Migliaia di morti in Iran, ma la gente ora «non ha più paura»

Non si placano gli scontri in Iran, mentre il mondo attende una mossa da parte degli Stati Uniti e la gente continua a morire sotto i colpi delle forze di sicurezza della Repubblica islamica. L'organizzazione Human Rights Activists News Agency (HRANA) quest’oggi ha fatto sapere alla Reuters di aver accertato 2.571 decessi da quando sono esplose le proteste nel Paese mediorientale, inizialmente spinte dal carovita e poi sfociate in un’azione per abbattere il Governo repressivo degli ayatollah. Tra le vittime accertate, 2.403 sono manifestanti, 147 persone affiliate al Regime, 12 minorenni e 9 civili non partecipanti alle manifestazioni. Questi numeri, tuttavia, sono provvisori e si teme un bilancio decisamente più pesante. Il blocco di Internet e dei telefoni, sta rendendo molto complicato il lavoro di giornalisti e il monitoraggio degli attivisti dei diritti umani, nonostante l’utilizzo del sistema satellitare Starlink di SpaceX e una una parziale riattivazione delle linee telefoniche.
Evidentemente, la situazione è drammatica e con il passare delle ore si aggiungono nuovi cadaveri alla carneficina ordinata da Teheran. Ieri Iran International, media di opposizione con sede a Londra, ha riferito di almeno 12 mila persone uccise, molte delle quali sotto i 30 anni, parlando del «più grande massacro nella storia contemporanea dell'Iran».
Come detto, alcuni video e racconti in questi giorni stanno filtrando verso il mondo esterno, mostrando come il governo stia conducendo una delle più sanguinose repressioni dei disordini degli ultimi dieci anni.
Le testimonianze più importanti, in queste ore, giungono dagli ospedali in grande difficoltà. Il personale sanitario sta lanciando appelli per ottenere forniture mediche e personale, soprattutto neurochirurghi e oftalmologi, visto il gran numero di ferite alla testa. I medici parlano di persone colpite indiscriminatamente pure con armi automatiche.
Un oculista di Teheran - riporta il Guardian - ha documentato più di 400 ferite agli occhi causate da colpi d'arma da fuoco in un singolo ospedale. Tre medici hanno descritto al quotidiano britannico la situazione al limite nei vari reparti sovraffollati dai manifestanti. Il personale sanitario ha fatto sapere che la maggior parte delle ferite interessa principalmente gli occhi e la testa dei dimostranti, colpiti con fucili che sparano «pallini di piombo». Una tattica che, secondo i gruppi per i diritti umani, le autorità hanno già usato contro i manifestanti durante le proteste al grido «Donna, Vita, Libertà», in seguito all'uccisione di Mahsa Amini per mano della polizia morale, nel 2022. Secondo un medico interpellato ancora dal Guardian, la sanguinosa strategia è chiara: chi si mette contro il governo deve essere punito con la perdita della vista. Molti dei pazienti, racconta, hanno dovuto «subire l'asportazione degli occhi, rimanendo ciechi».
I medici in Iran sospettano che il bilancio delle vittime, sebbene già scioccante, sia molto più elevato di quanto constatato finora dalle varie ONG: «È come nei film di guerra, in cui si vedono i soldati feriti curati direttamente sul campo. Non abbiamo sangue, non abbiamo abbastanza forniture mediche. È come una zona di guerra», ha spiegato il dottore.
Il portavoce dell’associazione Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights ha invece fatto sapere che gli agenti del Regime «anche quando utilizzano armi “non letali”, prendono deliberatamente di mira gli organi vitali, trasformando questi strumenti in armi di mutilazione, in grado di causare disabilità permanenti, per terrorizzare i manifestanti». Nelle scorse ore ha suscitato orrore uno dei video filtrati attraverso il blocco di Internet, in cui si vedono circa 180 sacchi per cadaveri in un obitorio di Kahrizak, mentre gli iraniani all’estero da giorni non riescono a comunicare con le proprie famiglie (un nostro contatto, una rifugiata politica in Svizzera, appartenente alla comunità iraniana in Ticino, fa sapere al CdT che da 6 giorni non ha notizie dei suoi parenti).
La portata della repressione è talmente palese, che il governo, diversamente dalle proteste degli scorsi anni, ha deciso di non nascondere le numerose vittime, cercando però di farle passare per «terroristi» al soldo degli USA e di Israele, oppure dando importanza solamente ai membri delle forze di sicurezza deceduti nel tentativo di sedare la rivolta.
Un manifestante, citato dal New York Times, è riuscito a comunicare per pochi minuti con il mondo esterno grazie a Starlink, il servizio messo a disposizione dal miliardario Elon Musk. L’uomo ha descritto la situazione come «un bagno di sangue», ma nonostante ciò, i dimostranti continuano a scendere nelle piazze sostenendo Reza Pahlavi, figlio in esilio dello scià deposto nella rivoluzione del 1979, quella che diede inizio alla repressiva Repubblica islamica. Pahlavi, in una intervista a Fox News, ha ribadito l'importanza del sostegno americano: «Non gettateci sotto l'autobus cercando di negoziare o di placare un regime che per 47 anni ha brutalizzato la nostra Nazione».
Il presidente USA Donald Trump ieri ha chiesto al popolo iraniano di continuare la battaglia, affermando che presto arriveranno gli aiuti americani. Presumibilmente non riferendosi a sostegni umanitari, ma piuttosto ad azioni militari o attacchi informatici. Interrogato sulle presunte esecuzioni sommarie di manifestanti (chi protesta è considerato un «nemico di Dio», un reato che prevede la pena di morte), il tycoon ha affermato che gli Stati Uniti prenderanno «misure molto severe se (le autorità iraniane, ndr) dovessero fare una cosa del genere». Mentre Trump valuta le opzioni proposte dal Pentagono, il mondo intero, Svizzera compresa, chiede al Governo iraniano di fermare l'ondata di violenza contro chi protesta. Anche se ora, evidenzia un manifestante al NYT, «la gente non ha più paura».
