Proteste

Niente Internet e telefoni per silenziare il massacro dei civili iraniani

I morti confermati tra i manifestanti in Iran sono oltre 500, gli arresti superano quota 10 mila - Gli USA valutano diverse opzioni, tra cui l'intervento militare - Una iraniana in Ticino: «Non sento la mia famiglia da 4 giorni»
Michele Montanari
12.01.2026 16:41

Il blocco di Internet e delle linee telefoniche interne sta silenziando quella che, con il passare delle ore, assume sempre più i contorni di una strage di civili. È molto difficile capire quale sia la effettiva portata della violenta repressione attuata dal Regime di Teheran contro i manifestanti. Certamente, nel Paese mediorientale si sta consumando un massacro. L’organizzazione umanitaria Human Rights Activist News Agency (HRANA) riferisce di 544 morti confermati e altre decine di casi in fase di analisi. Il bilancio potrebbe essere dunque molto peggiore.

La maggior parte degli iraniani non ha accesso alla Rete e persino al telefono, dopo che giovedì scorso le autorità hanno imposto una chiusura totale dei servizi di comunicazione. Alcuni video sono stati diffusi sui social media grazie a Starlink, il sistema satellitare di SpaceX, mentre altri sono arrivati sul web perché chi li ha girati è uscito dal Paese.

Gli iraniani, tuttavia, stanno facendo molta fatica a rimanere in contatto tra di loro e, soprattutto, con il mondo esterno. Una situazione che rende molto complicato il lavoro dei giornalisti. Daria (il suo vero nome è noto alla redazione), rifugiata politica in Svizzera, appartenente alla comunità iraniana in Ticino, fa sapere al CdT che da 4 giorni non riesce a contattare i suoi famigliari in Iran. È molto preoccupata, perché quel poco che filtra all’estero è spaventoso: «Voi giornalisti dovete essere la voce del popolo iraniano», è il suo appello.

«Mai vista una cosa del genere»

La CNN, nelle scorse ore, è riuscita a mettersi in contatto con alcune persone in Iran, per il breve periodo in cui è stato possibile utilizzare le linee telefoniche. I testimoni oculari hanno descritto violenze contro i manifestanti, nonché scene «caotiche» negli ospedali.

Amir Rashidi, direttore dei diritti digitali e della sicurezza presso l'organizzazione per i diritti umani Miaan Group, ha dichiarato all’emittente statunitense di «non aver mai visto una cosa del genere» prima d'ora: «Non si tratta più di un blocco di Internet. Stanno bloccando ogni singolo canale di comunicazione: telefoni cellulari, telefoni fissi, messaggi di testo».  E ha aggiunto: «Il 2019 è stato il peggior blocco di internet che abbiamo mai visto... ma la rete locale funzionava, quella nazionale funzionava. In ogni altro blocco che hanno fatto, la rete nazionale funzionava, i messaggi di testo funzionavano, le telefonate funzionavano».

I filmati verificati dai media internazionali sono spaventosi. In particolare uno, girato presso la Legal Medicine Organization di Kahrizak, che mostra numerosi cadaveri ammassati all’interno della struttura di medicina legale. Nel filmato si vedono le famiglie impegnate a identificare i corpi dei loro cari. La BBC ne ha contati almeno 180.

(ATTENZIONE: LE IMMAGINI CHE SEGUONO NON SONO ADATTE A UN PUBBLICO IMPRESSIONABILE)

Secondo gli ultimi dati aggregati e verificati di HRANA, le proteste si sono svolte in 585 località in tutto il Paese, tra cui 186 città in tutte le 31 province iraniane. Ad oggi sono stati uccisi 47 membri delle forze militari e delle forze dell'ordine, un pubblico ministero, 483 manifestanti, 8 minorenni e 5 civili che non stavano partecipando alle proteste.

Oltre ai 544 morti confermati, la ONG fa sapere di aver ricevuto altre 579 segnalazioni di decessi, le cui cause sono ancora in fase di accertamento. Per quanto riguarda gli arresti, il numero di detenuti confermati finora ha raggiunto quota 10.681 persone. Inoltre, 96 casi di confessioni forzate da parte di detenuti sono stati trasmessi dai media statali o da organi di informazione vicini al governo.

Gli ospedali hanno bisogno di aiuto

In un file audio inviatoci da Daria, un medico di Shiraz chiede disperatamente aiuto: «Non possiamo effettuare telefonate, avvisate i media, abbiamo bisogno di chirurghi, neurochirurghi, oftalmologi e ortopedici. Sono arrivati 20 pazienti, c’è gente con ferite da fucile alla testa. Non possiamo fare niente per loro, gli ospedali hanno bisogno di aiuto».

Daria traduce per noi la testimonianza di una donna, la quale cerca con difficoltà di raccontare quello che sta succedendo nel suo Paese: «Da dove dovrei cominciare? Dovrei parlare del coraggio del nostro popolo, della loro eroica resistenza, oppure del marciume e della vigliaccheria di queste forze di repressione? Come posso raccontarti come, con proiettili di gomma, proiettili veri, gas lacrimogeni, bombe stordenti e qualsiasi altra arma tu possa immaginare, stanno massacrando la gente a colpi di arma da fuoco o di manganelli?».

