La guerra in Iran costa tantissimo agli americani: «Quasi 40 miliardi in più solo di carburante»

Più di 70 giorni di guerra per circa 30 miliardi di dollari, almeno stando ai conti di Washington. Ieri il Pentagono ha dichiarato che il costo totale del conflitto in Medio Oriente, scatenato da USA e Israele lo scorso 28 febbraio con i bombardamenti su Teheran, ammonta a 29 miliardi di dollari, una cifra superiore ai 25 miliardi di dollari stimati dal segretario della Difesa Pete Hegseth durante un audizione al Congresso, due settimane fa. Tuttavia, evidenzia tra gli altri la CNN, questa cifra sarebbe al ribasso – e pure di molto – dato che la guerra in Iran molto probabilmente arriverà a costare ai contribuenti statunitensi circa 1.000 miliardi di dollari, senza considerare l'aumento dei prezzo di diversi beni, carburante in primis, legati alla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Le spese di guerra e le mezze risposte
Ieri il Pentagono ha reso pubblica la richiesta di bilancio della difesa da 1.500 miliardi di dollari avanzata dal presidente Donald Trump per il 2027. Una cifra record, a cui potrebbero aggiungersi ulteririo 200 miliardi di dollari supplementari, secondo Politico. A titolo di paragone, lo scorso anno il tycoon aveva chiesto al Congresso un bilancio nazionale per la difesa di 892,6 miliardi di dollari (con una richiesta di 150 miliardi supplementari), arrivando a oltre 1.000 miliardi per la prima volta nella storia.
Jay Hurst, il responsabile del bilancio della Difesa, ha spiegato che i dati economici aggiornati comprendono la riparazione e la sostituzione delle attrezzature militari, oltre alle spese operative. I media americani già nelle scorse settimane avevano evidenziato in coro come la stima iniziale di 25 miliardi di dollari dichiarata da Heghseth fosse una cifra poco credibile, la quale non includeva, ad esempio, il costo della riparazione dei danni subiti dalle basi USA in Medio Oriente, colpite dai droni iraniani.
Linda Bilmes, esperta di politiche pubbliche presso la Harvard Kennedy School, ha previsto che il conflitto in Iran costerà ai contribuenti americani almeno 1.000 miliardi di dollari. Bilmes, in una analisi pubblicata ad aprile, ha suddiviso le spese in costi a breve termine e costi a medio-lungo termine. I costi a breve termine includono, ad esempio, missili, bombe, droni intercettori, mantenimento delle portaerei, mantenimento e retribuzione del personale, nonché l'attrezzatura militare persa o distrutta, come aerei da combattimento e droni. Giusto per farsi un'idea, un missile Tomahawk ha un valore di circa 3,6 milioni di dollari e in Medio Oriente ne sono stati lanciati più di mille. O ancora, il live-ticker della guerra in Iran, stima oltre 11 mila dollari al secondo, ovvero oltre 41 milioni di dollari all'ora mandati in fumo.
I costi a medio e lungo termine della guerra, invece, includono la riparazione delle infrastrutture nei prossimi 4-5 anni, il rifornimento delle scorte con sistemi d'arma tecnologicamente più avanzati e l'assistenza ai veterani, ovvero i 55 mila soldati statunitensi presenti nella regione che potrebbero rimanere feriti o contaminati da sostanze chimiche tipiche delle zone di guerra.
In due diverse audizioni a Capitol Hill, Hegseth ha sempre eluso le domande su quanti fondi oltre a quelli normalmente a bilancio del Pentagono sarebbero stati necessari per finanziare la guerra, evidenzia il New York Times. I democratici stanno palesando tutta la propria frustrazione di fronte ai pochissimi dettagli economici forniti su un conflitto che ha ormai raggiunto i 74 giorni. «State chiedendo un altro ingente stanziamento supplementare. E prima di poter stanziare ragionevolmente ulteriori fondi, dobbiamo scoprire come sono stati spesi i fondi già stanziati» ha contestato ieri il senatore democratico Jack Reed, citato da Politico.
