La Russia e la posizione dei Paesi emergenti
Donald Trump, per certi versi, era stato profetico. Ricordate il suo «America First»? Basta dipendere dai Paesi emergenti, sosteneva l’ex presidente. Gli Stati Uniti devono tornare al centro. La pandemia, allargando il campo, ha fornito un assist prezioso all’Unione Europea, riscopertasi fragile e – appunto – fortemente dipendente, in particolare dalla Cina, in termini di catene di approvvigionamento. Di qui il piano NextGenerationUE per una politica industriale più sovrana. La guerra in Ucraina, infine, ha dato un’ulteriore mazzata: l’energia è diventata un’arma, potente, nelle mani del Cremlino. Ora, per quanto la globalizzazione non sia considerata a rischio, all’orizzonte si profila uno scontro, anche filosofico, fra i Paesi cosiddetti sviluppati e quelli emergenti. Una sorta di «guerra tiepida», come è stata definita. Uno scontro con mille e più sfaccettature, che a detta di molti sarà dominato dal dualismo fra Cina e Stati Uniti.
Lavrov in Africa
L’accoglienza riservata in Africa al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha fatto scattare più di un campanello d’allarme in Occidente. Prima ancora, a fine giugno, dall’ultimo vertice dei BRICS è emerso, con forza, un certo apprezzamento per la Russia da parte di Brasile, Cina, India e Sudafrica. Nel suo intervento, Vladimir Putin ha denunciato le sanzioni economiche varate nei confronti di Mosca e chiesto, senza giri di parole, sostegno e unità. L’appoggio più forte, finora, è arrivato dal presidente cinese Xi Jinping. Il quale, è vero, non vuole guastare del tutto i rapporti con Washington sul fronte commerciale sebbene si sia rifiutato di assecondare le richieste dell’Occidente a livello di sanzioni e, ancora, abbia bacchettato l’America e il suo «espansionismo». Non solo, la Cina ha mostrato comprensione circa la narrazione russa: l’espansione della NATO, insomma, infastidisce anche Pechino.
Chiamatele strategie, chiamatela retorica. Fatto sta che a marzo Cina, India e Sudafrica – tre Paesi del blocco BRICS, quindi – si erano astenuti dal votare una risoluzione delle Nazioni Unite che condannava l’invasione russa dell’Ucraina. Solo il Brasile aveva votato a favore. Cina e India, d’altronde, hanno mantenuto una forte relazione militare con la Federazione Russa e, dopo la pioggia di sanzioni, sono diventati i primi acquirenti di petrolio russo. Facendo, fra l’altro, ottimi affari visti i prezzi (inferiori).
Sostegno, ma con riserve
Sostegno a Mosca, dunque. Ma con riserve. Dal vertice BRICS, per dire, era emersa anche la necessità di porre un freno all’inflazione e all’aumento dei prezzi di energia e generi alimentari. Problemi, questi, generati proprio dalla folle guerra orchestrata da Putin. Per tacere del blocco del grano, che ha provocato fortissime tensioni sociali in Africa, in Asia e nell’America Latina.
Il quadro, pare di capire, è complesso. Su un punto, però, i Paesi emergenti sono concordi: è necessario trovare una soluzione al conflitto, altrimenti che ne sarà dello sviluppo economico? Nel decennio 2011-2021, beh, i Paesi emergenti hanno rappresentato il 67% della crescita globale.
Più che all’unità, dunque, i Paesi emergenti cercano – banalmente – di rimanere in piedi e garantire un certo equilibrismo. Mantenendo posizioni apparentemente contrastanti, fra adulazioni alla Russia e accordi con l’Occidente. L’India, fra gli altri, ha aderito al piano indo-pacifico degli Stati Uniti per contrastare l’influenza della Cina nella regione. D’altro canto, però, si è rifiutata di accodarsi alla Casa Bianca nel condannare la guerra. Nelle intenzioni di Nuova Delhi, poi, il greggio russo acquistato dovrebbe tradursi in benzina, olio combustibile e cherosene da rivendere all’Europa.
Anche il Brasile ha mantenuto posizioni interlocutorie: si è opposto, ufficialmente, al conflitto in Ucraina ma, complici i fertilizzanti, non ha aderito alle sanzioni occidentali. Il settore agroalimentare è un pilastro dell’economia brasiliana e ha un forte ascendente sul discusso Jair Bolsonaro, fresco di ricandidatura alle presidenziali.
Il dualismo Cina-Stati Uniti
L’Occidente, dicevamo, si è riscoperto fortemente dipendente dai Paesi emergenti. Tant’è che, ora, attraverso il G7 si è impegnato a raccogliere fondi per finanziare nuove strutture, leggiamo, nell’Africa subsahariana. L’obiettivo, secondo gli esperti, è favorire una certa autonomia ma anche contrastare la Cina che per anni ha investito massicciamente in diverse nazioni in via di sviluppo, garantendosi un accesso senza precedenti alle materie prime. E, in seconda battuta, il controllo di infrastrutture chiave come i porti.
Tornando all’energia, invece, ha fatto molto discutere il viaggio di Joe Biden in Arabia Saudita nel tentativo di convincere il Paese ad aumentare la sua fornitura di petrolio, così da abbassare i prezzi della benzina alle pompe americane. Uno dei motivi, fra l’altro, per cui l’inquilino della Casa Bianca è crollato nei sondaggi. Nel fare ciò, è stato sottolineato, Biden ha tradito i proclami di inizio mandato, quando affermò di voler trasformare il regno saudita in un paria internazionale in seguito alla pubblicazione del rapporto CIA, che accusava apertamente il principe ereditario Mohammed bin Salman (quello dei progetti mastodontici che assomigliano a capricci) di aver favorito se non addirittura sponsorizzato l’omicidio del giornalista e oppositore saudita-americano Jamal Khashoggi.
A dominare, concludendo, sarà proprio il dualismo fra Cina e Stati Uniti. Con i singoli Paesi che si posizioneranno di conseguenza, assecondando i propri interessi. Ma tenendo bene a mente che, parafrasando Buffon, due feriti sono meglio di un morto: guai, insomma, a scontentare l’uno o l’altro.


