Jair Bolsonaro e il valore della democrazia, non solo in Brasile

Ventisette. Sono gli anni, parola della Corte Suprema brasiliana, che Jair Bolsonaro dovrà passare in carcere. Al di là delle reazioni, la sentenza segna un tornante. Della storia brasiliana, ma non solo. Già, perché la parabola dell'ex presidente è l'immagine, plastica, di un'intera democrazia che si mette allo specchio. E alla prova. In un modo, oseremmo dire, netto. Ovvero, stabilendo che chiunque non accetti l'esito delle urne, affidandosi al contrario alla forza e alla menzogna per ribaltare il risultato, deve risponderne davanti alla giustizia. Senza scorciatoie. Senza via di scampo.
Il messaggio che il Brasile, in queste ore, ha dato al suo interno e, allargando il campo, al mondo è, di riflesso, altrettanto limpido: nessuno, nemmeno Bolsonaro, è più grande delle istituzioni. Detto e premesso che il leader di destra presenterà ricorso, la legge – a questo giro – ha parlato. Più forte. Rigurgitando l'idea di un potere personale e carismatico, capace negli anni di mobilitare milioni di persone e di dividere l'opinione pubblica. Il punto, a ben vedere, è proprio questo. La contraddizione, pensando anche agli Stati Uniti e ad altre democrazie, diciamo così, traballanti, senza per questo voler tracciare paragoni fra il 6 gennaio 2021, con l'assalto a Capitol Hill, e la Brasilia violentata dell'8 gennaio 2023, è fin troppo evidente: una sentenza, questa sentenza, non basta né basterà. Non è né sarà sufficiente per chiudere la ferita.
Bolsonaro, infatti, è un leader che sa parlare, molto bene, alla pancia del Paese. È populista, volendo ricorrere a una facile etichettatura. Di più, dopo quel golpe iniziato male e finito pure peggio ha conservato un seguito numeroso. Sui social, non a caso, è già iniziata la battaglia: la condanna è una medaglia al valore, o se preferite una prova, l'ennesima, che conferma il «martirio» dell'ex presidente. Eccola, la contraddizione, tipica di questi tempi polarizzanti e polarizzati: ogni passo nella direzione della difesa o del rafforzamento dello Stato di diritto, beh, finisce per essere letto e interpretato come una conferma dei sospetti di chi, al contrario, lo rifiuta. Con ogni mezzo.
Come uscirne, allora, pensando che, in fondo, siamo tutti un po' brasiliani? La democrazia non vive unicamente di sentenze e verdetti. Vive, altresì, di fiducia. Che il risultato delle urne, appunto, sia rispettato; che le istituzioni siano davvero indipendenti; che, ancora, una sconfitta – per quanto bruciante e difficile da ammettere – non sia una maledizione da esorcizzare con la violenza. Bolsonaro e i suoi hanno cercato di ribaltare un principio basilare, facendo riemergere, in Brasile, spettri che la popolazione credeva spariti per sempre. L'ex presidente, in particolare, ha visto e vissuto la perdita delle elezioni come un affronto personale, uno schiaffo da correggere attraverso i moti di piazza, il dispiegamento dei militari, la delegittimazione dell'avversario.
La Corte Suprema, con la sua sentenza, ha frenato una deriva. Ma, come detto, non basta. Né basterà. Tocca alla politica, anzi toccherebbe alla politica, ora, accompagnare questa sentenza con responsabilità. Mostrandosi, finalmente, capace di ricucire e unire. Al momento, appare invece più verosimile il contrario. E cioè che la frattura, nel tessuto sociale e democratico del Paese, si allarghi. Sin qui, la democrazia brasiliana ha retto a un tentativo di golpe. Sfruttando tutti gli strumenti a propria disposizione. Senza ricorrere alle armi, per intenderci. Una domanda, tuttavia, rimane inevasa: quel sentimento autoritario che, da tempo oramai, sta attraversando la società brasiliana, e non solo quella brasiliana, verrà sopito da questa decisione? Sì, no, forse. Una risposta, definitiva, arriverà dalla capacità collettiva di trovare un compromesso, nel nome della difesa di questa benedetta democrazia. Anche quando a molti può sembrare un inciampo o un ingombro. Una conquista, questa difesa, da ottenere giorno dopo giorno.
