L’europa è fragile fra guerra e sanzioni

L’Occidente prosegue con la campagna mediatica riguardo ad un imminente fallimento della Russia. Dopo il declassamento della settimana scorsa da parte delle principali agenzie di rating americane, mercoledì Fitch ha ulteriormente abbassato il giudizio sulla qualità del debito russo. Ora è nella classe «C», praticamente in default. Si teme che la Russia non sia in grado di ripagare i suoi debiti ai creditori internazionali. Questo non per mancanza di denaro, ma perché circa metà dei suoi 640 miliardi di dollari di riserve (che coprirebbero benissimo il debito estero totale di 480 miliardi) è congelata dalle sanzioni occidentali.
I blocchi ai movimenti di capitale, da una parte e dall’altra del fronte, fanno temere inoltre che i rimborsi, se effettuati, non raggiungano comunque i creditori. La Russia ha un debito pubblico bassissimo, pari al 17% del PIL, e un debito estero pari al 25%. In circolazione ha 49 miliardi in titoli di Stato e societari in dollari e in euro. Apparentemente si guarda con apprensione alle prossime scadenze per il rimborso di interessi e obbligazioni agli investitori (16 marzo e 4 aprile, per oltre 2 miliardi di dollari). Ma dopo il chiaro no della Germania e dell’UE allo stop dell’energia russa, e dopo l’ostracismo de facto della Russia dai mercati finanziari internazionali, a chi potrebbe interessare l’attivazione del default tecnico?
Infatti i big della finanza americana non si preoccupano affatto di un fallimento russo. Goldman Sachs e JP Morgan, tra le maggiori banche d’investimento, hanno approfittato del crollo sul mercato russo per fare incetta di titoli azionari e obbligazionari. JP Morgan il 4 marzo ha pure rilasciato una nota per gli investitori istituzionali suggerendo di comprare i bond un colosso energetico russo come Lukoil, nonché di Novolipetsk Steel e MMK, attive nell’acciaio. Società «con molto potenziale» e naturalmente a prezzi super scontati dopo il recente crollo dei titoli russi. Intanto è passata più in sordina la notizia che Gazprom, il gigante russo dell’energia controllato dallo Stato, lunedì ha pienamente saldato il suo debito in scadenza di 1,3 miliardi di dollari ai creditori stranieri.
E di cosa bisogna preoccuparsi allora? Sicuramente dei cosiddetti effetti «secondari» delle sanzioni imposte, che in Europa tanto secondari non sono. Sette banche russe sono state escluse dal sistema dei pagamenti SWIFT; non però Gazprombank, legata a doppio filo con le forniture energetiche e Sberbank, verso cui l’esposizione dei Paesi occidentali è troppo alta. Le discussioni sui blocchi alle forniture energetiche, al momento implementati in modo poco incisivo negli Stati Uniti e impensabili in Europa, hanno però avuto il merito di spingere ulteriormente il prezzo del metano, che è arrivato a superare i 220 euro al megawattora (oggi segna il +60% dal 21 febbraio). Da notare che lo spread rispetto al prezzo americano, con gli USA che sono esportatori netti, è più che triplicato in pochi giorni. Il petrolio viaggia oltre i 100 dollari al barile, quasi il doppio rispetto a un anno fa. Picchi nel prezzo del greggio del 50% aumentano significativamente il rischio di recessione, mentre quando il costo dell’energia sul PIL arriva al 7% scatta la recessione. Ora i Paesi UE sono al 5%. Intanto il prezzo del grano, con la Russia terzo produttore mondiale e l’Ucraina decimo, è quasi raddoppiato. Le importazioni europee dipendono per due terzi da questi due Paesi. Senza dimenticare che a inizio febbraio la Russia aveva disposto due mesi di blocco alle esportazioni di nitrato di ammonio cioè l’ingrediente di base dei fertilizzanti. È una ricetta sicura per ulteriore inflazione alimentare, in un momento in cui si prevedono pure problemi per gli approvvigionamenti di metalli e materie prime come acciaio, nichel, zucchero, oli vegetali, burro.
In tutto ciò la spaccatura dell’Occidente rischia di farsi sempre più acuta. Gli Stati Uniti appoggiano sanzioni contro la Russia alquanto ipocrite mentre si fregano le mani per il gas che riusciranno a vendere agli alleati. L’Europa, come ha scritto l’economista Wolfgang Münchau su Eurointelligence, aderisce alle sanzioni «guardando alla guerra da una distanza di sicurezza, in stanze ben riscaldate dal gas russo», mentre si illude di smarcarsi in fretta dalle forniture di Mosca. E intanto, con l’inflazione a livelli record, le banche centrali stanno alla finestra sperando che il disastro non peggiori, come confermato giovedì dalle parole della presidente della BCE Christine Lagarde. Questa non è una crisi finanziaria, che si risolve drogando i mercati di liquidità come accaduto negli ultimi dieci anni. Né il gas né tanto meno il grano si possono stampare. L’Europa ha un urgente bisogno di svegliarsi e di pensare in autonomia. Oltre alla gente che muore sotto le bombe e alla gestione delle ondate di profughi (problemi che gli USA non vedranno neppure), le aziende sono messe sotto pressione dai costi troppo alti (passa in sordina pure l’ondata di chiusure nei settori industriali legati al gas). E tra poco ci saranno i cittadini di cui occuparsi. Quelli che per arrivare a fine mese dovranno scegliere se stringere la cintura o farsi tagliare luce e riscaldamento. Dinamiche che percepirà anche la Svizzera.


