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Il caso

Ma quale «tacchino», chiamatela Türkiye

Erdogan ha preteso e ottenuto che il Paese, all'ONU, non venga più chiamato con la denominazione anglicizzata
Marcello Pelizzari
03.06.2022 10:31

Addio, Turchia. E benvenuta Türkiye. Questo il «nuovo» nome del Paese alle Nazioni Unite. La mossa, firmata Reçep Tayyip Erdogan, sulle prime può sembrare strana se non addirittura insignificante. Invece, segue una logica precisa: far sì che il resto del mondo utilizzi la denominazione in lingua turca. 

Il resto del mondo e, leggiamo, gli stessi cittadini turchi. Abituatisi, oramai, ad adoperare la versione anglicizzata – Turkey – che tuttavia secondo i puristi si trascinerebbe appresso alcune connotazioni negative. Legate, manco a dirlo, agli altri significati di turkey in inglese: tacchino, nel senso dell’animale; pollo, nel senso di una persona da spennare; fiasco, insuccesso o ancora fallimento. 

Oltre i confini

Erdogan aveva avviato il cambiamento in seno all’ONU lo scorso inverno. Un tentativo, secondo gli esperti, di mostrare all’opinione pubblica in Turchia e ai tanti, tantissimi turchi che vivono in Occidente che lui, il Sultano, può affermare e riaffermare la propria volontà oltre i confini geografici e politici della nazione. Un tentativo, altresì, di recuperare terreno dal momento che la popolarità di Erdogan, dopo la rielezione nel 2018, è crollata. A maggior ragione dopo l’impennata dei prezzi dei generi alimentari e la discesa verticale della lira turca. Ahia.

Insomma, così facendo il leader di Ankara si è posto come protettore e garante del popolo turco. Della serie: pretendiamo rispetto e quel rispetto passa anche dal nome.

La grandeur ottomana

Erdogan, d’altronde, ha costruito la sua carriera politica facendo leva sulla grandeur ottomana. Parallelamente, ha cercato e sta cercando di ampliare la sfera di influenza della Turchia sia in termini economici sia sul fronte militare. Anche lo sforzo di mediare fra Putin e Zelensky, nell’ambito del conflitto ucraino, va letto in quest’ottica.

Detto delle aspirazioni, il Sultano oggi si ritrova con un Paese carico di problemi economici e, di nuovo, con un’opposizione politica rinvigorita in vista delle elezioni del 2023.

In generale, a quasi cento anni dalla fondazione della Repubblica la Turchia rimane in precario equilibrio. Da una parte la visione fortemente conservatrice di Erdogan, che piace a una larga fetta di musulmani; dall’altra i valori laici tramandati da Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Repubblica.

La modifica del nome, alle Nazioni Unite, è stata ufficialmente richiesta tramite una lettera del ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu. Secondo quanto riferito da un portavoce dell’ONU, il cambio è diventato effettivo non appena la missiva è arrivata a palazzo, il 1. giugno.

Come la Persia

Erdogan, ha spiegato il New York Times, da anni mostrava sempre più insofferenza verso il nome anglicizzato. Nel 2019, ad esempio, mentre presentava dei prototipi di auto elettrica disse che il consueto «Made in Turkey» avrebbe dovuto lasciare spazio allo sciovinistico «Made in Türkiye». Più ficcante, ai suoi occhi.

A distanza di due anni, Erdogan ha pure pubblicato un memorandum nel quale ha ribadito che Türkiye, come nome, rappresentava al meglio la cultura e la storia del Paese e, soprattutto, che sarebbe dovuto diventare lo standard a livello internazionale.

TRT World, emittente statale turca, ha sostenuto la mossa di Erdogan tracciando addirittura un parallelismo con la Persia che, nel 1935, cambiò il suo nome in Iran chiedendo alla comunità internazionale di adeguarsi. Quella sostituzione, a detta di TRT, «rifletteva la volontà di un Paese di prendere in mano il proprio destino». Fu lo scià Reza Pahlavi ad agire in tal senso, nonostante in molti temessero che la decisione avrebbe separato la nazione dalla sua storia. Alla fine, nel 1959 fu specificato che Persia e Iran erano denominazioni interscambiabili e di uguale rilevanza.

Nell’articolo in questione, beh, è stato pure ribadito l’ovvio. Ovvero che turkey, in inglese, può significare anche tacchino. E chissà, forse a Erdogan non piaceva il paragone con il famoso uccello, portata principale a tavola durante il Giorno del Ringraziamento. Un’americanata, già.