USA verso il voto

«La radicalità di sinistra negli Stati Uniti è figlia dello scontento sociale»

Lo storico Marco Mariano: «È significativo che alcuni esponenti progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez abbiano accantonato parole d’ordine velleitarie»
Alexandiria Ocasio-Cortez. ©Angelina Katsanis
Dario Campione
21.08.2026 06:00

Marco Mariano, associato di Storia dell’America del Nord all’Università di Torino, analizza con il CdT i risultati dei candidati progressisti nelle primarie per il Congresso USA.

«La sinistra del Partito democratico è spesso identificata con i Democratic Socialists of America (DSA), le cui figure di riferimento a livello nazionale sono Alexandria Ocasio-Cortez e, anche se non ne fa parte formalmente, Bernie Sanders - dice Mariano - Ma non tutte le figure emergenti di cui molto si parla in questo periodo ne sono parte: non lo è, per esempio, Abdul El-Sayed, che in Michigan ha ottenuto una delle vittorie più importanti e più all’attenzione dei media. I DSA sono una organizzazione politica, attiva dentro e fuori il Partito democratico dai primi anni ’80, ma l’ondata di candidati progressisti è più ampia e assume forme diverse, a seconda dei contesti locali».

Ciò che emerge con chiarezza, al di là della provenienza dei singoli, è l’elemento della «polarizzazione della politica USA: la radicalità della proposta di una parte facilita, in qualche modo, la radicalità dell’altra», spiega Mariano.

Il quale sottolinea però altri fattori significativi. «Primo fra tutti, la perdita di credibilità di un establishment democratico a cui si contesta di non aver saputo fermare Donald Trump: penso a figure come Chuck Schumer, il leader dem in Senato. E ancora, lo scontento diffuso e la crescente critica verso politiche economiche neoliberali che la parte più centrista del Partito democratico ha spesso sostenuto in passato e che hanno prodotto disuguaglianze crescenti e quasi senza precedenti».

Da qui a novembre, resta l’incognita sulle possibilità dei candidati progressisti di vincere, dopo le primarie, anche le elezioni. Possibilità che, secondo il professor Mariano, «dipendono molto dalla performance a livello di governo locale e statale delle figure emerse in questi mesi, a partire dal sindaco di New York, Zohran Mamdani, la cui capacità di essere efficace e coerente con l’agenda e le promesse elettorali è, a mio avviso, un indicatore importante».

La sinistra democratica, insiste Mariano, «può diventare credibile a livello nazionale se trova una chiave pragmatica, focalizzata sulle questioni economiche e sociali. Le stesse che stanno a cuore a un elettorato non schierato in modo ideologico: la sanità, il Medicare for all, il contenimento dello strapotere dei grandi gruppi economici e finanziari, i diritti del lavoro. Se la sinistra democratica riuscirà a essere coerente ed efficace su questi temi, e contemporaneamente saprà mettere da parte alcuni eccessi - chiamiamoli woke per comodità - e certe parole d’ordine identitarie e velleitarie suonate inutilmente estremiste, allora gli spazi ci saranno.

Quindi, essere coerenti ed efficaci sulla giustizia sociale e sulla lotta alle disuguaglianze, con proposte concrete; e mettere da parte gli eccessi ideologici: «Non si apriranno praterie, ma una ricucitura tra l’ala sinistra e l’establishment del partito potrebbe esserci, cosa che permetterebbe di ottenere un risultato elettorale importante a midterm. Del resto, alcuni come Ocasio-Cortez lo stanno già facendo: affermare che “wokism 1.0 was crazy” significa prendere concretamente le distanze da certe esagerazioni retoriche del passato», conclude Mariano.

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