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L'editoriale

La guerra che Trump rischia di ampliare

A oltre un mese dall’inizio dell’intervento militare di USA e Israele in Iran, quella che inizialmente era stata presentata come una guerra lampo, rischia di trasformarsi in un conflitto sempre più esteso e dalle conseguenze disastrose per l’intera economia mondiale
Osvaldo Migotto
31.03.2026 06:00

Stando a diversi media americani che citano fonti del Pentagono, gli Stati Uniti si preparerebbero a lanciare operazioni terrestri contro l’Iran. Donald Trump ha nuovamente accennato alla possibilità di impadronirsi di Kharg, la piccola isola sul fondo del golfo Persico che funge da terminale petrolifero per l’Iran. Nel corso di un’intervista concessa al Financial Times ha tra l’altro affermato: «Forse prenderemo Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni. Significa anche che dovremmo restare lì per un po’», ha detto l’inquilino della Casa Bianca. Il Wall Street Journal, dal canto suo, ha riferito, citando alcune fonti, che Trump sta valutando un’operazione militare per recuperare più di 450 chilogrammi di uranio in Iran. Una missione complessa e non priva di rischi che vedrebbe le forze americane operare all’interno del Paese. Il presidente USA non avrebbe ancora preso una decisione definitiva, ma non esclude questo tipo di intervento. Ieri intanto due funzionari americani hanno fatto sapere all’agenzia di stampa Reuters che migliaia di soldati dell’82. divisione aerea d’élite dell’esercito americano hanno iniziato ad arrivare in Medio Oriente. Forse si tratta solo di un modo per far pressione sulla dirigenza iraniana, la quale però non ha mostrato di farsi intimorire più di quel tanto dagli ultimatum lanciati in questi ultimi giorni da Trump ai vertici di Teheran. La notizia dell’arrivo delle forze terrestri USA in Medio Oriente, dunque, non sembra di quelle buone. Pertanto, a oltre un mese dall’inizio dell’intervento militare di USA e Israele in Iran, quella che inizialmente era stata presentata come una guerra lampo, rischia di trasformarsi in un conflitto sempre più esteso e dalle conseguenze disastrose per l’intera economia mondiale. È vero, nessuno in Occidente sta piangendo la morte degli alti dirigenti iraniani eliminati dagli aggressori, in quanto sono note le inaudite violenze usate dal regime islamico nei confronti di chi, nel Paese degli ayatollah, ha osato esprimere pubblicamente dissenso politico o sociale. Per non parlare dei gruppi terroristici foraggiati da Teheran che in passato e anche a tutt’oggi compiono sanguinosi attacchi all’estero.

Ma chi si illudeva di poter assistere a un rapido cambio di regime a Teheran imposto dall’azione militare israelo-americana, ha dovuto ricredersi. Non solo i bombardamenti dei «salvatori» del popolo iraniano sono iniziati quando ormai le guardie della rivoluzione avevano già spento nel sangue le proteste interne, ma poi sono stati gli stessi civili iraniani a finire sotto missili e altri sofisticati ordigni «intelligenti» lanciati da USA e Israele. Questa nuova guerra esplosa in Medio Oriente, e che ha via via coinvolto il Libano, i Paesi del Golfo persico alleati di Washington e lo Yemen, potrebbe causare danni ancora più gravi all’economia mondiale se le minacce di Trump di bombardare le strutture energetiche iraniane diventassero realtà. Teheran infatti, come prevedibile risposta, bloccherebbe lo stretto di Hormuz e prenderebbe ulteriormente di mira gli impianti petroliferi delle monarchie del Golfo. Intanto The Donald, col suo tradizionale modo d’agire ondivago, cerca di ridare ossigeno ai mercati con dichiarazioni tranquillizzanti ma allo stesso tempo fantasiose, come quella secondo cui dopo le ripetute uccisioni mirate di alti dirigenti iraniani, ora a Teheran vi sono nuovi leader più favorevoli al dialogo. Ma ormai anche negli Stati Uniti sono sempre di meno coloro che credono nel loro commander-in-chief. Un sondaggio dell’Università del Massachusetts Amherst, condotto fra il 20 e il 25 marzo, indica che il 62% degli americani non approva l’operato del presidente.

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