Israele, «uno stallo elettorale già visto e figlio di un Paese diviso»

Arturo Marzano, associato di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, è tra i maggiori studiosi italiani di Israele e Palestina. È stato post-doc all’International Institute for Holocaust Research - Yad Vashem e ricercatore alla Hebrew University di Gerusalemme e all’American University di Beirut. Il suo ultimo lavoro è Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti (Il Mulino, 2025).
«L’esito del voto di martedì non è una novità assoluta. Tra il 2019 e il 2021, infatti, per quattro tornate elettorali non si arrivò a una maggioranza - dice Marzano al Corriere del Ticino - In Israele c’è una grande instabilità politica, almeno a partire dal 2018. Un’instabilità interrotta nel 2022 perché Netanyahu fu molto abile a unire le destre, mentre la sinistra si divise. In questa tornata, anche la destra si è spaccata: il partito di Ofer Winter, Amcha Yisrael, è andato da solo senza peraltro superare la soglia di sbarramento. Anche l’affermazione dei cosiddetti partiti arabi non è del tutto nuova. È già accaduto. Se numerosi cittadini palestinesi di Israele vanno a votare, i numeri dei partiti che li rappresentano crescono, e molto».
Nessuna novità straordinaria, quindi, ma un quadro che rimane incerto, con un Paese spaccato in due e una strada molto stretta in vista della formazione di un governo. «In effetti - dice ancora Marzano - il voto è la fotografia di una nazione estremamente divisa. Ma Israele è stato diviso in tanti gruppi sin dalla sua nascita. Netanyahu ha però contribuito ad alimentare queste divisioni: è un uomo che si ama o si odia».
I 480.000 voti per corrispondenza ancora da scrutinare potrebbero cambiare qualcosa nello scenario parlamentare, ma probabilmente non ribaltare del tutto l’esito delle urne. «Penso che diminuiranno i seggi dei partiti arabi, espressione principalmente dei palestinesi cittadini d’Israele ma votati anche da ebrei isreliani. Né il blocco del premier né la coalizione che sostiene Gadi Eisenkot potranno però ottenere la maggioranza di 61 seggi alla Knesset». Per evitare nuove elezioni bisognerà necessariamente accordarsi con i due partiti arabi, Ra’am di Mansour Abbas e Lista Unita di Yousef Jabareen. Un’eventualità totalmente esclusa da Netanyahu e sin qui negata anche da Eisenkot.
«Netanyahu, che è un genio della politica, nelle ultime settimane ha condotto una battaglia durissima su questo punto. Era ciò che più lo spaventava, l’ipotesi - appunto - che il blocco di Eisenkot potesse andare al governo con l’appoggio esterno di Ra’am. Per scongiurare questo scenario ha detto: “Mai con gli arabi, noi. Ma nemmeno voi”, mettendo nell’angolo i leader dell’opposizione. Ciò significa, come dire, che il re è nudo. La democrazia israeliana, solo teoricamente in ottima salute, visto che quasi l’80% dei cittadini è andato a votare, è in realtà un’etnocrazia, come dimostra il fatto che tutti i partiti “sionisti” dicono sostanzialmente no ai voti espressi dal 20% del Paese».
Il ritorno alle urne, secondo lo studioso romano, è probabile. «Per evitarlo, un’ipotesi potrebbe essere l’alleanza ampia tra Likud ed Eisenkot, ma non credo che Netanyahu sia disposto ad accettare di farsi da parte. Alla fine, lo stallo potrebbe prevalere. In tal caso, Netanyahu rimarrebbe in carica fino a nuove elezioni, sperando di far meglio; forse puntando ad una nuova escalation con l’Iran in modo da aumentare il consenso interno, o tentando di ricompattare la destra recuperando magari Winter che gli ha fatto perdere un po’ di voti».
L’idea di un appoggio esterno dei partiti arabi a un governo del blocco di Gadi Eisenkot, secondo Marzano, è molto complicata. «Il leader di Yashar dovrebbe chiedere i voti di Ra’am ma anche quelli della Lista Unita, perché altrimenti non arriverebbe alla maggioranza. Ma se Ra’am è un partito interessato soprattutto a un miglioramento delle condizioni di vita socio-economiche dei palestinesi di Israele, la Lista Unita ha nel suo programma la trasformazione di Israele in uno Stato per tutti i suoi cittadini e la fine dell’occupazione del Territorio palestinese che dura da quasi 60 anni. Naftali Bennett e Avigdor Lieberman non lo accetterebbero mai. Può darsi che io sbagli, ma resto molto scettico su una simile soluzione».