Quando la senatrice democratica Patty Murray ha insistito affinché Hegseth fornisse una stima dei costi, questi ha eluso la domanda. «Qual è il costo per l'Iran di dotarsi di un'arma nucleare? E il fatto che il presidente abbia scelto di compiere una decisione storica e coraggiosa per affrontare tale eventualità, ha un costo», ha replicato il segretario alla Difesa citato dal NYT.
Il carovita, la tregua e le scorte militari
E poi c'è il tasto più dolente per le famiglie americane: l'aumento dei prezzi del carburante. Secondo il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti i prezzi del petrolio probabilmente rimarranno sopra i 100 dollari al barile anche nelle settimane a venire. Stando al servizio di monitoraggio della Watson School of International and Public Affairs il prezzo della benzina ha subito un aumento medio del 51%, arrivando a 4,504 dollari al gallone, mentre il diesel è schizzato a 5,644 dollari al gallone (+53,8%). Tradotto: oltre 38 miliardi di dollari che gli americani hanno speso in più per rinfornisi di carburante, equeivalenti a 292 dollari a famiglia.
Ad aprile i prezzi degli alimenti sono aumentati del 2,9% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. La Associated Press evidenzia come si tratti del tasso di inflazione annuo più elevato per questa categoria dall'agosto del 2023. Secondo l'indice dei prezzi al consumo del Dipartimento del Lavoro, pure ristoranti, catene di fast food e altri punti vendita di cibi pronti sono diventati più cari, portando il costo complessivo dei prodotti alimentari a un incremento del 3,2% su base annua. Secondo gli economisti della Purdue University dell'Indiana, Ken Foster e Bernhard Dalheimer, questo sarebbe solo l'inizio, visto che l'impatto reale della crisi energetica sui prodotti alimentari non si è ancora riflesso interamente sui prezzi del commercio al dettaglio USA. Il costo dei prodotti deperibili e refrigerati tende ad aumentare più rapidamente rispetto a quello dei prodotti confezionati. Il mese scorso, nelle città statunitensi, i consumatori hanno pagato il 6,5% in più per frutta e verdura fresca rispetto ad aprile 2025 e l'8,8% in più per la carne, evidenzia ancora il Dipartimento del Lavoro.
All'inizio di questo mese, la Casa Bianca ha comunicato al Congresso la fine delle ostilità con l'Iran, annunciando un cessate il fuoco. La cronaca di questi giorni, però, racconta di una tregua fragilissima e costantemente violata. Ieri i democratici - e pure qualche repubblicano - hanno sollevato dubbi sul costo delle continue operazioni militari in Medio Oriente e sulla reale durata del cessate il fuoco promosso dall’Amministrazione Trump. I democratici e un senatore repubblicano hanno respinto la fine delle ostilità prospettata da Washington, citando i combattimenti nello Stretto di Hormuz. Di più, i funzionari della Casa Bianca sono stati pure accusati di aver ripetutamente nascosto al Congresso informazioni cruciali sul conflitto. «Abbiamo ancora 15 mila soldati schierati in prima linea, più di 20 navi da guerra e un blocco navale attivo. In altre parole, non sembra che le ostilità siano finite», ha evidenziato la senatrice repubblicana Lisa Murkowski. Nelle scorse settimane pure la senatrice Susan Collins, anch'ella repubblicana, si è schierata contro la guerra, chiedendo ai vertici USA se durante la pianificazione dell'operazione militare, Trump avesse «previsto» che l'Iran potesse chiudere lo Stretto di Hormuz, bloccando la navigazione globale.
Il conflitto, inoltre, ha costretto Washington a inviare in fretta e furia bombe, missili e altro materiale bellico dai comandi in Asia e in Europa, dirottando pure le scorte destinate all’Ucraina verso il Medio Oriente. Una situazione che ha reso i comandi regionali meno preparati ad affrontare potenziali avversari come Russia e Cina, suscitando parecchi malumori nel Vecchio continente. Il generale John Daniel Caine, capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, ha cercato di placare i timori sulla carenza di scorte di armamenti: «Abbiamo munizioni a sufficienza per quello che ci è stato assegnato in questo momento». Pete Hegseth, dal canto suo, ha affermato di avere un «piano B»: durante un'audizione alla Camera ha parlato di un «riposizionamento delle risorse militari» nell'eventualità di un'escalation in Iran.