E ancora: «Dopo che Reza Pahlavi ha lanciato un appello, la gente ha ritrovato la speranza di potersi liberare e di essere salvata. Persone di ogni età — anziani, giovani e persino bambini — sono scese in strada con un’unica speranza: che questa volta l’Iran sia finalmente libero, e che sia l’ultima volta. Ho chiesto a una donna anziana: “Perché sei venuta? Se il regime attacca, tu non puoi scappare, potresti cadere e venire calpestata”. Con gli occhi pieni di lacrime mi ha risposto: “Da cosa dovrei scappare? Sono venuta per sacrificarmi per quei giovani. Che un proiettile colpisca me, ma non loro”».

La donna poi racconta di una madre, scesa in strada con suo figlio. Una madre disposta al sacrificio: «Se dobbiamo morire qui, per la libertà del nostro Paese, moriremo con dignità e onore». Stando ai racconti, il popolo iraniano è unito, con «le persone rimaste in strada», nonostante le violenze delle autorità. «Si aiutano a vicenda, soccorrono i feriti». La richiesta di chi riesce a contattare i conoscenti all’estero è unanime, «portate la nostra voce al mondo, perché altrimenti, uno dopo l’altro, il popolo iraniano verrà massacrato».

Un fattore chiave nella mobilitazione di massa degli ultimi quattro giorni è stato l'appello di Reza Pahlavi, figlio in esilio dello scià deposto nella rivoluzione del 1979, la quale diede inizio alla Repubblica Islamica. In diversi video delle proteste si possono udire cori a sostegno di Pahlavi.

Un manifestante che inneggia a Reza Pahlavi.
Un manifestante che inneggia a Reza Pahlavi.

Le opzioni degli Stati Uniti

La polveriera in Iran è sul punto di esplodere, ammesso che non sia già deflagrata irrimediabilmente. Gli Stati Uniti, proprio in queste ore, stanno valutando un intervento, che potrebbe essere di natura militare. Donald Trump ha fatto sapere che i leader iraniani lo hanno contattato per negoziare, ma ha pure aggiunto che gli USA «potrebbero dover agire prima di un incontro».

Le opzioni sul tavolo americano non sono solo militari. Secondo il Wall Street Journal, altri approcci potrebbero includere il potenziamento di Internet per le fonti antigovernative, attacchi informatici contro l'esercito iraniano o l'imposizione di ulteriori sanzioni contro il Regime.

I  dimostranti, inizialmente scesi nelle piazze a causa dell'inflazione alle stelle, ora chiedono la fine del governo guidato dall'ayatollah Ali Khamenei. Ieri il procuratore generale dell'Iran ha affermato che chiunque protesti sarà considerato un «nemico di Dio», un reato che prevede la pena di morte, mentre lo stesso Khamenei ha definito i manifestanti come un «gruppo di terroristi» che cercano di «compiacere» Trump.

Alla domanda dei giornalisti che viaggiavano con lui sull'Air Force One, il tycoon ha fatto intendere che i leader iraniani potrebbero aver oltrepassato una linea rossa: «Sembra che siano state uccise alcune persone che non avrebbero dovuto essere uccise», ha commentato il capo della Casa Bianca. Senza entrare nei dettagli, Trump ha dichiarato: «Stiamo valutando la cosa molto seriamente, anche l'esercito ci sta pensando. E ci sono un altro paio di opzioni». Secondo gli analisti della CNN, dopo i bombardamenti dello scorso giugno su tre impianti nucleari iraniani, ora un qualsiasi attacco militare statunitense, se autorizzato dal presidente, andrebbe probabilmente a colpire il cuore dell'apparato di sicurezza iraniano, prendendo di mira il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica o l'ayatollah Ali Khamenei in persona. L'Iran, dal canto suo, ha già lanciato il suo monito all'America, affermando che «qualsiasi attacco statunitense porterebbe Teheran a reagire contro Israele e le basi militari statunitensi» nella regione, definendole «obiettivi legittimi». Quest'oggi il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf ha attaccato direttamente Trump: «Se hai il coraggio vieni e vedrai come distruggeremo le posizioni americane nella regione», definendo poi il presidente USA «arrogante e delirante».

Il diritto di manifestare

Citato dal New York Times, António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, si è detto «scioccato dalle notizie di violenza e uso eccessivo della forza», affermando che «tutti gli iraniani devono poter esprimere le proprie rimostranze pacificamente e senza paura». Quest'oggi Il Dipartimento federale degli Affari Esteri (DFAE) ha fatto sapere che la Svizzera «segue con grande preoccupazione i numerosi arresti e morti legati alle proteste in Iran», e ha invitato le autorità iraniane a «porre fine alla violenza contro i manifestanti e a garantire i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti i manifestanti». 

Anche il segretario generale del Consiglio d'Europa, Alain Berset, ha condannato la «repressione letale» delle proteste. L'ex consigliere federale si è poi appellato al rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Berset ha quindi convocato una riunione con gli ambasciatori degli Stati membri del Consiglio d'Europa confinanti con l'Iran (Turchia, Armenia e Azerbaigian) per discutere ulteriori misure.

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