«Non si entra per caso in quella grotta»: parla lo speleosub che ha recuperato i corpi

Sami Paakkarinen, uno dei più esperti speleosub al mondo, ha concesso al Corriere della Sera un'intervista in cui racconta le difficoltà affrontate durante il recupero dei quattro sommozzatori italiani morti nella grotta di Alimatha, alle Maldive. Il sub finlandese, capace di immergersi fino a 140 metri di profondità, ha spiegato di provare «grande sollievo» per essere riuscito ad aiutare le famiglie delle vittime, ricordando anche esperienze simili vissute in passato, come il recupero di alcuni amici dispersi nella grotta di Plura, in Norvegia.
Paakkarinen ha sottolineato come le immersioni in grotta rappresentino operazioni estremamente complesse, che richiedono una pianificazione molto più accurata rispetto alle immersioni tradizionali. Secondo l’esperto, non si dovrebbe mai affrontare una simile esplorazione senza avere piena fiducia nell’esito dell’operazione e senza disporre di equipaggiamenti specifici.
Esclusa l'entrata accidentale
Il sub ha inoltre escluso l’ipotesi che i quattro italiani possano essere entrati accidentalmente nella grotta o trascinati da forti correnti. La cavità, ha spiegato, è molto ampia e alle Maldive la luce del sole penetra fino a grandi profondità, fino a 100 metri. «A 60 metri dovrebbe quindi essere ancora pieno giorno». Già entrando nella grotta ci si accorge chiaramente del cambiamento di luminosità. Quanto alle correnti, Paakkarinen ha confermato l’esistenza di movimenti d’acqua legati alle maree, ma li ha definiti troppo deboli per poter risucchiare qualcuno all’interno. «È vero che c'è una corrente in entrata e in uscita dalla grotta. La grotta, per così dire, respira. Ma è davvero poco forte. Non è possibile che abbia risucchiato qualcuno».
Nel corso dell’intervista, l’esperto ha insistito soprattutto sull’importanza dell’attrezzatura tecnica necessaria per immersioni oltre i 60 metri. A quelle profondità, ha spiegato, non basta l’aria compressa tradizionale: servono miscele speciali chiamate «trimix», composte da ossigeno, azoto ed elio, utilizzate per ridurre gli effetti della narcosi e mantenere lucidità operativa. Ha inoltre precisato che il suo team utilizza sistemi «rebreather», apparecchi che riciclano il gas respiratorio e consentono autonomie molto lunghe sott’acqua, fino a diverse ore, contro i pochi minuti garantiti dall’attrezzatura convenzionale.
Indagini ancora in corso
Alla domanda se l’incidente possa essere stato causato anche dalla mancanza di questi strumenti, Paakkarinen ha evitato commenti diretti, ricordando che è in corso un’indagine di polizia. Ha, però, ribadito in termini generali che immersioni profonde e in grotta richiedono approcci, equipaggiamenti e miscele di gas differenti rispetto alla subacquea standard. L’esperto ha confermato che tutta l’attrezzatura dei quattro sub è stata recuperata insieme ai corpi e consegnata alle autorità, senza però entrare nei dettagli del materiale sequestrato.
Infine, Paakkarinen ha spiegato che il team si sentiva sufficientemente sicuro prima dell’operazione grazie all’esperienza accumulata negli anni e alla preparazione svolta insieme alle autorità locali, a DAN Europe e all’ambasciata italiana. Il gruppo, ha ricordato, aveva già partecipato in passato a recuperi estremamente delicati ed era consapevole delle difficoltà dell’intervento.








