduti da eroi, da martiri della libertà. I poliziotti uccidono il nostro popolo: Sardar Radan, comandante della polizia nazionale, si vanta di uccidere i giovani che vogliono cambiare il volto della nostra nazione». La giovane studentessa ha le idee chiare, anche per il futuro dell’Iran. «Non vogliamo un intervento militare straniero, abbiamo la forza per raggiungere la libertà con le nostre forze. Questa volta il movimento è molto più forte e non è vero che non abbiamo dei leader, il vero leader è chiunque lotti per la nostra causa. I monarchici non ci rappresentano e hanno poco seguito nel Paese, vogliamo andare avanti e non tornare indietro. Nemmeno i mojahiddin del popolo sono la soluzione, per anni hanno combattuto contro l’Iran, quando erano al servizio di Saddam Hussein, non dimentichiamo chi si è schierato contro l’Iran. Vogliamo essere liberi e indipendenti, ma da iraniani, perché non vogliamo trasformarci in americani o in europei».

Il domino globale

La città vive momenti di estrema calma, dove camionette con altoparlanti fanno risuonare nelle strade la voce della guida suprema, ma il movimento si organizza rapidamente, anche senza la rete, e non ha nessuna intenzione di fermarsi prima di ottenere cambiamenti radicali. Il domino globale potrebbe presto travolgere anche l’Iran, dove il regime sembra davvero essere arrivato al capolinea.