Italia al voto sulla magistratura, l’affluenza potrebbe essere decisiva

Giornata di silenzio elettorale, oggi, in Italia al termine di una campagna referendaria sulla giustizia che ha di nuovo arroventato lo scontro fra maggioranza e opposizione. Ecco, in sintesi, le informazioni utili per orientarsi alla vigilia del voto.
Che cos’è il referendum confermativo per il quale si vota in Italia?
Il Parlamento italiano, con l’approvazione definitiva della Legge costituzionale del 30 ottobre 2025, ha introdotto la cosiddetta «Riforma della separazione delle carriere dei magistrati». Poiché in seconda lettura non è stata raggiunta la maggioranza dei due terzi, la legge è stata sottoposta a referendum confermativo senza quorum, così come previsto dall’articolo 138 della Costituzione. A chiedere il referendum sono stati gli stessi parlamentari di maggioranza, ma anche i cittadini che hanno raccolto oltre 500 mila firme.
Quando si vota?
Le urne saranno aperte in tutta Italia domani dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15. Lo spoglio avverrà subito dopo la chiusura dei seggi. Sono previsti instant poll di Youtrend (commissionati da Sky) ed exit poll del Consorzio Opinio (per la RAI) e di Swg (per La7).
I cittadini italiani residenti in Svizzera hanno già votato? E quanti sono?
Sì, i cittadini italiani residenti in Svizzera hanno ricevuto nelle settimane scorse il plico contenente la scheda per il voto e hanno avuto tempo sino all’altro ieri (19 marzo) per recapitare la stessa scheda nelle sedi diplomatiche. Il Corriere del Ticino ha chiesto al consolato di Lugano i numeri degli aventi diritto nel cantone e nella Confederazione. «I dati delle elezioni sono al momento preclusi per ragioni di riservatezza e saranno resi pubblici ad operazioni di voto concluse», è stata la risposta. In ogni caso, stando alle cifre delle elezioni più recenti, gli aventi diritto in Svizzera sono poco più di 500 mila; poco meno di 150 mila quelli in Ticino.
Qual è il quesito del referendum?
Con il voto gli italiani sono chiamati a dire sì o no alla riforma degli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione.

Che cosa prevede questa riforma?
La riforma introduce, innanzitutto, una distinzione formale e funzionale tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Si tratta, in altri termini, della cosiddetta «separazione delle carriere» tra i giudici e i pubblici ministeri (PM).
In che cosa consiste questa separazione delle carriere?
Attualmente, giudici e PM fanno parte di un unico ordine, la magistratura appunto, al quale accedono con lo stesso concorso e svolgendo un tirocinio comune prima di scegliere quale dei due ruoli ricoprire. A certe condizioni, è ammesso tuttora passare da una funzione all’altra, possibilità sottoposta nel tempo a limiti molto stringenti, tanto che ormai non si verifica quasi più. Con la riforma, magistratura giudicante e magistratura requirente avrebbero concorsi, accessi e percorsi professionali separati, e non sarebbe più permesso il passaggio da un ruolo all’altro. Sarebbero anche costituiti due distinti Consigli superiori della magistratura (CSM), entrambi presieduti dal Capo dello Stato e composti ciascuno per due terzi di magistrati (estratti a sorte tra tutti gli aventi diritto) e per un terzo di «laici» eletti dal Parlamento (ma i numeri non sono specificati perché rimandati all’approvazione di un successivo regolamento).
È vero che i nuovi Consigli superiori non avrebbero più poteri disciplinari?
Sì. Ai futuri Consigli superiori sarà sottratta una delle funzioni più importanti attualmente svolte dal Consiglio unico: sanzionare i magistrati che commettono illeciti professionali, con misure variabili da un semplice avvertimento alla radiazione. Questo compito passerà a un nuovo organismo, l’Alta Corte disciplinare, che si occuperà sia dei giudici sia dei pm. L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: 9 magistrati (giudici e PM) sorteggiati tra quelli che lavorano o hanno lavorato in Corte di Cassazione; e 6 «laici», professori universitari di materie giuridiche o avvocati, 3 dei quali scelti dal Parlamento con le stesse modalità dei laici dei due CSM e altri 3 nominati dal presidente della Repubblica. Contro le sentenze dell’Alta Corte i magistrati non potranno più ricorrere in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte disciplinare: a decidere, in appello, sarebbero tuttavia giudici diversi da quelli che si sono occupati del caso in primo grado.
Quali partiti e forze politiche sostengono il sì?
Tutti i partiti della coalizione di centrodestra che governa attualmente il Paese: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati. Tra coloro che appoggiano la riforma ci sono anche Roberto Vannacci, leader del movimento Futuro Nazionale, e Carlo Calenda, leader di Azione.
