L'intervista

«Il vero significato storico è l'inclusione del Libano»

Per capire le numerose implicazioni del Memorandum of Understanding siglato tra USA e Iran, abbiamo sollecitato il docente di Storia delle relazioni internazionali della Statale di Milano, esperto di Medio Oriente, Giuseppe Acconcia
© Iranian Presidency Office via AP
Paolo Gianinazzi
19.06.2026 06:00

Per capire le numerose implicazioni del Memorandum of Understanding siglato tra USA e Iran, abbiamo sollecitato il docente di Storia delle relazioni internazionali della Statale di Milano, esperto di Medio Oriente, Giuseppe Acconcia.

Partiamo dall’intesa raggiunta, che non è ancora un «classico» accordo di pace, bensì un «Memorandum of Understanding». Di che cosa si tratta e quale valenza ha in questo contesto? È un’intesa simbolica oppure un passo avanti concreto?
«Il passo avanti concreto è la fine della guerra, su tutti i fronti. E questa è una grande novità, un grande risultato. Però, al contempo, non è un accordo definitivo, paragonabile ad esempio a quello siglato da Barack Obama nel 2015, perché in particolare sulla questione del nucleare ci sono moltissime questioni ancora da discutere».

Sulla base di questo primo accordo, chi ne esce «vincente»?
«Ovviamente l’Iran esce rafforzato da questa intesa preliminare, perché ha ottenuto alcune cose molto rilevanti. La più importante è lo stop alle sanzioni sull’esportazione del petrolio. In qualche maniera ha avuto un vantaggio economico che permetterà all’Iran, nei prossimi mesi, di tornare ai livelli di esportazione del petrolio antecedenti alla guerra. E questo è sicuramente un successo per Teheran».

Praticamente il 99% degli analisti definisce questa intesa una sconfitta per Donald Trump e una vittoria per l’Iran. Secondo lei come mai alla fine il presidente statunitense ha «ceduto»? Ha a che fare con la politica interna degli USA, ossia con un conflitto criticato anche dalla sua stessa base elettorale?
«Sia gli Stati Uniti, sia l’Iran, per arrivare a questo accordo hanno dovuto al loro interno marginalizzare chi si opponeva all’intesa. In Iran parliamo del Fronte Paydari (ndr. gruppo politico ultraconservatore), con alcuni deputati che preferivano continuare a fare la guerra. E negli Stati Uniti, invece, parliamo del fronte “neocons”, con il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che avrebbero pure loro preferito continuare a bombardare. Per non parlare della destra-estrema israeliana. Anche per loro sarebbe stato meglio continuare a bombardare. È quindi un successo per le fazioni più moderate, in entrambi i Paesi. Dire semplicemente che Trump esce sconfitto da questo accordo può però essere fuorviante. Nel senso che Trump ha saputo fermare la guerra al momento giusto. Una guerra che, se fosse andata avanti, sarebbe stata una catastrofe. E ha limitato i danni. Evidentemente, al contempo, ha fatto l’interesse iraniano sul fronte economico. Ad esempio con lo sblocco graduale degli asset iraniani. Ma anche la questione dei 300 miliardi di dollari per la ricostruzione è un elemento importante per l’Iran, perché permetterà di superare la fase di distruzione dovuta alla guerra».

Dal punto di vista della politica interna all’Iran, che ruolo avrà questa intesa? Siamo partiti da una situazione in cui Trump chiedeva un cambio di regime, mentre oggi in qualche modo il regime iraniano viene legittimato dall’accordo. Il popolo iraniano, che era in una fase storica tesa già prima della guerra, come reagirà a questa novità?
«Se vogliamo trovare un punto di sicura sconfitta per Trump, in questa guerra ingiusta degli Stati Uniti e Israele, è proprio il fatto che non ci sia stato un cambiamento di regime in Iran. Trump dice ora che non era un suo obiettivo, ma in realtà l’attacco del 28 febbraio  puntava proprio a questo: decimare la leadership della Repubblica islamica. Ma ovviamente queste uccisioni non hanno determinato un cambiamento di regime. Anzi, le nuove generazioni sembrano ancora più aggressive e resilienti rispetto alla guida suprema Ali Khamenei e agli altri che sono stati uccisi. È quindi evidente che l’obiettivo di far cadere la Repubblica islamica e portare a una transizione che avrebbe potuto favorire l’ascesa di figure come il figlio dell’ultimo Shah, o altri che hanno participato a movimenti d’opposizione, è completamente fallito. Questo, però, non vuol dire che in Iran non ci siano più proteste o malcontento e richieste di cambiamento dal basso. Che produrranno nei prossimi anni nuove mobilitazioni. Ad ogni modo, la carta della guerra e dell’intervento esterno per portare a un cambiamento di regime è evidente che non è efficace per arrivare a questo obiettivo».

Un altro punto importante di questa intesa riguarda il ruolo di Israele. Paese che è stato determinante per far iniziare la guerra a Trump, il quale ora sembra però aver voltato le spalle a Netanyahu, criticato in modo diretto. Israele esce marginalizzato da tutto questo processo?
«Sì. Il vero significato politico e storico di questa intesa preliminare riguarda anche l’inclusione del Libano nell’accordo. Ciò significa che Israele non può più portare avanti la sua guerra sul fronte libanese. E rende Israele più debole, soprattutto quando vuole intervenire contro gli attori regionali. Addirittura, Trump è arrivato a dire che la lotta al movimento sciita Hezbollah dovrà essere gestita dalla Siria, e non più da Israele. Evidentemente questo ha delle implicazioni molto forti e limita per Israele la possibilità di fare ricorso alla guerra su tutti i fronti, da Gaza al Libano, fino all’Iran».

Nessuno di noi ha la sfera di cristallo. Il Memorandum però prevede 60 giorni per arrivare al «vero» accordo. Che cosa si aspetta lei in questi 60 giorni? Quali potrebbero essere i punti critici della discussione?
«Prima di tutto bisognerà vedere se ci sarà effettivamente la fine completa del blocco dello Stretto di Hormuz. Una completa riapertura potrebbe creare una condizione nuova, di maggiore fiducia reciproca. Poi bisognerà vedere come si arriverà a un accordo con l’Oman sul pagamento dei servizi per il passaggio nello Stretto. E se le condizioni ci saranno per favorire il dialogo tra le parti è possibile che si discuta in maniera più distesa anche della questione nucleare. Ci sono già notizie secondo cui l’Iran potrebbe accettare la diluzione dell’uranio arricchito sul suo territorio, così come Trump potrebbe accettare una clausola simile a quella dell’accordo di Obama, ossia quella di un arricchimento soltanto a scopi civili, che impedirebbe all’Iran di avere un’arma nucleare. Quindi i presupposti affinché si possa arrivare a un accordo sul nucleare ci sono. E questo rende ancora più ingiustificabile questa guerra, che evidentemente poteva essere evitata attraverso un confronto diretto, un negoziato che era stato abbozzato con l’intermediazione dell’Oman, ma che poi è fallito».

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