Il punto

Matteo Messina Denaro, il tesoro di ù Siccu esce dall'ombra: ecco le ricchezze del superboss

Schermi sovrapposti, flussi difficili da tracciare, un'architettura disegnata per non farsi vedere fra energie rinnovabili, supermercati, arte e beni culturali
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Red. Online
28.05.2026 11:00

«Se vuoi nascondere un albero, piantalo nella foresta». Lo scriveva Matteo Messina Denaro nei suoi diari, e per anni quella frase è stata letta come una dichiarazione di metodo. Oggi quel metodo comincia a essere smontato pezzo per pezzo.

I fatti, per cominciare. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha arrestato tre persone per impiego di denaro di provenienza illecita aggravato dall'agevolazione mafiosa. Sotto sequestro beni, società e disponibilità finanziarie per oltre 200 milioni di euro. L'operazione, coordinata dal procuratore capo Maurizio de Lucia e dall'aggiunto Vito Di Giorgio, si è mossa in parallelo in Italia, Andorra, Gibilterra, isole Cayman, Lussemburgo, Svizzera, Libano, Principato di Monaco e Spagna, con un fuoco particolare su Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banùs. Al centro, un sistema di reimpiego di capitali accumulati con il narcotraffico dagli anni Ottanta, sotto l'egida di Cosa nostra trapanese e nell'interesse diretto del capomafia morto il 25 settembre 2023 dopo trent'anni di latitanza.

Il canale, secondo gli inquirenti, sono società costituite in giurisdizioni offshore. Schermi sovrapposti, flussi difficili da tracciare, un patrimonio cresciuto per decenni dentro un'architettura disegnata per non farsi vedere.

La pista elvetica, già scritta

La Svizzera non entra nell'inchiesta per caso. Lo stesso de Lucia, in una vecchia intervista al Corriere del Ticino, aveva detto la sua senza giri: «È una delle nostre ipotesi da verificare. Abbiamo una serie di elementi che ci portano a ritenere che Messina Denaro e gli uomini a lui vicini, che sono stati a lungo sul territorio elvetico, ci siano stati proprio — come dire — per curare una serie di investimenti in quel territorio». L'ipotesi, oggi, ha un perimetro investigativo e una cifra: duecento milioni.

La foresta, vista da vicino

Detto questo, l'operazione si incastra con la ricostruzione che Lirio Abbate ha firmato per Repubblica, in cui la mappa del tesoro non porta a bunker o caveau, ma a una geografia diffusa: Verona e Londra, Belfast e Dublino, Toscana, Cipro, Malta. Energie rinnovabili, supermercati, beni culturali, reperti archeologici, società schermate, capitali disseminati nell'economia legale.

L'eolico, innanzitutto. Una pista che gli investigatori avevano da tempo collegato all'imprenditore Vito Nicastri, morto nel luglio 2024 e assolto in appello nel dicembre 2023 dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Lui le accuse le ha sempre respinte. Resta però la traccia documentata dei novanta milioni di euro di finanziamenti pubblici bloccati nel 2011 dalle quattro interdittive antimafia firmate dal prefetto di Verona Perla Stancari contro società riconducibili al gruppo. Per gli inquirenti, il denaro saliva dalla Sicilia, attraversava Toscana e Veneto e si disperdeva verso Irlanda, Belfast, Londra. E spiega perché le foto del 20 maggio 2006 — ù Siccu davanti all'Arena di Verona, rilassato, quaranta giorni dopo l'arresto di Bernardo Provenzano — non siano più soltanto un dettaglio biografico.

Poi la grande distribuzione. Giuseppe Grigoli, indicato come uno dei principali prestanome, aveva costruito in Sicilia un impero di supermercati poi confiscato. Abbate ne dà la lettura: non ricchezza, ma strumento. Servivano a ripulire denaro, a trasformarlo in capitale legale, a produrre nello stesso tempo consenso. Posti di lavoro, assunzioni, credito, dipendenza. Un welfare mafioso che si sostituiva in tutto e per tutto allo Stato.

E ancora il capitolo arte. Una rete internazionale di traffico di reperti archeologici e opere d'arte tra Selinunte, la Svizzera, gli Stati Uniti e l'Inghilterra. Le ricostruzioni collocano, attorno al boss, perfino un progetto, poi fallito, per rubare il Satiro danzante di Mazara del Vallo. Logica spiegata da Abbate in una riga: un reperto vale quanto un conto estero. Invisibile, trasferibile, poco tracciabile.

La rete familiare

Sul piano dei rapporti, la famiglia Guttadauro di Bagheria resta il nodo. Borghesia collusa, investimenti, professionisti — medici, avvocati, magistrati tra i parenti — e un legame parentale diretto: una sorella del boss sposata con Filippo Guttadauro. Gli investigatori, scrive Abbate, parlano di «proiezioni economiche al di fuori del contesto siciliano», dal Lazio alla Toscana fino al nord. Una mafia che ragiona da holding.

Nei diari emerge anche la nipote Lorenza Guttadauro, avvocato, indicata da ù Siccu come incaricata del funerale e delle ultime volontà: «Sono stato io ad investirla di questa autorità», scrive il primo giugno 2014, in piena latitanza. Diventerà sua difensore di fiducia solo dopo l'arresto. Dopo la morte del boss lascia la Sicilia per Roma, in un ufficio che dipende dal Ministero dell'Istruzione.

Sull'altro versante, la figlia Lorenza Alagna, nata nel 1996, cresciuta lontana dal padre, lo incontra solo dopo l'arresto e sceglie di prendere ufficialmente il cognome Messina Denaro.

Che cosa resta da capire

L'operazione di oggi mette un primo numero accanto a una mappa che finora era soltanto narrativa: duecento milioni, otto giurisdizioni, tre arresti. Resta da capire dove si fermano i confini della rete offshore ricostruita dalla DDA e quanto, di quella foresta piantata per nascondere l'albero, sia davvero stato attraversato. Tra i diari di ù Siccu c'è un penny incollato nell'ultima pagina. Una moneta lasciata lì, senza spiegazione.

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