Mondo

Nobel a Navi Pillay, Gaza al centro dello scontro: Trump attacca Oslo e colpisce la CPI

Il premio riconosce la lunga battaglia della giurista sudafricana per i diritti umani e il diritto internazionale – Ma il rapporto ONU da lei presieduto è diventato il fulcro delle reazioni di Netanyahu e Trump
© KEYSTONE (EPA/DAVIDE ELIAS)
Red. Online
10.10.2026 13:42

Il Nobel per la pace 2026 a Navanethem «Navi» Pillay ha riportato al centro del dibattito il suo lavoro sui crimini internazionali e, in particolare, le conclusioni dell’inchiesta delle Nazioni Unite su Gaza. Israele e Donald Trump hanno attaccato la scelta del Comitato norvegese. E nello stesso giorno Washington ha annunciato nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale (CPI).

Una carriera al servizio del diritto internazionale

Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, è stata giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della CPI, quindi Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il Comitato Nobel ha riconosciuto il suo impegno di lunga data per i diritti umani, la pace e il diritto internazionale.

Pillay ha ricevuto la notizia a Norimberga, durante un incontro con colleghi e attivisti. In un primo momento ha pensato a uno scherzo; poi, tra gli applausi, ha scherzato: «Se applaudite ancora un po’, forse condividerò questo premio con Trump». Ha dedicato il Nobel ai sopravvissuti ai crimini internazionali e, riferendosi al lavoro su Gaza, ha chiesto: «Perché ci vorrebbe coraggio per dire la verità?».

Il rapporto su Gaza

Il 16 settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e su Israele, presieduta da Pillay, pubblicò un rapporto in cui concludeva che le autorità e le forze israeliane avevano commesso a Gaza quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione sul genocidio. La Commissione affermò che tali atti erano stati compiuti con l’intento specifico di distruggere, in tutto o in parte, i palestinesi di Gaza e attribuì a Israele la responsabilità del genocidio, oltre che della mancata prevenzione e punizione. Nel rapporto si sosteneva inoltre che il presidente Isaac Herzog, il premier Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant avessero incitato al genocidio.

Presentando le conclusioni, Pillay dichiarò: «La Commissione ha concluso che Israele ha commesso un genocidio contro il popolo palestinese a Gaza, e che quel genocidio continua». In un successivo intervento davanti alla Terza commissione dell’Assemblea generale dell’ONU ribadì che l’inchiesta aveva individuato quattro atti di genocidio e l’intento specifico di distruggere i palestinesi a Gaza. Israele respinse il rapporto, definendolo infondato e accusando la Commissione di pregiudizio. Anche l’amministrazione statunitense contestò la conclusione. Una portavoce del Dipartimento di Stato disse alla CNN: «Questo non è un genocidio».

La Commissione è un organo indipendente istituito dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU, non un tribunale. Le sue conclusioni non equivalgono a una condanna giudiziaria. La controversia sul rapporto, tuttavia, è diventata parte centrale delle reazioni al Nobel assegnato ieri.

Netanyahu attacca Pillay, Trump rivendica il Nobel

Dopo l’annuncio del premio, Netanyahu ha affermato che il Comitato Nobel ha «perso la bussola morale» e ha definito Pillay una «fanatica», sostenendo che il riconoscimento non renderà vere le sue «false conclusioni». Il ministero degli Esteri israeliano ha parlato di una «grottesca strumentalizzazione» del Nobel per legittimare l’odio e il pregiudizio contro Israele. Nel 2025 il governo israeliano aveva già respinto con forza le conclusioni della Commissione su Gaza.

A Syracuse, Trump ha sostenuto di aver «risolto otto guerre» e che ciascuna avrebbe meritato un Nobel. «Gli Stati Uniti, rappresentati da me, avrebbero dovuto riceverlo», ha detto, definendo il mancato riconoscimento una «macchia indelebile» per la Norvegia: «Non dimenticheremo, Norvegia», ha detto, nonostante il Comitato Nobel sia indipendente dal governo norvegese. Ha aggiunto di non avere mai sentito nominare Pillay e ha accusato un «pugno di ideologi radicali» di avere screditato il premio. Trump ha anche rilanciato un post dell’avvocato David Schoen, che definiva «fasulla» l’inchiesta su Gaza.

La tenuta della giustizia internazionale

Nelle stesse ore, l’amministrazione Trump ha esteso le misure contro la CPI (che nel 2024 aveva emesso mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant riguardano presunti crimini di guerra e contro l’umanità, non il genocidio, conclusione invece della Commissione d'inchiesta ONU, ndr.), dopo le precedenti sanzioni individuali contro suoi funzionari. Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito la Corte un «tribunale canaglia» e ha annunciato restrizioni e divieti di transazione, sostenendo che Washington non accetterà procedimenti contro cittadini statunitensi e contestando la giurisdizione della CPI sui funzionari israeliani. Le nuove misure prevedono un periodo di sei mesi per la loro applicazione e alcune esenzioni. La Corte le ha definite un attacco allo Stato di diritto e la procuratrice aggiunta Nazhat Shameem Khan ha assicurato che il suo lavoro proseguirà.

La stretta era già stata avviata da Washington nel 2025, con la contestazione alla CPSI della giurisdizione su personale statunitense e alleati, tra cui Israele. Il provvedimento del 9 ottobre amplia, pertanto, una campagna già in corso.

Il segretario generale dell’ONU António Guterres si è detto «profondamente allarmato» dalle sanzioni. L’Alto commissario per i diritti umani Volker Türk le ha definite «inaccettabili». Regno Unito, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Canada e Giappone hanno dichiarato di «rammaricarsi» e di essere in forte disaccordo con la decisione, ribadendo il sostegno alla Corte. Il ministro degli Esteri olandese Tom Berendsen ha osservato che il periodo di sei mesi lascia spazio al dialogo, mentre il Belgio ha chiesto di valutare misure europee per proteggere la CPI dagli effetti delle sanzioni.

L'UE si dice «pronta ad adottare tutte le misure necessarie per garantire che la Corte possa continuare a operare efficacemente e adempiere al suo indispensabile mandato». L'alta rappresentante Kaja Kallas esprime «profondo rammarico» ma «accoglie con favore la disponibilità degli USA a discutere le proprie preoccupazioni con gli Stati parte dello Statuto di Roma» e «prende atto della decisione americana di rinviare l'entrata in vigore delle ultime misure». Questo «crea uno spazio per la diplomazia, con l'obiettivo di ottenere una rapida revoca delle sanzioni e prevenire ulteriori misure volte a compromettere l'indipendenza e l'integrità della Corte».

La premier giapponese Sanae Takaichi ha espresso «profonda preoccupazione» e ha definito le misure «incompatibili» con la posizione di Tokyo, impegnandosi a continuare il dialogo con Washington e a sostenere la Corte. La questione è particolarmente sensibile per Tokyo perché la presidente della CPI, la giapponese Tomoko Akane, era già stata colpita da sanzioni individuali statunitensi. L’ex ministro della Difesa Gen Nakatani ha chiesto una protesta più ferma e il ritiro delle misure.