Quozienti intellettivi in alto… mare: a Genova il convegno nazionale del Mensa

«Genova si vede solo dal mare», cantava Ivano Fossati. Ma per un fine settimana, dal 27 al 29 marzo, Genova si è lasciata vedere anche da un’altra prospettiva: quella di centinaia di menti curiose arrivate da tutta Italia per il Convegno nazionale del Mensa. Non soltanto una riunione associativa, e nemmeno il raduno caricaturale di presunti cervelloni chiusi nelle loro formule. Piuttosto un piccolo atlante umano di interessi, passioni, logiche, giochi, escursioni, confronti e conversazioni che nella Superba hanno trovato un palcoscenico quasi naturale.
D’altra parte Genova è una città che invita a pensare in verticale. Lo fanno i carruggi, stretti e improvvisi. Lo fanno i forti, i saliscendi, i belvedere, la pietra e il porto. Lo fa anche la sua tradizione culturale, che continua a risuonare nelle parole e nelle musiche dei suoi cantautori, presenza discreta ma costante tra vicoli e piazze.

Il convegno genovese è stato anche il primo appuntamento nazionale dell’era Gaia Satta, presidente del Mensa Italia dal 1° novembre 2025. Un passaggio non secondario, perché ogni convegno nazionale è insieme vetrina, banco di prova e momento di sintesi: misura il polso dell’associazione, ne racconta le priorità e, soprattutto, mostra da vicino che cosa significhi oggi appartenere a una realtà che troppo spesso viene ridotta allo stereotipo del «primo della classe».
A Genova, invece, lo stereotipo si è sciolto quasi subito. È bastato guardare il programma per capirlo. Accanto alle attività più immediatamente riconducibili a un immaginario «mensano» — la conferenza sulla robotica, quella di astronomia, i tavoli di discussione, i giochi di logica e strategia — comparivano infatti un parco avventura, trekking ai forti con biowatching, contest Lego, Beat Saber, retrogaming, una visita alle serre del basilico di Pra’, bunker sotterranei della Seconda guerra mondiale, un museo della carta, percorsi teatrali nel centro storico, brunch, cene, laboratori per bambini. Insomma: meno accademia imbalsamata e più intelligenza in movimento.

Ed è forse proprio questo il punto. Il Mensa, quando funziona, non è soltanto il luogo in cui si certifica un risultato a un test, ma quello in cui si cerca di capire che cosa farsene, nella vita reale, di una certa rapidità di ragionamento, di una particolare attitudine all’analisi, di un modo magari meno comune di stare nelle cose. Non per sentirsi migliori, ma per smontare una falsa evidenza: quella secondo cui un alto quoziente intellettivo sarebbe automaticamente sinonimo di facilità, successo lineare, adattamento impeccabile.
Genova, da questo punto di vista, è sembrata una cornice perfetta. Perché è una città che non si concede in superficie. Va percorsa, capita, un po’ inseguita. E il Convegno nazionale ha fatto esattamente questo: ha costretto i partecipanti a spostarsi, scegliere, intrecciare. Non senza imprevisti: il forte vento ha costretto a rivedere parte delle attività all’aperto, modificando programmi e itinerari. Ma anche questo ha finito per diventare parte dell’esperienza, spingendo molti a ripiegare su alternative indoor e creando nuove occasioni di incontro.

C’era chi ha preferito restare in hotel tra giochi, tornei e attività organizzate; chi si è sfidato al calcetto o con i mattoncini Lego; chi ha scelto il gioco di ruolo «Il concilio delle onde», ambientato nel Mediterraneo delle repubbliche marinare, quasi a voler restituire alla città anche il suo passato di potenza e di traffici.
Poi la sera arrivava il momento in cui i programmi si allentano e le persone si riconoscono. La pizza al metro al Montallegro, l'esperienza decisamente unica (in ogni sua possibile declinazione) di «Cena in Scena» all’Empiria , il torneo di poker, la conferenza astronomica dedicata alla Via Lattea. Ognuno trovava il proprio modo di stare dentro il fine settimana. Nessun percorso obbligato, nessuna idea unica di intelligenza: semmai una costellazione di possibilità.
Il sabato, tradizionalmente cuore degli eventi nazionali, ha condensato tutto questo in una giornata particolarmente intensa: attività diffuse tra città e hotel, momenti di scoperta, sfide ludiche, confronto e divulgazione scientifica — con la robotica al centro — si sono intrecciati in un unico flusso continuo. Più che un programma rigido, un sistema aperto, in cui ogni partecipante ha potuto costruire il proprio percorso tra curiosità, divertimento e approfondimento, contribuendo a un’esperienza collettiva ma mai uniforme, culminata nella cena di gala che ha riunito tutti, con una lunga festa fino a tarda notte. O, sarebbe meglio dire, fino all'alba del giorno dopo.

È il genere di atmosfera in cui sarebbe stato facile immaginare, dietro un portone o lungo un vicolo, una storia alla De André, o quella linea d’orizzonte che Fossati ha sempre saputo raccontare. Non per nostalgia, ma perché Genova continua a essere un luogo che invita a guardare le cose di lato, a cercare profondità dove altri vedono solo passaggio.
Non è un caso che, parlando di Genova, i cantautori tornino sempre. Fanno parte del suo modo di stare al mondo. De André l’ha raccontata dal basso, nelle sue pieghe, nei margini, insegnando che “dai diamanti non nasce niente”. Fossati ne ha colto l’orizzonte, la distanza, la linea d’acqua. Sono riferimenti che qui non servono per abbellire, ma per orientare.
È una delle verità meno intuitive del Mensa. Da fuori si tende a immaginarlo come un contenitore omogeneo, quasi monocorde. In realtà succede il contrario: l’uniformità è forse la cosa più assente. Quel che accomuna i soci è un requisito tecnico; quello che li trattiene è la possibilità di trovare interlocutori, senza dover continuamente tradurre il proprio modo di pensare. Non superiorità, dunque, ma riconoscimento.
La domenica, invece, ha avuto un’altra tonalità. Non tanto quella del programma, quanto quella, più sottile, del distacco. Le ultime colazioni condivise, le promesse di rivedersi, i gruppi che si sciolgono lentamente tra valigie, strette di mano e disperate rincorse alla coincidenza del treno. È il momento in cui un evento smette di essere calendario e diventa memoria: conversazioni che restano sospese, nuove amicizie appena nate, la sensazione di aver abitato per 3 giorni uno spazio diverso dal quotidiano.
È una malinconia leggera, quasi inevitabile. Quella che arriva quando qualcosa ha funzionato. Quando non si ha fretta di andare via, ma si sa che è tempo di farlo. E già si guarda avanti, al prossimo incontro.
Ed è probabilmente questa la misura migliore del successo di un Convegno nazionale: non il solo dato numerico, pure importante, ma la capacità di far percepire l’associazione come qualcosa di vivo. Non un club di geni, ma un ambiente in cui divulgazione, gioco e relazioni possono stare insieme senza sforzo.
Per Gaia Satta, alla guida del Mensa Italia da pochi mesi, Genova è stata così una prima tappa nazionale significativa. Sullo sfondo, il mare. Sopra, il cielo di fine marzo. In mezzo, una comunità in cammino.
E forse, per raccontarla, la formula migliore resta proprio quella suggerita dal titolo che Genova quasi impone da sola: quozienti intellettivi in alto mare. Non perché i soci del Mensa siano dispersi, ma perché continuano a navigare. Tra curiosità e discussione, tra cultura e gioco, tra l’ambizione di capire qualcosa in più del mondo e la più semplice, umanissima voglia di farlo insieme.


