L'Iran attacca ma a Dubai scatta la censura, anche sui social

Gli Emirati Arabi Uniti sono, in assoluto, il Paese più colpito dagli attacchi iraniani fra quelli non coinvolti direttamente nel conflitto. Per dire: dall'inizio della guerra, lo scorso 28 febbraio, Teheran ha lanciato centinaia di droni e missili contro Abu Dhabi e Dubai. Le prime testimonianze, fra cui quella del ticinese Matteo Boffa, sono state accompagnate da un'insolita trasparenza, come scrive il quotidiano israeliano Haaretz, da parte delle autorità: dati dettagliati e specifici su quanto accaduto e su quanti detriti, nonostante l'incessante opera della contraerea, avessero raggiunto il terreno e le infrastrutture civili. Con il passare dei combattimenti e l'aumento degli attacchi, le dichiarazioni ufficiali sono diventate vaghe. Anzi, sempre più vaghe.
Qualche numero
Durante il primo giorno di guerra, il Ministero della Difesa emiratino ha riferito che dei 137 missili balistici lanciati dall'Iran 132 sono stati intercettati mentre cinque erano caduti in mare. Al contempo, spmp stati lanciati 209 droni, di cui 195 intercettati e 14 precipitati in acque territoriali iraniane. I dati relativi a lanci, intercettazioni ed eventuali danni causati dai detriti, come detto, per giorni sono stati comunicati con regolarità e, appunto, trasparenza, anche quando le difese degli Emirati Arabi Uniti hanno ceduto. Al 10 marzo, Abu Dhabi ha intercettato 241 dei 262 missili e 1.385 dei 1.475 droni lanciati da Teheran. Poi, qualcosa è cambiato. Come sottolinea Haaretz, gli Emirati Arabi Uniti non hanno più parlato di intercettazioni ma di minacce «ingaggiate». Un cambiamento registrato sia sui profili social in lingua inglese sia in lingua araba. Detto in altri termini, le autorità del Paese hanno omesso eventuali, mancate intercettazioni e, soprattutto, danni legati agli impatti.
La confusione dei traduttori
Il cambiamento, ribadisce Haaretz, è passato (quasi) inosservato per via dei servizi automatici di traduzione, spinti dall'intelligenza artificiale, che spesso traducono l'inglese engaged con intercettato. Non solo, il cambiamento è coinciso con pesanti perforazioni delle difese emiratine da parte dell'Iran. Lo scorso 16 marzo, Teheran ha colpito un'area industriale e un deposito di petrolio a Fujairah, oltre al «solito» aeroporto internazionale di Dubai. Ufficialmente, la contraerea quel giorno ha «ingaggiato» sei missili balistici e ventuno droni.
Gli arresti
Il controllo del flusso di informazioni si è esteso a cittadini e residenti che condividono, sui social, i filmati degli attacchi o i dettagli dei danni. Già il 6 marzo, per intenderci, il Pubblico ministero ha invitato (eufemismo) a non «fotografare, pubblicare o condividere immagini e video che documentino i luoghi degli incidenti o i danni causati dalla caduta di munizioni o schegge». La diffusione di tale materiale, ha aggiunto il Pubblico ministero, potrebbe «provocare il panico tra la popolazione e creare una falsa impressione della reale situazione nel Paese», oltre a esporre i responsabili ad azioni legali.
Testimonianze parlano di una presenza, maggiore, della Polizia e di conseguenti arresti. Abu Dhabi, venerdì, ha ammesso che 109 persone di varie nazionalità sono state fermate per aver filmato e condiviso sui social gli attacchi iraniani. I fermi sono stati motivati dal fatto che, agli occhi delle autorità, queste persone stavano incitando «l'opinione pubblica» e diffondendo «voci infondate». Si spiega anche così, probabilmente, la moltitudine di post e reel in cui molti influencer residenti a Dubai sembrano desiderosi di far vedere che, in realtà, la vita negli Emirati scorre normalmente. Nonosante i droni. E i missili.
