«Il vero significato storico è l'inclusione del Libano»

Per capire le numerose implicazioni del Memorandum of Understanding siglato tra USA e Iran, abbiamo sollecitato il docente di Storia delle relazioni internazionali della Statale di Milano, esperto di Medio Oriente, Giuseppe Acconcia.
Partiamo
dall’intesa raggiunta, che non è ancora un «classico» accordo di pace, bensì un
«Memorandum of Understanding». Di che cosa si tratta e quale valenza ha in
questo contesto? È un’intesa simbolica oppure un passo avanti concreto?
«Il passo avanti
concreto è la fine della guerra, su tutti i fronti. E questa è una grande
novità, un grande risultato. Però, al contempo, non è un accordo definitivo,
paragonabile ad esempio a quello siglato da Barack Obama nel 2015, perché in
particolare sulla questione del nucleare ci sono moltissime questioni ancora da
discutere».
Sulla base di
questo primo accordo, chi ne esce «vincente»?
«Ovviamente
l’Iran esce rafforzato da questa intesa preliminare, perché ha ottenuto alcune
cose molto rilevanti. La più importante è lo stop alle sanzioni
sull’esportazione del petrolio. In qualche maniera ha avuto un vantaggio
economico che permetterà all’Iran, nei prossimi mesi, di tornare ai livelli di
esportazione del petrolio antecedenti alla guerra. E questo è sicuramente un
successo per Teheran».
Praticamente il
99% degli analisti definisce questa intesa una sconfitta per Donald Trump e una
vittoria per l’Iran. Secondo lei come mai alla fine il presidente statunitense
ha «ceduto»? Ha a che fare con la politica interna degli USA, ossia con un conflitto
criticato anche dalla sua stessa base elettorale?
«Sia gli Stati
Uniti, sia l’Iran, per arrivare a questo accordo hanno dovuto al loro interno
marginalizzare chi si opponeva all’intesa. In Iran parliamo del Fronte Paydari
(ndr. gruppo politico ultraconservatore), con alcuni deputati che preferivano
continuare a fare la guerra. E negli Stati Uniti, invece, parliamo del fronte
“neocons”, con il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che avrebbero pure loro
preferito continuare a bombardare. Per non parlare della destra-estrema
israeliana. Anche per loro sarebbe stato meglio continuare a bombardare. È
quindi un successo per le fazioni più moderate, in entrambi i Paesi. Dire
semplicemente che Trump esce sconfitto da questo accordo può però essere
fuorviante. Nel senso che Trump ha saputo fermare la guerra al momento giusto.
Una guerra che, se fosse andata avanti, sarebbe stata una catastrofe. E ha
limitato i danni. Evidentemente, al contempo, ha fatto l’interesse iraniano sul
fronte economico. Ad esempio con lo sblocco graduale degli asset iraniani. Ma
anche la questione dei 300 miliardi di dollari per la ricostruzione è un
elemento importante per l’Iran, perché permetterà di superare la fase di
distruzione dovuta alla guerra».
Dal punto di
vista della politica interna all’Iran, che ruolo avrà questa intesa? Siamo
partiti da una situazione in cui Trump chiedeva un cambio di regime, mentre
oggi in qualche modo il regime iraniano viene legittimato dall’accordo. Il
popolo iraniano, che era in una fase storica tesa già prima della guerra, come
reagirà a questa novità?
«Se vogliamo
trovare un punto di sicura sconfitta per Trump, in questa guerra ingiusta degli
Stati Uniti e Israele, è proprio il fatto che non ci sia stato un cambiamento
di regime in Iran. Trump dice ora che non era un suo obiettivo, ma in realtà
l’attacco del 28 febbraio puntava
proprio a questo: decimare la leadership della Repubblica islamica. Ma
ovviamente queste uccisioni non hanno determinato un cambiamento di regime.
Anzi, le nuove generazioni sembrano ancora più aggressive e resilienti rispetto
alla guida suprema Ali Khamenei e agli altri che sono stati uccisi. È quindi
evidente che l’obiettivo di far cadere la Repubblica islamica e portare a una
transizione che avrebbe potuto favorire l’ascesa di figure come il figlio
dell’ultimo Shah, o altri che hanno participato a movimenti d’opposizione, è
completamente fallito. Questo, però, non vuol dire che in Iran non ci siano più
proteste o malcontento e richieste di cambiamento dal basso. Che produrranno
nei prossimi anni nuove mobilitazioni. Ad ogni modo, la carta della guerra e
dell’intervento esterno per portare a un cambiamento di regime è evidente che
non è efficace per arrivare a questo obiettivo».
Un altro punto
importante di questa intesa riguarda il ruolo di Israele. Paese che è stato
determinante per far iniziare la guerra a Trump, il quale ora sembra però aver
voltato le spalle a Netanyahu, criticato in modo diretto. Israele esce
marginalizzato da tutto questo processo?
«Sì. Il vero
significato politico e storico di questa intesa preliminare riguarda anche
l’inclusione del Libano nell’accordo. Ciò significa che Israele non può più
portare avanti la sua guerra sul fronte libanese. E rende Israele più debole,
soprattutto quando vuole intervenire contro gli attori regionali. Addirittura,
Trump è arrivato a dire che la lotta al movimento sciita Hezbollah dovrà essere
gestita dalla Siria, e non più da Israele. Evidentemente questo ha delle
implicazioni molto forti e limita per Israele la possibilità di fare ricorso
alla guerra su tutti i fronti, da Gaza al Libano, fino all’Iran».
Nessuno di noi ha
la sfera di cristallo. Il Memorandum però prevede 60 giorni per arrivare al
«vero» accordo. Che cosa si aspetta lei in questi 60 giorni? Quali potrebbero
essere i punti critici della discussione?
«Prima di tutto
bisognerà vedere se ci sarà effettivamente la fine completa del blocco dello
Stretto di Hormuz. Una completa riapertura potrebbe creare una condizione
nuova, di maggiore fiducia reciproca. Poi bisognerà vedere come si arriverà a
un accordo con l’Oman sul pagamento dei servizi per il passaggio nello Stretto.
E se le condizioni ci saranno per favorire il dialogo tra le parti è possibile
che si discuta in maniera più distesa anche della questione nucleare. Ci sono
già notizie secondo cui l’Iran potrebbe accettare la diluzione dell’uranio
arricchito sul suo territorio, così come Trump potrebbe accettare una clausola
simile a quella dell’accordo di Obama, ossia quella di un arricchimento
soltanto a scopi civili, che impedirebbe all’Iran di avere un’arma nucleare.
Quindi i presupposti affinché si possa arrivare a un accordo sul nucleare ci
sono. E questo rende ancora più ingiustificabile questa guerra, che
evidentemente poteva essere evitata attraverso un confronto diretto, un
negoziato che era stato abbozzato con l’intermediazione dell’Oman, ma che poi è
fallito».