Quali partiti e forze politiche sostengono invece il no?
Per il no si schiera gran parte delle forze di opposizione. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, è tra le principali voci contro la riforma, anche se alcuni esponenti dell’area riformista del PD si sono schierati apertamente per il sì, ad esempio l’eurodeputata Pina Picierno e il costituzionalista Stefano Ceccanti. Sono contrari anche il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi e Sinistra.
Ci sono anche posizioni “intermedie”?
Sì. Accanto ai due blocchi principali ci sono posizioni più sfumate. Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha dichiarato di sostenere il referendum pur riconoscendo alcune incertezze tecniche nella riforma. L’ex presidente del consiglio Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha definito il provvedimento una «riformicchia» ma ha deciso di lasciare libertà di voto ai propri elettori, annunciando che renderà pubblica la sua scelta solo alla vigilia della consultazione.
Tra le associazioni, nei sindacati e nella società civile, quali posizioni sono emerse in particolare?
L'Associazione Nazionale Magistrati (alla quale aderisce un terzo circa delle toghe) è schierata per il no mentre l’Unione delle Camere penali sostiene il sì. Contraria alla riforma si è detta anche la CGIL, mentre gli altri due sindacati confederali - la CISL e la UIL - hanno fatto un appello alla partecipazione senza dare indicazioni precise di voto.
Quale risultato è previsto dai sondaggi?
In Italia, è vietato divulgare sondaggi elettorali nei quindici giorni precedenti il voto. La media delle ultime rilevazioni demoscopiche, diffusa il 6 marzo, dava il no in vantaggio di circa 5 punti.
È vero che una più alta affluenza al voto potrebbe favorire la vittoria del sì?
Secondo la maggior parte dei sondaggisti, una percentuale di votanti superiore al 50% potrebbe effettivamente favorire il sì. L’elettorato di centrodestra sembra infatti meno interessato al quesito referendario rispetto all’elettorato di centrosinistra che, nelle ultime settimane, è stato maggiormente mobilitato.
Quali potrebbero essere gli effetti del voto referendario sul governo e sul sistema politico italiano?
Quasi tutti gli osservatori politici sono concordi sul fatto che la vittoria del no aprirebbe per la presidente del consiglio Giorgia Meloni una fase di logoramento. Nonostante abbia più volte ripetuto che che l’esito del voto referendario non influirà l’Esecutivo («Il governo andrà comunque avanti sino alla fine della legislatura», ha detto Meloni), una sconfitta su una riforma simbolo del programma elettorale del centrodestra sarebbe la prima spia di una possibile inversione di tendenza nel rapporto fin qui positivo con gli elettori. E, senza dubbio, alimenterebbe le fibrillazioni interne alla maggioranza, soprattutto da parte della Lega e di Matteo Salvini. Darebbe inoltre una forte spinta unitaria al cosiddetto «campo largo» del centrosinistra in vista delle politiche del settembre 2027. A fare le spese di una sconfitta referendaria sulla giustizia potrebbe essere l’altra grande riforma cara a Meloni: l’elezione diretta del premier, il cui disegno di legge, approvato in Senato a giugno 2024, non è mai andato avanti.
Si decide sulla Costituzione per la quinta volta
La modifica del Titolo V
Quello sui magistrati è il quinto referendum costituzionale per il quale gli italiani sono stati chiamati a votare. Il primo si tenne il 7 ottobre 2001 e riguardava la modifica del Titolo V della parte seconda della Costituzione. L’ultimo il 20 e 21 settembre 2020 per confermare la riduzione del numero dei parlamentari.
Repubblica o monarchia
Il primo referendum della storia dell’Italia repubblicana è quello del 2 giugno 1946, giorno in cui gli italiani, oltre a eleggere l’assemblea costituente, scelsero tra repubblica o monarchia. Allora l’affluenza fu pari all’89,08%. La repubblica vinse con il 54,27% contro il 45,73% della monarchia.
Il divorzio del 1974
Ben 19 volte gli italiani sono stati chiamati alle urne per dire sì o no a referendum abrogativi. La prima volta, anch’essa storica, risale al 12 e 13 maggio 1974, quando si votò per l’abrogazione della Legge istitutiva del divorzio. Al termine di una campagna elettorale che mobilitò l’intero Paese, si recò alle urne l’87,72% degli aventi diritto. Il sì ottenne il 40,74%, il no il 59,26%.
Quorum sempre più difficile
Nelle altre 18 occasioni, il quorum del 50% +1 dei votanti, necessario per la validità dei referendum abrogativi, è stato raggiunto 8 volte (una soltanto negli ultimi 30 anni). Per il referendum costituzionale non è invece richiesta alcuna maggioranza qualificata.

